Marco Sferini
Le evidentissime “ragioni” della guerra (indicibili per Meloni)
La battaglia campale è quella di Hormuz. Checché ne dica Donald Trump, la guerra re-innescata da lui e da Netanyahu contro l’Iran non è stata vinta e, però, neppure è stata persa. Si può, alla luce attuale dei fatti, stando così le cose, di una situazione simile allo stallo, ma in cui il rapido evolversi delle circostanze, dei rapporti di forza tanto militari (quindi dell’esaurimento delle scorte di missili, di droni, di bombe…) e delle ripercussioni pesantissime sull’aumento dei costi del petrolio, sta inducendo ad una riconsiderazione generale proprio sui tempi della guerra stessa.
Siamo passati dal conflitto che sarebbe durato settimane e settimane (non smentito da Tel Aviv tutt’ora) ad una “vittoria in poche ore” sull’Iran magnificata da Trump con l’ennesimo post su Truth. Ciò che pare avvicinarsi di più alla realtà e, quindi, ad una oggettiva verità sul campo, è la resistenza del regime iraniano che, seppure privato della figura storica di Alì Khamenei, ha gestito la fase di sommovimento interno con un accordo tra clero e militari, con una nomina alla successione che ora fa assomigliare la Repubblica islamica ad un regime oltre che teocratico anche dinastico.
La guerra, quindi, è tutt’altro che risolta, tutt’altro che finita. Trump ha probabilmente sottovalutato il fatto che la tecnica golpista messa in essere in Venezuela, con il rapimento di Maduro e la benedizione plenipotenziaria concessa a Delcy Rodríguez, non era replicabile in Iran: un regime ben più consolidato di quello bolivariano, un contesto ben più complesso il mediorientale rispetto allo storico “cortile di casa” rappresentato dall’America Latina. Ci può essere stata questa sottovalutazione; ma di sicuro sono intervenuti, nel corso dello svolgimento degli attacchi, altri fattori che hanno impattato sulla certezza della vittoria israelo-americana.
Primo fra tutti il non collassamento del regime, la mancata rivolta popolare che avrebbe dovuto condurre al crollo dell’apparato interno muovendo dalle forze di polizia più di base e, indubbiamente, da un collante con l’esercito. Pasdaran e teocrazia sono ancora saldamente al potere e la loro saldatura pare debba essere misurata, in quanto a tenuta, su elementi particolarmente afferenti ai nodi militari, allo sviluppo tecnologico acquisito, al sostegno di Russia e Cina su questo fronte di approvvigionamento e di implementazione degli armamenti. Così come va commisurata alla questione propriamente strutturale: quella economica che si è dimostrata piuttosto estroversa rispetto ai sommovimenti globali.
Questo neo-impero persiano fondato su princìpi ultrareligiosi, su un teocraticismo che ha legato almeno tre generazioni di iraniani, ha più volte reso evidente che detiene una duttilità di grande adattamento rispetto alle mutazioni globali e regionali: soprattutto nel contesto mediorientale è stato capace di creare, sostenere e rafforzare una rete di gruppi già storicamente presenti nei loro paesi di riferimento e di farne degli alleati sulla base di una condivisione di obiettivi tutt’altro che residuali. Quello che era l'”asse della resistenza” alla penetrazione sionista e americana nella zone ponte tra Mediterraneo e Asia, oggi è stato messo nelle condizioni di non potersi coordinare come un tempo.
Gli omicidi mirati di Israele contro i capi e i vertici di Pasdaran iraniani, comandanti di Hezbollah e Houthi e la stessa genocidiaria aggressione al popolo palestinese nel nome della sconfitta di Hamas, altro non erano se non la premessa per isolare Teheran e sferrare un ultimo, decisivo attacco per eliminare l’unico concorrente possibile nell’area regionale tanto sul piano militare quanto su quello economico. Si sono giocate delle partite che hanno prevalso sulle competizioni affaristiche delle petromonarchie in un passaggio storico per la politica globale e, nello specifico, per quella statunitense.
Dopo l’afasia e l’astenia di Washington sotto la presidenza di Biden, la prepotente prorompenza neoimperialista di Trump ha riplasmato il tutto e costretto tutti ad un aggiornamento dei rapporti di politica estera. La questione che riguarda quindi la redistribuzione del potere nella Repubblica islamica è vincolata ad una serie di interconnessioni tra più livelli della sovrastruttura statale che sono quindi popolari alla base, tecnocratici e militari nel livello intermedio e patriarcali-teocratici in quello superiore, al vertice di una piramide in cui non è in discussione la “guida suprema“. La tenuta iraniana in questa guerra non era scontata.
