Gli occhi vedono quella che la mente vuol far loro vedere, ma certe immagini sono piuttosto chiare. Quelle dei manifestanti presi a manganellate nella manifestazione torinese pro-Askatasuna e quelle riguardanti il poliziotto isolato e malmenato violentemente non lasciano spazio a molte interpretazioni. Nelle televisioni e nei comunicati ufficiali degli esponenti della maggioranza e del governo si fa però riferimento solo a queste ultime: le prima sembrano quasi scomparse. Soltanto grazie ai tanti telefonini accesi sui fatti e a qualche cronista indefessamente fedele al valore della cronaca, sappiamo che ad essere stati picchiati sono in tanti.
Quel gruppetto di psuedo-anarchici che si è infiltrato nel corteo viene ad essere subito definito con l’appellativo che più piace alle destre e alla vulgata comune che ha in odio le manifestazioni di piazza che rappresentano l’alternativa al sistema e a quanto propina ogni giorno contro le libertà e i diritti umani, civili e sociali. Li chiamano “antagonisti“, ma vogliono in realtà far passare il messaggio che sono dei terroristi, qualcosa di affine addirittura alle Brigate Rosse… In un attimo si stravolgono realtà attuale e storia recente di questo povero Paese. Chiaro è che, giovani o giovanissimi che siano, non la pensano come gli oltre cinquantamila democratici, antiautoritari ed antifascisti che sono scesi in piazza per difendere il centro sociale sgomberato.
Quella manifestazione non c’entra niente con i disordini che sono stati messi sulla scena immediatamente dopo la quasi-fine del corteo. Ma tant’è, la sceneggiatura truculenta di questo film è trita e ritrita, vista e rivista fino ad una nausea che prende nel momento in cui ci si rende conto che, purtroppo, fa ancora presa su una buona parte di popolazione che si lascia persuadere della violenza atavica che riguarda “i sinistri“, “le zecche“, e via dicendo con insulti più o meno datati che provengono dalla galassia di quegli agnellini ghandiani che sono i post e neofascisti del nuovo millennio. Il governo non perde tempo: stretta repressiva a tutto spiano nelle primissime dichiarazioni. Scudo penale per le forze dell’ordine, fermo preventivo di dodici, ventiquattro, addirittura quarantotto ore secondo Salvini.
E siccome non ce la fa proprio a trattenersi, visto che l’occasione fornitagli è troppo ghiotta, rinverdisce pure una proposta già annusata nell’aria di questo triennio di malgoverno delle destre: la “cauzione” da versare per le manifestazioni. Così, se vi sono dei danni, oltre ad applicare le leggi in vigore, i nuovi decreti sicurezza e magari un po’ di pieni poteri ad acta, si fanno pagare i danni non a coloro che devastano, ma a coloro che organizzano i cortei e che sono costretti a subire queste azioni violente e devastatrici. Questo, potrà pensare qualcuno in assoluta buona fede, è il massimo cui possono arrivare Presidente del Consiglio, Vicepresidente del Consiglio e ministri, onorevoli e senatori.
Non è così. Meloni alza ulteriormente il tiro: adesso, dopo le immagini del carabiniere aggredito con spranghe, bastoni e martelli, i giudici devono indagare i manifestanti per tentato omicidio. Seguitando a vedere le immagini verrebbe quasi da darle ragione. Sul capo d’accusa, non sul fatto però che sia il capo del governo a dire ai magistrati per quale reato devono perseguire coloro che infrangono la legge. Eccolo qui uno dei cuori della questione: quei ragazzotti che si sono messi ad incendiare camionette, eradicare pali, tirare sanpietrini e prendere a martellate un poliziotto, hanno creato la tempesta perfetta per una sinergia di attacchi alle forze democratiche, a quella parte di Italia che vuole difendere Askatasuna ma con altri metodi. Non certo con la violenza.
Ed hanno dato il la alla Presidente del Consiglio per muovere un nuovo attacco alla Magistratura della Repubblica, accusata così di essere troppo spesso indulgente verso i manifestanti e troppo severa verso le forze dell’ordine. A vedere i procedimenti penali verso emblematici casi di violenza di Stato contro singoli giovani e meno giovani trovatisi al momento sbagliato nel posto che non era poi così stranamente sbagliato (un corteo, una via solitaria di sera, una manifestazione del tutto pacifica), non si direbbe proprio. Ma, così è se vi pare… E siccome il cortocircuito delle idee è come una disgrazia che non viene mai da sola, ad adiuvandum seguono le parole della premier i sostenitori del SÌ al quesito referendario sulla giustizia.
Creano una cartolina in cui mettono il fotogramma del poliziotto picchiato e sotto la scritta: “LORO VOTANO NO“. Quegli incappucciati non sono nostri amici, non sono nostri compagni, non sono altro se non della teppaglia che si infiltra in cortei pacifici, democratici, apertamente plurali dove si va a volto scoperto. Tutte e tutti. Da sempre. Noi che voteremo NO per preservare l’indipendenza della Magistratura dal Governo, che diremo NO per proteggere la democrazia e la Repubblica da questo ennesimo attacco autoritario, non siamo degli sprangatori, dei piromani di camionette della polizia. Siamo pacifici, spesso pacifisti, ma conosciamo il ruolo che anche la violenza ha nella Storia dell’umanità.
Un ruolo che accettiamo soltanto se è di massa, organizzato e volto a liberare da una violenza ancora peggiore interi popoli: la guerra non la concepiamo mai per primi, non la facciamo e non la vogliamo fare a nessuno. Ma la lotta di classe sì. Quella la vogliamo continuare a perseguire, ad evidenziarla come strumento di capovolgimento del capitale che è all’origine prima della tanta, tantissima, troppa sofferenza che si fa fatica a reggere su questo disgraziato eppure stupendo pianeta. Noi non picchiamo i poliziotti. Spesso siamo noi ad essere presi a manganellate. Ma – ribadiamolo – le immagini di chi rimane a terra non vengono mai mostrate in televisione, non entrano quasi mai nei circuiti ufficiali. Il o la Presidente del Consiglio di turno quasi mai va a trovare un pestato a sangue dalle forze dell’ordine.
