Stamane, come sempre, ho acceso la televisione su La7, una delle poche reti che si possono oggettivamente vedere e ascoltare senza incappare in un chiasso mediatico praticamente ottundente, ridondante tanto da rimbecillire senza alcuna ombra di dubbio e fare l’effetto uguale a contrario di uno Xanax andato palesemente a male. Ad “Omnibus dibattito” si parlava di severità delle pene, di giustizia, di pressione e repressione, di Stato di diritto e Stato di polizia. Su quest’ultimo concetto si è espressa una giornalista che ha affermato, molto candidamente, di non ritenere possibile che Giorgia Meloni voglia una torsione così autoritaria del e nel Paese.
«Mi viene francamente da sorridere sentendo che qualcuno ritiene credibile uno Stato di polizia in Italia». La risata sarebbe suggerita da un’esagerazione clamorosa da parte della sinistra e, più in generale, da parte di chi teme un ritorno del fascismo. Ormai questa obiezione al paventamento di un irrigidimento istituzionale, di un progressivo deperimento della democrazia parlamentare e, nel complesso, dell’indipendenza dei poteri dello Stato e del loro rapporto con le cittadine e i cittadini, è divenuta alquanto stucchevole perché somiglia tanto ad una caricatura delle critiche che vengono avanzate quando ci si trova davanti ad un eccessivo protagonismo governativo.
Va bene, ripetiamolo ancora una volta: nessuno pensa che la Storia sia replicabile tale e quale si è presentata in allora in forma di stretta, tremenda ultraventennale attualità dittatoriale per un’Italia unita in regno da poco meno di sessant’anni. Nessuno crede che Meloni indosserà l’elmetto da condottiera, il fez o l’orbace. Nessuno ritiene altrettanto possibile che si ricostituisca il Gran Consiglio del Fascismo e tanto meno il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. Quando si mette in guardia sul rischio che la democrazia repubblicana possa venire meno e lasciare il posto ad un neoautoritarismo che si vanti persino di essere formalmente rispettoso della Costituzione, lo si fa non per capriccio.
Il tempo dell’infantilismo (che è ben altra cosa dalla meraviglia dell’età dell’infanzia, se vogliamo anche di quella politica di certi movimenti e partiti) è ormai alle nostre spalle e da molto. Quindi i timori di un capovolgimento dei presupposti costituzionali sono dati da fatti concreti: la Storia novecentesca ci ha ampiamente insegnato che i regimi autoritari non nascono sempre con colpi di Stato, ma proprio passando per le urne, attraverso l’acquisizione di un consenso popolare ottenuto grazie alla congiunzione tutt’altro che astrale tra disagio economico di vasta ampiezza, crisi internazionali e smanie di rappresentanza e ottenimento del potere da parte delle forze più conservatrici e reazionarie.
Tanto Mussolini quanto Hitler, a differenza, ad esempio, di Franco in Spagna, hanno forzato certamente la struttura dello Stato liberale e molto giovanilmente democratico (questo valeva sia per Weimar sia per il Regno d’Italia di giolittiana impronta) con propagande populiste, imperniate sulla ricerca di tanti capri espiatori delle crisi economiche e e sociali quanti erano i presupposti su cui intendevano consolidare un nuovo potere e, quindi, operare una vera rivoluzione politica nazionale. A differenza di Mussolini, che fa un colpo di Stato bianco con la Marcia su Roma, Hitler e Ludendorff lo mettono in pratica in quel di Monaco di Baviera. Fallisce. Nove mesi di comodo carcere per il futuro dittatore.
Poi, siccome lo ritengono ormai privo di “unghie per graffiare“, lo liberano. La situazione generale fa ritenere che sia impossibile che possa tornare ad essere così pericoloso da sovvertire il Reich. Ed invece, nel giro di pochi anni, la Germania, da grande nazione ricca di cultura e di sapere, con una classe lavoratrice sindacalizzata e ampiamente politicizzata, emblema di una possibile rivoluzione socialista nel cuore dell’Europa, diviene il più violento e terroristico degli Stati autoritari mai visti nell’epoca moderna e contemporanea. Chiaro, oggi chi produce un gran quantitativo di somiglianze con la prepotenza, l’arroganza, la protervia hitleriana sta al di là dell’Oceano Atlantico e non al di qua.
Ma le destre estreme non mancano di rimarcare, ogni volta che ne hanno la possibilità e, quindi, nel momento in cui si lascia loro un certo margine di movimento e di azione, che la democrazia così come è stata intesa nella Costituzione antifascista del 1948, è qualcosa cui va messo mano: ad iniziare dalla ristrutturazione dei tre poteri dello Stato. Caso mai non ce ne fossimo accorti, il Parlamento è stato, da tre anni a questa parte, svuotato del suo ruolo dialettico con il governo ed è divenuto una cassa di risonanza delle iniziative di legge dell’esecutivo, un ratificatore delle stesse, un diligente approvante tutte le mozioni di fiducia poste per evitare il confronto con le opposizioni.
Il governo stesso si è intestato l’azione politica a tutto tondo: non è più soltanto il gestore e l’organizzatore dell’esecutività dei provvedimenti parlamentari. È il punto di origine della legislazione e, quindi, l’alterazione dei rapporti tra i due poteri dello Stato è, già di per sé stesso, profondamente disequilibrato, non più equipollente. Ad essere centrale nella vita della Repubblica pare (anzi è) il governo meloniano e non il Parlamento repubblicano. Colpa anche di una distribuzione dei seggi che premia a dismisura chi ha una maggioranza relativa e che finisce con l’averla quasi assoluta tanto alla Camera quanto al Senato.
