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Le meravigliose avventure del barone di Münchhausen
Il verbo “esagerare” deriverebbe dal latino “ex agger” che, letteralmente, significa “oltre l’argine“, quindi senza alcun contenimento, fuori ogni misura, incontenibile, privo di qualunque possibilità di essere frenato, ridotto caso mai alla ragione o al rispetto di regole, leggi, dettami vari.
Chi esagera solitamente è colto in fallo nel momento in cui il suo fare, il suo dire, il suo essere si scollano talmente tanto dalla concretezza del reale da divenire paradossali senza bisogno di alcuna dimostrazione: l’esagerazione è, proprio perché riconoscibilissima, una evidenza manifesta, una oggettività inconfutabile. Chi fa lo smargiasso è presto scoperto e smascherato.
Ma è anche vero che ci sono tipi differenti di smargiassaggine: c’è quella innocente del raccontastorie sognatore, fantasticamente aggrappato al millantamento molto innocente di epopee proprie o di altri che conserva nel proprio eloquio la voglia di condividere l’iperuranicità dell’immaginazione allargata e distesa nella sobrietà di una mente che fa del puerile una virtù primaria; c’è quella invece boriosa, ostentatrice di capacità superumane.
Bisogna distinguere, quindi, tra l’altezzosa presunzione e la bonaria voglia di attrarre l’attenzione solamente per divertirsi e far divertire. Questo secondo caso sembra proprio quello de “Le meravigliose avventure del barone di Münchhausen” (Garzanti, 2006) la cui genesi è piuttosto singolare così come lo sono le storie descritte che hanno appassionato soprattutto tante generazioni mittleuropee e nordiche. Pare che il romanzo sia comparso episodicamente su una rivista umoristica prussiana nel 1781 e che, con più certezza, sia stato messo insieme da Rudolf Erich Raspe quattro anni dopo.
Di certo c’è che, dopo la rielaborazione di Raspe, il tutto venne tradotto molto accuratamente in tedesco da Gottfried August Bürger che è rimasto, per così dire, l’autore ufficiale o, se vogliamo, quanto meno il “referente” della ampia diffusione che ebbe proprio nel mondo germanico. Realmente esistito è colui a cui si è dato il compito di narratore delle fantastiche avventure di guerra e di viaggio: il barone Karl Friedrich Hieronymus von Münchhausen, vissuto durante quasi tutto il XVIII secolo, era un nobile piuttosto stravagante ma comunque ligio al suo dovere.
Combattente contro i turchi nella fila dell’esercito russo, finì in prigione e si sposò due volte: una delle quali in tardissima età e, chissà se per colpa della senescenza, il secondo matrimonio finì con un divorzio tutt’altro che onorevole per la sua casata. Qualcuno afferma che questo personaggio fosse solito vantarsi delle sue imprese e, appunto, esagerasse un tantino (si colga per favore l’eufemismo insito nell’utilizzo ironico del termine!) con le descrizioni appassionate di questo o quell’evento che lo avevano riguardato.
Che tutto questo sia vero o meno, il barone non avrebbe mai oltrepassato la soglia dell’anonimato imposto dalla Storia alle grandi masse di uomini che non la fanno direttamente (quindi facendola subire, molto spesso, proprio ai popoli…) se qualcosa di verosimile vi fosse stato nel suo esaltarsi come eroico campione di gesta belliche, come sopportatore di imprese tutt’altro che comuni e anche soltanto risolvibili con l’erculea forza o la sapiente intelligenza di qualche mitologico eroe del passato.
Le sue esagerazioni, ascoltate e riascoltate, devono essere state lo spunto per una serie di racconti che, effettivamente, ottennero un grande successo perché il limite alla fantasia non era ponibile e, anzi, il presupposto di questo romanzo divenne proprio l’esagerazione per l’esagerazione che, tuttavia, non fa di Münchhausen un impenitente, incallito, perfido bugiardo. Tutt’altro. Diviene un eroe delle favole, un antesignano del genere che oggi chiamiamo “fantasy“, perché tra le righe traspare veramente molta genuinità, nonstante si tratti di immaginazione bell’e buona.
Il barone è ritratto da Raspe e da Bürger come un candido sognatore, un eroe per caso che, tuttavia, mette il suo impegno nelle ardimentose imprese che narra: il fatto che non provi vergogna nell’esagerare sé stesso e il suo fare, è la dimostrazione della sua completa bontà di fede. Crede a quel che dice? Nel romanzo certamente sì. Se lo credesse anche nella realtà, in quei salotti aristocratici prussiani di metà Settecento, è un po’ più difficile da dirsi.
Ma, pure qui, il dubbio sorge: se non fosse stato un tantino un credulone, allora sarebbe stato chiaramente un millantatore presuntuoso. Invece, dall’ispirazione data ai suoi autori (prima anonimi e poi conosciuti) possiamo in qualche maniera evincere che il signorotto era spinto a raccontarsi favoleggiando quasi istintivamente, senza alcuna malevola voglia di ingannare o turlupinare chicchessia. Quali sono le qualità che si fornisce senza limite alcuno? L’astuzia, naturalmente. E poi la forza, nemmeno a dirlo. Ed ancora, a complemento di questa diade, il coraggio.
