Marco Sferini
Le tante esperienze di Rifondazione Comunista nel voto locale
Non c’è dubbio alcuno: se le comunali di Venezia erano divenute una sorta di duplice paradigma tra affanno del centrodestra postreferendario e ripresa del campo largo nell’area del centrosinistra, le aspettative sono andate più che deluse. Ma i dati di una tornata elettorale così disomogenea non sono francamente granché assimilabili: proprio perché riguardano tante decine e decine di realtà oggettivamente ineguali fra loro per grandezza, per rapporto con i territori in cui si trovano, per vicinanza o lontananza dai grandi centri, per storia, ovviamente, ma soprattutto per la stretta attualità della fase in cui ci troviamo. Un’economia di guerra i cui effetti sono molto più che quotidiani, visto che il carrello della spesa aumenta sempre più, la benzina e il gasolio sono ormai l’una vicina ai due euro al litro e l’altro ormai stabilmente oltre, mentre gli interventi del governo sulle riduzione delle accise non si avvertono praticamente più.
La grossa crisi incede perché l’instabilità globale è data dall’intersezione di conflitti che sono super-macro-regionali e, quindi, non fanno che riversarsi sull’intero globo. Ma le elezioni amministrative comunali risentono di tanti tipi di scenari: anzitutto il legame tra la comunità locale e l’amministrazione uscente di ogni singola città. Poi, certamente, il contesto più provinciale e regionale in cui ci si trova. Poi ancora il piano nazionale che qualche scossone comunque lo provoca e, infine, il più vasto ambito mondiale. Non è che se le cose alla sinistra vanno bene alle comunali allora significa che il mondo è migliore. Tutt’altro. Dovrebbe essere il contrario se a governare sono le destre, i sovranisti e i populisti di ogni risma e colore: la reazione alle politiche antipopolari e antisociali dovrebbe in qualche maniera indurre ad una maggiore partecipazione al voto; ma non è così. Se tentiamo un raffronto numerico e percentualistico, non c’è da essere allegri. Nemmeno stavolta.
Vediamo di scorrere alcune cifre: nella precedente tornata riguardante gli stessi comuni andati al voto oggi la percentuale degli elettori che si erano recati alle urne si era attestata sul 64,91%. Si registra quindi un calo non da poco: ben il 4,85% in meno. Ad una rapida occhiata regione per regione, dove la forbice negativa si amplia è nelle regioni del centro e del nord del Paese: in Emilia Romagna un -11,29%, in Piemonte -8,94%, in Liguria -5,98%, in Lombardia -9,12%, in Veneto -8,3%, in Toscana -7,03%, in Umbria -5,23%. Leggermente più contenuti (e nella media nazionale) i cali in Basilicata, Molise, Abruzzo, Campania, Puglia e Calabria. A metà tra le percentuali a due cifre delle regioni del centro e del nord con quelle del sud stanno Marche e Lazio. Ma, in sostanza, il quadro nazionale evidenzia una disaffezione che non accenna a diminuire e che, in particolare, si riflette sulla parte di Italia in cui storicamente la partecipazione è sempre stata più impetuosa.
Confermando la tendenza referendaria, il Mezzogiorno pare invertire proprio questa tendenza, provando a resistere ai numerosi avversi eventi dell’epoca presente che, in maniera certamente più rilevante, si riflettono, in quanto a aumento della mancanza di tutele, reti sociali e servizi proprio sulle comunità locali endemicamente più povere e subissate da una ampia presenza della criminalità organizzata. Non è quindi facile esprimersi in merito alle motivazioni sociali, civili e propriamente civiche che questa tornata delle elezioni amministrative che regala. Come interpreti, sbagli. Oppure c’azzecchi, ma questo non vuol dire aver compreso qui ed ora qual è il sentimento popolare nel suo insieme, perché a giocare sul piano delle tante differenze locali vi sono molte variabili dipendenti da interessi molto particolari e, quindi, si può solo provare a pittare una scena che ha sul suo sfondo non un panorama chiaro e nitido, bensì piuttosto appannato.
