Le linee guida contro la crisi

Domanda retorica: “Ma se i governi di stabilità nazionale di Monti e Letta dovrebbero farci uscire capitalisticamente dalla crisi del capitalismo, come mai i poveri in Italia sono esponenzialmente...

Domanda retorica: “Ma se i governi di stabilità nazionale di Monti e Letta dovrebbero farci uscire capitalisticamente dalla crisi del capitalismo, come mai i poveri in Italia sono esponenzialmente aumentati e toccano quasi i 10 milioni di persone?”. Non vi affannate a rispondermi. Come vi dicevo la domanda è volutamente retorica. Ma non provocatoria.

E’ del tutto evidente che il perfetto scienziato pazzo che provoca una patologia non adopera la medesima scienza per curare quella malattia appena inventata.

Il fatto è che ci troviamo innanzia ad una crisi economica tutta sistemica, quindi causata dalle contraddizioni che caratterizzano inevitabilmente il capitalismo che modifica le velocità di aggressione alle politiche dei vari stati, che mette il turbo nello scontro tra poli continentali che consolidano le loro fortilizie fragilissime stabilità fondate sempre sullo sfruttamento del lavoro e sulla tassazione indiretta che penalizza quindi meno i potentissimi suoi agenti e molto la grande massa di quelli che a buona ragione possiamo chiamare ancora, senza purtroppo cadere nell’anacronismo, “sfruttati”.

Purtroppo il livello di coscienza e di consapevolezza, dunque, di quanto avviene è così basso da consentire al qualunquista di turno di identificare nella politica la colpevole per antonomasia e per eccellenza, senza pronunciare una benché minima parola sulle vere ragioni dell’impoverimento di oltre 9 milioni di cittadini che vivono in Italia.

Un dato che da otto anni non cresceva così vertiginosamente e che oggi si mostra in tutta la sua potenza.

In termini elettorali, potrebbe essere tutto l’elettorato del PD o del PDL: entrambi hanno circa nove milioni di consensi. Ma la coincidenza numerica non è coincidenza ideale, sociale e politica.

La crisi economica viene riversata ogni giorno che passa sempre e solo sulle spalle dei più deboli e, osservando le vicende di questi ultimi giorni da questa angolazione, è così offensiva l’approvazione da parte del Senato dell’acquisto dei cacciabombardieri F35, da risultare quasi incredibile.

Un buon liberale, di vecchia scuola, avrebbe messo da parte questa folle (in tutti i sensi) spesa e avrebbe impiegato le casse dello Stato per potenziare sia il pubblico che il privato nei settori di prima necessità: scuole, ospedali, strutture di accoglienza per i più disagiati.

Invece il liberismo, che è di nuova e pessima scuola, gestiste il disagio sociale con l’indifferenza, con la tipica ipocrisia di chi spaccia il sostegno all’industria bellica come ad una nobile concretazione degli articoli costituzionali: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Appunto, la difesa, non l’offesa. Gli F35 ci offendono pecuniariamente, moralmente e costituzionalmente: sono una tassa che questo Stato deve pagare ai mercanti d’armi e al patto atlantico. Magari per bombardare domani la Siria o l’Iran, mentre dai telegiornali ci verrà propinata la solita cantilena della missione di pace, umanitaria, della necessità di portare la democrazia laddove non c’è.

Il governo delle larghe intese non si fa molti scrupoli: PD e PDL sono equipollenti, paritetici e consolidano ogni giorno che passa l’asse che li unisce. Tanto basta per far dire al PDL che Renzi potrebbe essere il prossimo premier e che potrebbe continuare sulla linea attuale: pacificazione nazionale tra gli “opposti” politici d’un tempo e unità d’azione in nome della più squallida delle argomentazioni: il benessere del Paese.

Viviamo in un’epoca in cui ipocrisia e spese militari hanno lo stesso valore: eccessivo, quasi incommensurabile.

