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Marco Sferini

Le tre strade della Repubblica stellata

Per molti, molti mesi siamo stati indotti a ritenere, osservando i movimenti della politica statunitense e il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che nell’immediato sarebbe stato impossibile registrare una qualunque forma di recupero elettorale da parte dei democratici, travolti dalle loro stesse politiche antisociali, pervase da un liberismo che non lascia scampo, intrise di un tratto imperialista che si è dimostrato ancora una volta inefficace nel tutelare gli interessi della grande Repubblica stellata.

Per molti mesi si è diffusa la convinzione, certamente non infondata, che il corso del trumpismo fosse una lunga traversata nel deserto di una nazione che si era piccata di rappresentare la primogenitura dell’idea moderna di democrazia e che, invece, era finita tra le braccia del peggiore istintivismo neoconservatore, bigotto e populista. Oggi questa certezza inizia a mostrare le prime crepe. Ed è un bene. Non è una novità che a New York vincano dei candidati sindaci democratici.

Ma è una novità il fatto che questo accade in tempi in cui infuria la teorizzazione MAGA di una società e di una politica tutte protese all’affermazione del principio del forte sul debole, del maggiore sul minore, del normale sull’eccezionale, della morale sul corpo, del fideismo sul laicismo, dell’onnipotenza prepotente di un magnate che tratta il suo ruolo come se si trovasse a sedere non nello studio ovale più famoso del mondo, ma in un qualunque consiglio di amministrazione di una grande multinazionale che intende fare di tutto per realizzare il maggior profitto possibile.

A scapito, si intende, di chi invece subisce gli effetti della circolazione delle merci.

L’elezione di Zohran Mamdani, appartenente ai Democrats Socialists of America (DSA), è un primo dato di controtendenza in una fase in cui l’avanzata delle destre sembrava essere inarrestabile, come se non esistesse al momento nessuna concreta possibilità di arginarla in qualche modo: le grandi manifestazioni di piazza per la causa palestinese avevano lasciato sperare, tanto in America quanto in Europa (e nello specifico in Italia), che una coscienza sociale, civile e morale non fosse del tutto stata fiaccata dalla imponente avanzata del neoconservatorismo al di là e al di qua dell’Oceano Atlantico.

Mancava – e manca tutt’ora – una saldatura efficace tra movimento popolare contro le guerre, contro gli imperialismi e contro l’economia bellica che impoverisce larghi strati della società, e una nuova classe dirigente istituzionale, una nuova rappresentanza politica propriamente tale.

Certo, nella New York progressista, multietnica e da sempre rivolta verso il piano dell’uguaglianza, la vittoria di un democratico non dovrebbe, si scriveva poco sopra, sorprendere più di tanto. Ma, ribadiamolo, è il contesto che la fa diventare oggettivamente degna di una maggiore considerazione, meritevole di una attenzione che altrimenti non avrebbe avuto. Anzitutto il candidato non è un democratico qualsiasi.

Mamdani è un afroamericano, dichiaratamente socialista e, quindi, critico nei confronti di quel capitalismo che è il mantra, il moloch, il fenomeno e l’epifenomeno al tempo stesso di una teorizzazione e di una pratica della ricchezza come unico fondamento trumpiano del consolidamento nazionale. La povertà è vissuta dai repubblicani di oggi (ma non di meno dai reaganiani di ieri) come un fastidioso accidente.

La vittoria netta di questo giovane trentenne che viene da un altro continente, che ha studiato nella Grande Mela, che voleva fare il musicista e che si è avvicinato alla corrente di Bernie Sanders ed è finito con l’essere uno degli esponenti di spicco della stessa, dei DSA, insieme ad Alexandria Ocasio-Cortez, unitamente ai successi dei candidati democratici nelle elezioni statali della Virginia, del New Jersey e in quelle comunali di Detroit e di Cincinnati, è una avvisaglia per il presidente Trump, per l’intero suo governo MAGA.

Non è ancora un avviso di sfratto dalla Casa Bianca, ma è il segnale che i repubblicani, soprattutto in questi Stati in cui avevano la maggioranza e governavano, non sono più imbattibili come si era portati a pensare dopo la grande onda tsunamica che ha travolto parte delle Americhe e buona parte dell’Europa riportandole sul versante del peggiore conservatorismo illiberale.

Può anche essere che i discorsi di Mamdani appaiano come promesse che sarà difficile mantenere: sarà molto difficile poter convivere con un governo autoritario, con una spavalderia istituzionale come quella esibita tra Trump che già paventa una New York in mano ai comunisti e da cui fuggiranno milioni di persone. Ma il dato importante riguarda anzitutto l’alta partecipazione al voto e la confederazione dei diversi interessi sociali sotto l’unica bandiera che ha come slogan l’essere l’esatto opposto di quello che è oggi la politica dell’inquilino della Casa Bianca.

Mamdani cita Nehru: «Solo raramente nel corso della storia vi sono momenti in cui si esce dal vecchio e si entra nel nuovo». Ed il punto dirimente è proprio questo: aprire un varco, cercare un pertugio da cui far passare quella speranza che l’orizzonte capitalistico dell’oggi e del domani non sia l’unico, ma che si possa, proprio in questa fase di controsocialità, riaffermare proprio dei principi sociali.