Chi vince e chi perde? La maggioranza di governo prova a rifiatare con la conferma di Venezia, con la sottrazione di Reggio Calabria al centrosinistra. D’altro canto il campo largo non si può dire che sia lo sconfitto del giorno. Quindi la mera valutazione in termini assoluti è pressoché impossibile. Si potrebbe affermare, dal punto di vista progressista, che qualcosa si muove tanto in senso positivo quanto in senso negativo: pari e patta, dunque? Per ora. Perché, differentemente rispetto al referendum del 22 e 23 marzo scorso, la scelta qui tornava sui partiti, sulle forze politiche, sulle coalizioni fatte tanto di soggetti di caratura nazionale quanto di una marea di liste civiche in cui è facile perdersi per l’indistinguibilità dei contorni e per l’eterogeneità delle presenze. Già durante le prime proiezioni sugli scrutini, quindi qualche decina di minuti dopo la comunicazione della percentuale dei votanti, è chiaro che l’onda lunga della sfiducia non si è affatto esaurita.
La si ritrova come effetto di una causa che ha origine non da oggi, ma da decenni di abitudine indotta da classi politiche che hanno privilegiato i ricchi, penalizzato sempre e soltanto i poveri quando si trattava di regolare i conti, di investire in risorse che aumentassero le garanzie sociali e che sostenessero gli ambiti di primario intervento per migliorare le condizioni di vita di decine di milioni di italiane e di italiani le cui pensioni e i cui salari erano rimasti al palo rispetto alla crescita che invece si poteva constatare in altri paesi della tanto magnificata Unione Europea. La constatazione delle responsabilità, assunta come un mantra da chi oggi vorrebbe dimostrare che è più salutare per la sinistra di alternativa presentarsi in netta opposizione tanto alle destre quanto al campo largo, non aiuta a risolvere il problema in questione. Semplicemente perché sappiamo dei danni del passato e sappiamo anche che molti rapporti interni ai partiti della sinistra moderata sono cambiati.
Così come sono cambiati quelli interni ai soggetti politici che si propongono una radicale rottura con le forze anche progressiste che ostinatamente vengono definite peggiori di quelle di destra in quanto ad economia di guerra, a riarmo, imperialismo e, più generalmente, sul terreno aspro del neoliberismo che ha messo il turbo. Le contraddizioni permangono per tutte e tutti: nessuno ne è scevro. Ma, se non è andata benissimo, non si può per questo far finta di niente e affermare che allora è andata malissimo. Se scorriamo altri dati che riguardano, ad esempio, Rifondazione Comunista, dobbiamo anzitutto mettere a valore il fatto che in tanti comuni è tornato, tanto in coalizione nel campo largo quanto autonomamente o in aggregati di altra impostazione e natura, il simbolo del PRC. Di per se questo non significa l’ottenimento di chissà quali percentuali di voti ottenibili e, quindi, realmente ottenuti. Ma è un dato.
C’è stato un impegno, diversamente declinato da territorio a territorio, per riproporre una sinistra di alternativa in piena autonomia, considerando non gli asfittici perimetri del settarismo iper-identitario e dell’autoassolutaria incoscienza del “come siamo bravi e perfetti noi mentre gli altri sono tutti delle m…“. Per prima cosa dobbiamo esprimere una nota di positività riguardo questa presentazione di Rifondazione Comunista in molte realtà di tutto il Paese. Non era affatto scontato che fosse così. Soprattutto si sono impegnati giovani compagne e giovani compagni che hanno messo una passione rinnovata nel costruire rapporti e tessere alleanze che non sono vissuti come gabbie non apribili ma momenti di confronto e di condivisione del possibile entro i contesti di una realtà locale in cui ognuno vive e si rapporta quotidianamente.