Non vi ricorda qualcuno che sognava sul campo di battaglia che non c’era e che voleva salvare una principessa che era invece una contadina di provincia? C’è del donchisciottesco secentesco in questo romanzo di un secolo dopo che rimane un unicum nel suo genere, perché, a differenze del capolavoro di Cervantes, non narra le gesta di un nobilissimo cavaliere errante con il suo scudiero, il tutto a metà tra la realtà in cui si muovono e la simpatica follia del filiforme uomo d’arme.
Münchhausen, fatti salvi i tratti storici dei racconti, è completamente calato nell’immaginario dell’imaginifico: lui stesso è il protagonista dei sogni, delle amenità in cui le avventure fantastiche si tengono e in cui si legge comunque sempre l’aspirazione intrinseca dell’umano per il superumano, per l’oltrepassare il confine del possibile, del finito, dell’irrimediabilmente recluso entro l’assenza di eccentricità della cruda realtà dei fatti. Nel mentre parla del suo viaggio sulla Luna, fatto grazie ad una navicella volante, pare di leggervi oggi quasi una precognizione.
Non si tratta soltanto di andare al di là del vivibile ma anche dell’invivibile: della morte in quanto irreversibilità quasi molesta. Il cavallo diviso a metà che continua a vivere mentre tutto attorno la battaglia si svolge aspramente, è certo una straordinaria storia fantastica ma è pure una metafora, se vogliamo un po’ stravagante (e per questo ancora più affascinante), che riguarda la sconfitta dell’ammissione, della rassegnazione all’evidente pochezza dell’umanità di fronte ai fenomeni naturali che la comprendono e che ne determinano la sorte.
L’inverosimiglianza della narrazione apre le porte ad una eterogeneità delle possibilità del raccontare che non deve per forza essere sempre e comunque sostenuto dalla piena aderenza a ciò che realmente viene percepito dai sensi nella quotidianità dei fatti. La mitologia greca e romana aveva, da questo punto di vista, regalato al mondo più moderno, insieme ai fantastici racconti de “Le mille e una notte” ed al Ciclo arturiano, un mondo immaginario davvero esaltante, ricchissimo di spunti per tantissima nuova produzione in merito.
Tutta la folta narrativa che riguarda le epopee dei grandi guerrieri, dai Nibelunghi alla furia di Orlando del Tasso, passando per qualche novella decameroniana, dalle avventure del cosiddetto “Ciclo romano” per arrivare a quello carolingio, è una premessa feconda per una modernità dell’immaginazione che ha anche avuto bisogno dello sviluppo tecnologico per inventare nuovi mondi, ma che, sostanzialmente, è sempre partita da questa Terra per oltrepassare la Terra stessa e tutte le sue contraddizioni.
Anticipando Verne, il barone di Münchhausen viaggia anche al centro del pianeta dove scopre delle vere e proprie meraviglie geologiche e, manco a dirlo, popolazioni sino ad allora completamente sconosciute. L’attenzione dell’autore va nella doppia direzionalità del basso e dell’alto, perché l’aspirazione umana è quella di conoscere ciò che non può raggiungere con gli occhi e che, quindi, finisce con l’immaginare con la grande forza della mente. Quando, poi, l’aristrocratico raccontastorie descrive il suo avventuroso viaggio in cui è stato inghiottito da una balena, si comprende quanto di lui sia rimasto nei secoli successivi.
Iconica rimane l’immagine del barone che viaggia, avanti e indietro sul campo di battaglia, a cavallo delle palle di cannone. Non solo Collodi, ma anche Calvino (nella “fiaba italiana” intitolata “I cinque scapestrati“) si rifanno alle gesta di Münchhausen, ne rinverdiscono il genere mutuandolo, adattandolo ai tempi e creando i presupposti per un ulteriore salto generazionale che prenda anche a pretesto l’innovazione per rimettere al centro dell’attenzione dei più giovani certi racconti che possono apparire sempliciotti rispetto alle complesse trame odierne, ma che, invece, conservano un indubbio fascino.
Per celebrare questi capolavori si può fare riferimento, a titolo esclusivo di esempio, al ruolo che ha il bianco e nero cinematografico nell’epoca della digitalizzazione, del 4K, di tutto ciò che è riproducibile al di là dell’immaginazione perché non si sarebbe potuto pensare, soltanto poche decine di anni fa, che non sarebbe più occorso ricostruire interi set per fare film d’eccellenza, ma si sarebbe potuto ricorrere al computer.
Certo, qualcuno può negare che il bianco e nero abbia questo fascino del cinema vero e proprio o, quanto meno, del primordio che incanta per il chiaroscuro e per il sonoro zoppicante. Ma rimane il fatto che da quelle immagini nasce impetuosa tutta la storia seguente del cinema come Settima Arte. Proprio il cinema, nel 1988, per la regia di Terry Gilliam, si occuperà del nostro barone. A dargli il volto sarà John Neville che sarà benevolmente accolto dalla critica per la “leggerezza” rappresentata dai racconti.
In fondo quello che veramente contava e conta è il fatto che, leggendo le storie fantastiche e inverosimili di Münchhausen, ci si diverte sempre e fugge via, anche se per poco, dalla asfittica mediocrità del possibile, del vero, del reale che siamo costretti a vivere sotto il peso delle regole e del consueto. La fantasia è libertà, è anarchicamente inebriante e, dunque, perché non provarla ogni tanto?
LE MERAVIGLIOSE AVVENTURE DEL BARONE DI MÜNCHHAUSEN
GOTTFRIED AUGUST BÜRGER
GARZANTI, 2006
€ 9,50
MARCO SFERINI
16 luglio 2025
foto tratta da Wikipedia
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