Rilanciare una politica di opposizione a questa crisi indotta e diretta dalle agenzie nazionali della BCE, quindi dai singoli governi, dovrebbe essere la priorità per la sinistra italiana, per i comunisti.

Purtroppo non c’è colla che tenga, non c’è amalgama possibile; sembra di vivere guevarianamente nell’ “anno in cui non andammo da nessuna parte”. Un po’ petarpaniamente siamo nell’ “isola che non c’è”. O forse siamo rimasti gli ultimi e gli unici a renderci conto di come stanno veramente, nel loro complesso, gli intrecci tra politica ed economia e il dominio che quest’ultima mantiene sulla sovrastruttura formata dalle istituzioni nazionali e continentali.

Non c’è riforma sociale che possa frenare l’impeto della crisi economica. Non c’è per il semplicissimo motivo che ogni riforma sarebbe attentamente passata alla censura e alle opportune modificazioni di un governo e di un parlamento che non sono indipendenti l’uno dall’altro visto che l’opposizione parlamentare non ha la minima possibilità numerica di esercitare delle pressioni sulla maggioranza visti i trucchi elettorali che permettono di attribuire gli emicicli quasi interamente a singole coalizioni.

L’altalena delle discussioni diventa così inutile e la funzione stessa del Parlamento è mortificata e vilipesa sempre nel nome della stabilità dei governi.

Governi che non si riesce nemmeno a formare e che si è costretti a costruire con geometrie di composizione di un asse borghese ricomposto dopo decenni e decenni e che ora sembra superare anche gli attacchi e le piccole crisi nazionali e internazionali che lo investono.

La sinistra e i comunisti, si dice sempre più spesso, non contano e sono residuali.

Io credo che non sia così. La marginalità c’è fin quando è marginale la coscienza dei fatti e fino a quando la cruda realtà della povertà non diventerà così gravosa da far aprire le menti e gli occhi. Ma non per generare nuovi malpancismi populisti; semmai per individuare una nuova soggettività politica che punti a diventare forza di consenso e forza di elaborazione di una vera alternativa.

I modelli a cui ispirarsi sono molti e spesso tra loro contraddittori. Noi esultiamo per Syriza che si fa partito, ma saremmo pronti in Italia a liquidare l’esperienza comunista per formare un partito non dichiaratamente comunista, quindi anticapitalista?

Eppure Syriza è quanto più di sinistra oggi si trovi sul banco della politica greca. Nel contesto europeo le sfumature sono maggiori, ed è un bene che sia così.

Vado ripetendo da tempo che la vera contraddizione dell’agone politico è proprio l’ibridismo del Partito Democratico: è il PD stesso.

Se andasse in pezzi questo agglomerato di culture diverse e sempre meno amalgamabili, allora si aprirebbero praterie di scenari politici che nemmeno immaginiamo.

Ma, ormai, credo che si debba prescindere da questa ipotesi, soprattutto se pensiamo di ricostruire un fronte delle sinistre che non sia demagogico, che non sia leaderistico, che non sia aprioristicamente né votato al governismo né tanto meno all’opposizione pregiudiziale.

Abbiamo delle linee guida e molta esperienza alle spalle. Ciò che possiamo fare per affrontare la fase economica, politica e sociale attuale è resistere per esistere. Ed esistere oggi non deve voler dire piegarsi alle compatibilità e ai punti di vista del mercato. Il contrario, semmai: vuol dire riproporre un punto di vista anticapitalista, comunista, se è necessario spiegando cosa deve voler dire essere comunisti e proporre l’alternativa allo stato di cose esistente.

Non una utopia, ma la concretezza dell’unità sociale per affrontare insieme, collettivamente, appunto una crisi che ci viene scaraventata addosso dal ristretto gruppo di banchieri e poteri economici che governano il pianeta e che sono pronti a tutto pur di mantenere intatti i loro privilegi secolari.

MARCO SFERINI

17 luglio 2013

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