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Marco Sferini

Le linee dei fronti che avanzano sulla pelle dei popoli

In un articolo del 14 luglio 1853, Marx scrive sul “New-York Daily Tribune”: «L’Orso russo è di certo capace di tutto, almeno fino a quando sa che gli altri animali con cui ha a che fare non sono in grado di fare nulla». Tempi, luoghi, circostanze sono tanto differenti rispetto a quasi due secoli fa da rendere impossibile anche un timido accostamento tra la politica estera di San Pietroburgo in allora e quella di Mosca oggi. Ma, tant’è, questa citazione permette di individuare una caratteristica che, probabilmente, non è soltanto ascrivibile alla Russia ma a molti altri Stati che si fanno potenze, che lo divengono proprio per la debolezza altrui.

Ciò descrive, quindi, un carattere piuttosto comune delle tendenze di sviluppo nuove di un multipolarismo in cui tutti paiono un po’ contro tutti e le nuove alleanze internazionali sono ancora tutte da costruire: BRICS compresi, il cui principio di esclusività – notato da parecchi analisti del settore – sta venendo meno data la pervasività da cui si sono fatti prendere in funzione oggettivamente antiamericana. La fragilità dell’imperialismo della Repubblica stellata è quindi un dato conclamato; una conseguenza della fine del bipolarismo da Guerra fredda tramutatosi in un unipolarismo impossibile da sostenere, alla lunga, nella competizione mondiale.

Però, per quanto riguarda i BRICS, sebbene qualcuno ritenga di poterli ascrivere all’alternativa anti-sistema rispetto al modello liberista occidentale, riesce difficile pensarli come l’unione dell’anticapitalismo moderno, di un socialismo dalle grandi speranze. La presenza della Cina non è, di per sé, una garanzia in questo senso: la Russia stessa punta ad un nuovo proprio esclusivo rinascimento e si è mossa su molti fronti per far avanzare le proprie pretese imperiali. La guerra subita dagli ucraini è, niente di più e niente di meno, se non un pretesto per continuare un espansionismo da entrambi i fronti sul terreno del conflitto. La NATO e gli occidentali da un lato, Mosca dall’altro.

I BRICS sono, al momento, la risposta ad un ordine mondiale che è disordine. Ma non per questo divengono automaticamente un ordine mondiale fondato su un nuovo modo di intendere i rapporti economici, sociali e civili. Le differenze al loro interno sono quasi incommensurabili. Basti pensare agli Emirati Arabi Uniti e al Brasile, al Sudafrica e all’India. La loro espansione, l’aumento del numero dei partecipanti all’alleanza, semmai gareggia con un tipo di rappresentanza globale simile a quella rappresentata dalle Nazioni Unite, ma di alternativa di società rispetto al modello occidentale è francamente improprio parlare.

L’Europa, l’altra grande alleanza di paesi che hanno pensato, per qualche tempo, di riuscire altamente competitivi sul piano globale, oggi fa i conti con uno sfarinamento delle proprie politiche interne, registrando una instabilità che rischia di aumentare, logorando quel poco di unità che rimane nel nome della moneta e della Banca centrale. La Germania, superando persino l’asse franco-tedesco in ciò, sta divenendo la forza trainante di un Vecchio continente di cui è molto difficile poter dire quanto abbia ancora bisogno della finta confederatività dell’Unione. Il richiamo al riarmo a tutto spiano, l’adeguarsi supinamente ai desiderata della rinvigorita Alleanza Atlantica, non salverà la UE dalla crisi verticale che l’attraversa.

Qualche tempo fa, e comunque ormai a molta distanza da quella fine di febbraio del 2022 quando iniziò quella che Putin definì l'”Operazione militare speciale” contro l’Ucraina, si parlava ancora soltanto di “guerra per procura” negli ambienti intellettuali e analistici di chi aveva e ha ben chiaro il carattere dello scontro tra i due imperialismi sul terreno del Donbass e degli altri oblast invasi dalla Russia. Ma ora, a ben vedere, ci troviamo sempre più in una guerra per più procure, a doppia procura anzi. Russa da un lato ed americana dall’altro. Mosca respinge i confini della NATO, Washington li vuole espandere e, soprattutto, intende fare dell’Ucraina, come pensa di fare per Gaza, un grande affare.

Un affare nel periodo postbellico, nella fase delle ricostruzione che non riguarderà soltanto il commercio di armamenti, che pure continuerà impetuoso, sostenuto dalla Commissione europea di von der Leyen; ma pure la ridislocazione di industrie estrattive, di grandi appalti per ogni settore: dal militare al civile, dalle basi alle città, dalle infrastrutture di ogni tipo alla rimilitarizzazione di un paese che sarà in ginocchio. Già ora, sotto la pressione dell’aumento dei bombardamenti sulla capitale e sul fronte che, seppure lentamente, avanza, c’è chi ritiene prossimo un collasso interno all’esercito di Volodymyr Zelens’kyj.

Al fronte si è passati dalle tattiche di offensive e controffensive dei primi mesi ad una guerra di logoramento vera e propria che, con l’inizio di ogni inverno, questo del 2025 compreso, si riconverte in una di movimento, tentando qualche spallata per arrivare oltre i confini degli oblast già dichiarati parte integrante del territorio russo. Il governo di Kiev non fa, in questo frangente, se non mostrare una acutissima debolezza strutturale che gli deriva da un contesto in cui le prime fratture interne preannunciano tensioni che dilagano. Gli interessi si fanno sentire, il nemico preme e lascia intendere che sarà generoso con coloro che tradiranno.