Spesso i più duri e puri (che si pensano e si vedono tali) ritengono come noi che si debba ripartire dal basso. Ebbene, ecco. Si riparte anche così. Non soltanto teorizzando isolazionismi che distinguono da un indistinguibilità pressoché totale tra destra e sinistra. La miopia politica la si sconfigge con la pratica costante, col confronto altrettanto tale con chi non la pensa e non la vede come noi comuniste e comunisti ma che, al pari di noi, è disposto a lavorare insieme per migliorare ogni piccolo, medio e grande ambito dell’esistenza nella comunità prima locale e poi nazionale. Le due anime del PRC che si fronteggiano sul sì o sul no al fronte democratico e costituzionale, quindi sull’alleanza tecnica per mandare a casa questa maggioranza di neofascisti e iperliberisti che tanti danni ha fatto e fa all’Italia, possono interpretare i dati a loro piacimento. Ma sarebbe onesto, da entrambe le parti, evidenziare il carattere particolare del voto. Comune per comune.
Ci sono esperienze di alternativa ai due poli che sono andate bene, altre male. Vi sono, parimenti, esperienze di presentazione di Rifondazione Comunista che sono andate benissimo in coalizione col campo largo e altre che sono andate invece male. Ciò non ci dice nulla sulla bontà di una presunta (e presuntuosa) sintesi generale sulla linea da tenere: non è stata sbagliata affatto la presentazione ad Imola dove il PRC arriva poco sotto il 2%, così come è non è stata sbagliata la presentazione nella coalizione progressista a Venezia, dove la lista non raggiunge l’1% e si ferma allo 0,85%. La contrapposizione correntizia voluta da Paolo Ferrero e dai dirigenti della corposa minoranza del Partito e, per questo, alimentata indirettamente da uno scontro speculare imposto, perché praticato con costanza e non senza un rendimento negativo, di oggettivo nocumento, per il Partito proprio a ridosso del voto, non porta nulla di buono.
Non aiuta nessuna e nessuno a recuperare ciò che invece è necessario: il fatto che Rifondazione Comunista può portare in ogni contesto in cui riesce ad essere presente un valore aggiunto. A questo si deve puntare. Non alla purezza da un lato o all’alleantismo a tutti i costi dall’altro. La mia opinione in merito, poi, credo sia nota a chi frequenta queste pagine: non ci possiamo permettere di essere un partito comunista moderno che pensa di prescindere dai rapporti di forza esistenti nell’attuale contesa politica. Se vogliamo interpretare i bisogni dei più fragili e deboli di questa società, non abbiamo nessun diritto di proclamare una autonomia che altro non è se non estrema capitalizzazione di una capacità di condizionamento solamente pensata e non praticata. La costruzione della sinistra di alternativa in opposizione ovviamente alle destre a poi anche al campo largo non è il principio propulsione di una tendenza egemonica in senso gramsciano.
Tutto il contrario, tutto l’opposto. È una estremizzazione così parziale delle posizioni della sinistra e del progressimo da rendere il ruolo di Rifondazione Comunista puramente testimoniale e niente di più. A questa finzione dell’essere partito si contrappone invece il coraggio di compagni come Massimiliano Farrell che a Mortara, attorno alla sua giovane figura, ha radunato una coalizione composta dal PRC, dal PD e da AVS ottenendo un ottimo risultato per l’insieme della proposta e, nello specifico, anche per Rifondazione. Esempi in questo senso, ma anche sul fronte delle presentazioni autonome dalle coalizioni nazionalmente intese, ve ne sono molti e nessuno va né preso ad esempio in modo assoluto e nemmeno sminuito nello stesso modo. Dobbiamo sconfiggere una mentalità da assedio permanente nei nostri confronti.
Dobbiamo tornare a dialogare senza pensarci, per questo, traditori della Causa. Dobbiamo conservare la nostra capacità critica nell’essere disposti al confronto pratico. Se sapremo metterci su questo viatico, allora, il piccolo potenziale che Rifondazione Comunista ha saputo esprimere in queste elezioni, sarà la premessa per nuovi balzi in avanti. Altrimenti…
MARCO SFERINI
26 maggio 2026
foto: elaborazione propria



