La sconfitta democratica viene da lontano, mentre il trumpismo è un fenomeno piuttosto recente. Il timore della classe dirigente americana e del suo partenariato con quella politica repubblicana che si è, volente o nolente, piegata alla potenza economica e mediatica forgiata ed alimentata da Trump, è uguale e contrario all’affermazione avuto dal magnate nel contesto del Grand Old Party.

I centristi dell’Asinello sono piuttosto guardinghi nei confronti di Mamdani. Il partito degli Obama, Clinton e Harris vuole un cambio di passo nell’amministrazione governativa, ma rimane fermamente ancorato ad una logica compatibilista con il sistema capitalistico e non ha intenzione di produrre una critica radicale come invece fa il neo eletto sindaco della Grande Mela, come fanno da sempre Sanders e Ocasio-Cortez.

Il rafforzamento della corrente socialista in seno ai democratici è evidente e determina una doppia sconfitta: senza dubbio quella repubblicana nella città più grande del mondo e, non di meno, quello di una dirigenza del Partito democratico che rimane ancorata ad una idea di sviluppo imprescindibile da quella del profitto privato che non è poi così dissimile dal programma del GOP a trazione trumpiana. L'”elezione della vita” di Andrew Cuomo, in questo contesto, è chiarificatrice.

Certamente è presto per dire se si stia affermando una nuova stagione, un cambiamento negli assetti interni dei Democrats. L’iniezione di vitalità regalata dalla vittoria di Mamdami non è da sottovalutare, magari relegandola in un ambito più locale che non possa, quindi, avere risvolti di carattere nazionale.

I commentatori dei più grandi giornali statunitensi, tra gli altri il “New York Times” (che ha una tradizione progressista nella sua linea editoriale ma che, almeno ultimamente, veniva percepito più spostato su un piano inclinato di centro-destra), sottolineano questi risvolti interni al bipolarismo della grande Repubblica stellata: l’ira di Trump da un lato, la circospezione dell’entourage democratica dall’altro. Ciò nonostante, Hillary Clinton si è spinta un po’ oltre i semplici complimenti di prammatica nel felicitarsi con Mamdani per la sua vittoria.

Non sarà quel democratico liberale che vorrebbero alcuni. Non sarà quel socialista rivoluzionario che vorrebbero altri.

Quello che a momento conta è sapere, avere consapevolezza che è l’esatto opposto di ciò che oggi è Donald Trump, la sua amministrazione, la sua concezione autoritaria del potere governativo che è al limite del limite della sovversione nei confronti di un impianto costituzionale che dovrebbe invece garantire una formale (e sostanziale) uguaglianza civile e sociale in quel modello americano che eravamo abituati ad intendere nella sua contraddizione del tutto oggettiva: da una sorta di predestinazione democratica, di liberatore dei popoli a sistema contiguo al capitale, gendarme del mondo, custode degli interessi economici e finanziari propri a scapito dei popoli più deboli e soggetti, quindi, alla neocolonizzazione.

Se Mamdani riuscirà a mettere in pratica una parte della sua ambiziosa agenda progressista nel governo di New York City, potrà praticare una alternativa sul campo e alimentarla di conseguenza, mostrando agli Stati Uniti d’America e al mondo che il trumpismo non è invincibile e che non è nemmeno la fine della democrazia (seppure liberale e borghese, si sarebbe detto un tempo…).

Ma la sfida più grande è rilanciare la lotta per il superamento dell’autoritarismo MAGA proprio partendo da princìpi, valori e politiche di sinistra. Qui il Partito democratico si gioca forse la sua carta più importante. Al “capitalismo democratico” di Pete Buttigieg è ovviamente preferibile il “socialismo democratico” di Mamdani.

È possibile che in uno stretto giro di tempo, queste due opzioni possano divenire equipollenti e che, quindi, la corazzata conservatrice del duo Trump-Vance debba un giorno scontrarsi non tanto con una alternanza sul piano economico, ma con una vera e propria alternativa all’attuale stato di cose presente, ad un sistema insostenibile per la maggior parte del popolo americano che vive in un sempre maggiore disagio sociale, sommato ad una messa in discussione dei diritti umani e civili fondamentali, garantiti dalla Costituzione.

La sfida sarà multilivello, policentrica: soprattutto nel settore democratico, visto che in quello repubblicano nessuno al momento pensa (e forse nemmeno può) mettere in discussione l’assoluta egemonia di Donald Trump. L’impressione che se ne ha è quella di un dibattito e di una contesa politica che si rianima e che impedisce al conservatorismo autoritario di prendersi tutta la scena.

Se una alternativa nascerà, sarà da sinistra. Il centro non farà altro se non riproporre vecchi schemi e soliti compatibilismi che, per quanto possano prevalere, un giorno ridaranno fiato alla destra e a nuovi, forse ancora più truci, colpi di coda di un liberismo oggi in espansione e domani, in aperto contrasto con la crisi climatica e naturale, dal fiato molto, ma molto corto.

MARCO SFERINI

6 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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