Ma la corruzione in Ucraina esiste, e non da oggi. Zelens’kyj lo ammette e, per quanto i giornali e le televisioni occidentali si sforzino di far apparire il paese come una repubblica democratica dai tratti assolutamente europeisti, la legge marziale da un lato e le limitazioni della libertà di pensiero, di associazione e di stampa dall’altro ne hanno fatto un regime molto, molto simile ad alcuni suoi confinanti che gli sono, invece, apertamente ostili (l’Ungheria, caso mai non si fosse capito il riferimento…). Si afferma che la sconfitta di Kiev sarebbe la sconfitta dell’Occidente.

Ed è così, se si attribuisce ad una affermazione del genere il carattere che realmente ha: quello di significare che l’imperialismo dell’Ovest segnerebbe un punto in meno rispetto a quello dell’Est. Non c’è compiutezza democratica al di qual dei Carpazi e dittatura assoluta al di là. Luci ed ombre giganteggiano tanto da un lato quanto dall’altro della barricata bellica posta a sud-est. Il paventato scenario coreano, quello della guerra senza una vera fine, non è un fantasma oggi rubricabile come qualcosa che si staglia sullo sfondo della tragicità di questa contesa. Anzi, si ripresenta con determinata prepotenza per il fatto che, a meno di avere delle smentite in tempi piuttosto brevi, non si vede la fine della guerra.

Non si riesce nemmeno ad immaginare quale sia il punto di caduta che possa portare al cessate il fuoco, ad una anche provvisoria fine delle ostilità. Putin prosegue in una inesorabilità di una lentissima avanzata che nemmeno lontanamente fa ricordare i primi tre giorni di invasione, quando le truppe e i carri armati di Mosca erano giunti quasi alle porte di Kiev marciando dal sud della Bielorussia. In fondo, il presidente russo gioca la sua partita su più tavoli: con la NATO e l’America sul terreno ucraino, con India e Cina nell’alleanza dei BRICS, con altri attori regionali, come Iran, Siria e Corea del Nord ottenendone anche un discreto appoggio in termini militari (truppe prima e sminatori nella regione del Kursk poi).

Sul fronte meridionale, quello che si apre dal Mar Nero al Mediterraneo, e che vede protagonista la Turchia nell’area euro-mediorientale, la situazione rimane invece piuttosto disomogenea, propriamente liquida; le trasformazioni politiche e militari qui sono tutte in divenire: la questione israelo-palestinese, del resto, pesa come un macigno sulle sordi della regione e le mire di Ankara sono ibride come i suoi comportamenti in politica estera: membro della NATO, porta verso Oriente, nell’asse che riecheggia l’antico triangolo che la lega all’Azerbaigian e al Pakistan, l’ex repubblica laica fondata da Mustafa Kemal è un crocevia veramente interessante.

La Russia putiniana vi guarda con grandissimo interesse, così come guarda alle coste africane: dalla Libia fin nel profondo dei più consolidati conflitti interetnici che permangono e che sono molto dimenticati dal nostro mondo occidentale. Poi c’è l’Unione Europa a fare da contorno ad un mondo che si agita e in cui i Ventisette non trovano esattamente una collocazione tra trumpismo da un lato, putinismo e xijinpismo dall’altro. Non era proprio così che sarebbe dovuta andare nei sogni dei grandi leader europei dell’epoca, quando si è pensato all’allargamento ad Est dell’Unione.

Oggi come oggi, del resto, rimane piuttosto incerto il futuro di Bruxelles e Strasburgo (nonché quello di Francoforte) senza che si consolidi un rapporto tra Berlino e Varsavia. Quella è, in sostanza, la porta blindata di sicurezza che protegge da eventuali incursioni da Est. Ma chi paventa l’invasione da parte di Mosca, stando a vedere i piani del Cremlino, sbaglia di grosso. Certo, i droni russi sorvolano molte città europee e non si capisce bene da dove partano, se abbiano dei punti appoggio nella stessa Europa. Ed allora si apre una grande questione che ha dello spionistico nel suo più profondo, oscuro dilemma.

Sta di fatto che l’Europa di oggi, se confrontata a quella di tre anni fa, è già profondamente cambiata: nel passo economico-finanziario, nella reciprocità, nell’alleanza stretta tra Parigi e Berlino (ognuno poi ha le sue grane interne con nazionalisti di ogni metro e misura…), nell’ostilità ungherese da un lato (pro Putin) a quella dei Baltici, della Polonia e della, per così dire, prima linea del fronte eventuale in caso di attacco russo al territorio della NATO. Il mutamento europeo è, quindi, un processo che è già in atto da tempo: la mutazione da economia civile ad economia di guerra avrebbe dovuto lasciar presagire qualcosa nel merito.

Questa guerra che l’Europa vorrebbe vincere nel nome dell’affermazione di una superiorità etica dei valori occidentali, ha già, di fatto, imposto al Vecchio continente un cambiamento radicale e ne ha fatto una miseranda impotenza bellica che sbraita di riarmo e che è incapace di una vera unità difensiva. Abbaia all’Orso russo perché ha, tutto sommato, la copertura (parziale) dell’America trumpiana dietro. Ma questa guerra rischia di essere (ed anzi lo sarà certamente) un’eredità tutta europea della contesa mondiale degli imperialismi in campo e – ribadiamolo – sulla pelle degli ucraini.

Un’eredità lasciata alle generazioni di oggi e domani che subiranno tutta la violenta risacca del conflitto, sui tempi più lunghi, ampiamente perso.

MARCO SFERINI

14 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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