Come è possibile evincere, se non si fa della propaganda e basta, che c’è una lapalissiana, incontestabile e quindi oggettiva discrepanza tra il consenso che ha il melonismo (quindi la coalizione di governo) nell’Italia tanto del 2022 e ancor più in quella del 2026, e il numero di rappresentanti che siedono nelle Camere. Un articolato sistema di potere è stato, poi, messo in piedi – ma questa purtroppo non è una novità dell’oggi – per proteggere in modo quasi pretorianesco l’attività dell’esecutivo: a fare da scudo alla Presidente del Consiglio e ai suoi ministri stanno tutte le donne e tutti gli uomini messi in ruoli chiave da cui passano decisioni importantissime per la vita della nazione.
Questo, di per sé, non determina certo il passaggio dalla democrazia alla democratura, ma se si sommano tutte queste mutazioni e si mettono l’una accanto all’altra le tessere del mosaico, ne viene fuori una immagine certamente molto deturpata dell’Italia costituzionale, laica, solidale ed egualitaria per quel che è stato possibile conoscerla fino ad oggi. L’obiettivo delle destre di governo è, del resto, ricongiungibile a quello di un capitalismo nazionale che ha bisogno di garanzie politiche certe per potersi districare nel marasma dei mutamenti internazionali: mai come oggi la disfunzionalità è il cuore di una destabilizzazione più generale che è propria della fase multipolare in cui si mostrano le prepotenze imperialiste tanto ad est quanto ad ovest.
Il governo di Giorgia Meloni si muove quindi su tre assi portanti:
1) il consolidamento dei rapporti con un liberismo che chiede un intervento risoluto nei confronti del mondo del lavoro, per ridurne i diritti e comprimerne le esigenze e i bisogni (di qui anche l’irrisolta questione dei salari più bassi dell’intero continente europeo), partendo quindi da presupposti assolutamente privatistici tanto nei capitoli economici quanto in quelli sociali dell’intero bilancio nazionale in perfetta identità di vedute con la Commissione europea e con le direttive della BCE;
2) la condiscendenza pressoché piena nei confronti dell’atlantismo come scelta di campo in cui confermare il ruolo di una Italia che non promuove l’azione difensiva espressa dalla Costituzione, ma punta invece decisamente su una politica di ostinato riarmo, alimentando quindi un’economia di guerra che è, oggi, una delle principali punte di diamante del neoliberismo più affaristico, più cinicamente sanguinoso e sanguinario;
3) la trasformazione del carattere parlamentare della Repubblica in una disposizione tutt’altro che formale in cui il governo stesso è il cuore pulsante di un regime che si intesta maternità e paternità della legislazione, utilizzando le Camere come guardasigilli e costringendo, con la riforma della giustizia di Nordio, la magistratura a divenire succuba del potere esecutivo, utilizzando l’artificio della separazione delle carriere (nei fatti già presente nell’ordinamento consuetudinario attuale) per fare del Pubblico Ministero un poliziotto della Legge e per ridurre il Consiglio Superiore ad un organismo privo di vero potere autogovernativo e gestionale.
Protetti da questa nervatura istituzionale che trascura il carattere democratico, antifascista, resistente e, se lo può dire un comunista, liberale della nostra Repubblica, anche i più ostinati rivendicatori del Ventennio mussoliniano si sentono autorizzati a rinvigorire il valore dell’autoritarismo come binomio di Legge speciale e Ordine altrettanto tale. La forza si sostituisce al diritto positivo, la prepotenza al potere delegato, l’irriverenza prevaricatrice, frutto di una lunga sequela di pregiudizi atavici, diviene il nuovo antigalateo istituzionale. Per cui si tacciano gli avversari di anti-italianità, di anti-patriottismo se obiettano che non si può prescindere dall’uguaglianza, dalla libertà, dalla fraternità conquistate nella seconda metà del secolo scorso.
Vale la coerenza di una destra che è passata dall’essere liberale ad assolutamente e soltanto conservatrice e nostalgica del possesso del potere e non della sua gestione pro tempore. Giorgia Meloni e il suo governo sono un pericolo per una Italia che ancora vuole inciampare in tutti i difetti della democrazia per mantenersi quel tanto libera da consentirsi, proprio grazie agli errori e ai fallimenti, di migliorare. Per battere questa arroganza di destra occorre però una sinistra popolare, diffusa, capace di interpretare il bene comune per quello che veramente deve essere: un patrimonio collettivo e singolo al tempo stesso della nazione. La logica del privato ha fatto il suo tempo, così come quella del maggioritario.
Si deve tornare al pubblico, al proporzionale, alla rappresentanza coerente tanto dei bisogni sociali quanto di quelli civili. La controtendenza la si ricostruisce partendo da più punti: uno di questi è, senza dubbio, il NO alla riforma di Nordio: una controriforma, una “deforma” che inaugura il viatico per arrivare ad una “magistratura del governo” e non più una magistratura del Diritto e della Legge. Conosciamo i rischi cui andiamo incontro tutte e tutti. Abbiamo un bagaglio storico per sapere a quali estremi si può giungere. Non possiamo dire di non sapere e quindi non possiamo stare a guardare, non possiamo solo sperare.
MARCO SFERINI
20 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