Perché lo Stato protegge lo Stato e conosce soltanto il dolore di chi lo serve. Pure per una miserevole paga, con molti compiti spesso molto ingrati. NO, quindi. Noi non siamo quei violenti, perché quella violenza fine a sé stessa è crudeltà e non ha alcuno scopo, non c’è niente di logico, di razionale, nessuna giustificazione tanto meno politica per quegli atti di efferatezza. Non siamo noi gli infiltrati di noi stessi. Quel corteo era nostro, dei tanti democratici e progressisti, della tanta gente semplice e senza etichette che vuole una città, un’Italia, un mondo dove l’essere partigiani voglia dire anzitutto stabilire un confronto civile. Duro, ma civile.
Qualcosa che i fascisti e gli amici nuovi del tempo passato che non passa non sanno nemmeno cosa voglia dire. Lo ha scritto e detto molto bene Marco Revelli: «Gli scontri di piazza di ieri hanno fornito l’assist a questo governo di fare un passo avanti verso il modello che desiderano applicare: un regime autoritario di polizia». Questa è l’unica sintesi obiettivamente ragionevole, politicamente sensata di una giornata che aveva avuto un grande valore partecipativo, mostrando al governo conservatore e autoritario di Meloni e Salvini che gli anticorpi costituzionali nei confronti di chi al Costituzione la vuole stravolgere ci sono, sono vivi e sono pronti ad una lotta che ha oggi come obiettivo la sconfitta della riforma Nordio nelle urne e la prosecuzione dell’opposizione sociale e civile.
Da qualche parte una frase colpisce per la sua acuta semplicità. Arriva dritta alla mente e un po’ anche al cuore. Chi l’ha scritta è un partigiano moderno delle parole oltre che della Storia di questa Italia che rischia una nuova stagione buia nel più complesso stravolgimento delle moderne democrazie occidentali: «Chi semina fascismo, raccoglie Resistenza». È venuto il momento di parlare un linguaggio nuovo, aggiungendo nuove terminologie che non possono essere troppo facilmente strumentalizzate e mostrate come un mero retaggio del passato: alla parola fascismo noi possiamo con tutta onestà e in piena aderenza a quello che ci accade intorno, parlare di “autoritarismo“. Siamo antiautoritari perché siamo antifascisti, perché siamo democratici nel senso più sociale del termine.
Il governo di Giorgia Meloni, per sua natura ideologica, per interesse politico, lega i propositi di difesa dei privilegi delle classi dominanti (che la sostengono e ne fanno la migliore alleata possibile nell’ambito della cinicamente ridente economia di guerra) con la volontà di restaurare uno Stato in cui sia l’esecutivo il centro propulsore di ogni ingranaggio istituzionale e non si debba più subire l’equipollenza della divisione dei tre poteri: infatti, se osserviamo bene quello che accade praticamente da tre anni a questa parte (nel senso che ciò viene esattamente praticato), assistiamo ad una inerzia parlamentare, ad una improduttività legislativa se non sulla spinta di Palazzo Chigi. Da ultimo, l’attacco alla Magistratura dovrebbe aver svegliato qualche coscienza critica un po’ troppo assopita.
Il mondo è in una fase di sviluppo multipolare in cui la guerra è purtroppo la protagonista assoluta. L’accelerazione violenta del trumpismo verso una conversione autoritaria di quella che si pensava fosse la “grande democrazia” inalterabile del pianeta, capace di nascondere (si fa per dire…, anzi per scrivere…) la sua intrinseca natura imperialista su scala globale, regala ossigeno a pieni polmoni per tutte quelle destre che hanno bisogno di una ispirazione, di un sostegno pratico, di una copertura internazionale ampia. Il melonismo è parte di questa compagine ed è un pericolo per la tenuta della Repubblica Italiana così come prevista dall’articolo tre della Costituzione. Fino a che reggerà una certa saldatura popolare, una avversione su vasta scala a tutto ciò, potremo dire di essere ancora in una fase resistente.
Ma quando dovesse cedere questa interconnessione, questo fronte di difesa della democrazia repubblicana, allora non vi sarà più argine all’espandersi di quell’autoritarismo di cui oggi si vedono chiaramente tutti i propositi pronti a diventare leggi, decreti, norme che cancellano prerogativa dei poteri che devono rimanere separati ed indipendenti l’uno dall’altro. La strada del logoramento democratico passa, purtroppo, per la democrazia stessa. Dobbiamo proteggerla da sé stessa, dall’uso improprio che ne può essere fatto e che in questi anni ne è stato fatto. E anche da prima dell’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Si può pensare che sia impossibile un’Italia in forma di Stato di polizia. Si può pensare che è sufficiente alzare la voce per far rientrare il pericolo.
Questa è tra le più gravi sottovalutazioni del pericolo. La stiamo già sperimentando nelle parole di molti intellettuali, anche di sinistra, che sono volutamente reticenti nell’usare concetti e pensieri che denuncino apertamente il clima di avversione nei confronti dei princìpi democratici e dello Stato di diritto che, a parole, la destra afferma di volere proteggere. Quando si vuole distruggere un ostacolo, il primo passo per arrivare all’obiettivo è aggirarlo. Con l’aiuto di chi, così facendo, pensa di aver scongiurato il disastro…
MARCO SFERINI
3 febbraio 2026
foto: screenshot tv ed elaborazione propria