Qualcuno si interroga su questo dato: come è stato possibile? Come mai la popolazione, dopo i primi bombardamenti, non è scesa nelle piazze e non ha ripreso la rivolta contro il regime? C’è chi scommette, anche tra le giovani generazioni iraniane, che la Repubblica islamica possa sopravvivere in forme differenti rispetto a quelle fino ad ora conosciute: di certo c’è che sono proprio i giovani a non sostenere l’ipotesi che tutto possa rimanere così come è stato fino ad oggi dall’avvento del khomeinismo. La rivendicazione dei diritti umani, civili e sociali non è più qualcosa di indicibile. Ma le potenze occidentali tutto sono tranne che portatrici di una libertà completamente alternativa al regime teocratico.
La disfunzione quasi completa del diritto internazionale rende piuttosto bene il fatto che non è francamente possibile pensare che, al di fuori di esso, si possano fare largo nuovi esperimenti democratici e laici in paesi che, da sempre o da moltissimo tempo, non hanno conosciuto e non conoscono nessuna approssimazione anche timida ai valori della condivisione e compenetrazione tra diritti e doveri, tra sovranità popolare e delega istituzionale. Lo dimostra l’aggressività americana ed israeliana che promana da due regimi di destra estrema che hanno in disprezzo le regole democratiche e che, seppure fingono di aderire ad una piattaforma di rispetto delle loro costituzioni, puntano alla supremazia imperiale.
Il debito americano è enorme, controllato in gran parte dalla Cina, e la reazione statunitense, anzi quella più propriamente trumpiana e MAGA, è l’allargamento di confini che non sono soltanto geopolitici ma economico-militari. Washington e Tel Aviv affermano, nella loro propaganda quotidiana, di voler liberare il popolo iraniano da una dittatura feroce. Una dittatura che è esattamente questo: una teocrazia brutale, repressiva, che impedisce ogni libertà civile, che nega ogni diritto della persona, del cittadino, dell’essere umano che non si uniformi ai princìpi islamici e al potere dettato dalla casta religiosa.
Ma questa oggettività non ne smentisce un’altra: Stati Uniti ed Israele sono alleati a e fanno affari con regimi, se non peggiori, quanto meno uguali a quello di Teheran. E nella più generale danza macabra delle contraddizioni oggettive, la resistenza del regime iraniano alle intromissioni e alle guerre scatenate contro lui rischia di apparire come una sorta di opposizione anticoloniale e, quindi, destare persino delle simpatie nei campi del progressismo, nei settori di sinistra di svariate parti del pianeta. Non bisogna cadere in questa trappola: non sempre il nemico del nostro nemico può essere nostro amico.
Però è bene avere chiaro che la risposta guerrafondaia e imperialista al regime degli ayatollah non è portatrice di nessun tipo di liberazione e di democrazia per il popolo iraniano: così come riesce molto difficile poter ipotizzare che il regime criminale di Teheran sia riformabile, almeno al momento, dal suo interno. Senza l’intromissione israelo-americana, si sarebbe potuto puntare sulla rivolta popolare (comunque non esente da influenze e finanziamenti esteri). Ma date queste attuali condizioni, non si intravede per l’Iran una via d’uscita che non sia quella di uno scongiurare il crollo per il regime da un lato e, dall’altro, di un proconsolarismo neocoloniale.
Il disegno più complessivo va letto attraverso le lenti del materialismo storico e, quindi, seguendo l’odore dei soldi, il viatico della convenienza economica tanto dell’una quanto dell’altra parte. Certo: gli ayatollah si trovano oggi nella condizione di recuperare una sopravvivenza che è un segno manifesto di debolezza rispetto al passato. La fase di consolidamento della loro Repubblica islamica è finita e, lo vogliano o no, se riusciranno a rimanere al potere dovranno pensare ad una riforma del potere stesso, dei rapporti tra istituzioni e popolazione.
Il timore più grande è che una riconsiderazione di questa natura avvenga formalmente nel nome di maggiori diritti ma nasconda alla fine nuovi e peggiori istinti repressivi. La battaglia campale di Hormuz, dunque, è un passaggio fondamentale di questa partita che si sta giocando sulla pelle del popolo iraniano e su quella degli altri popoli vicini. Israele e Stati Uniti non hanno intrapreso mai nessuna guerra senza pensare che ne avrebbero potuto trarre un interesse economico, finanziario e anche militare (oltre che politico). Non molleranno la presa facilmente: soprattutto se la situazione di stallo perdurerà e non si potrà avere la certezza della sconfitta dell’Iran.
La questione petrolifera è uno dei punti focali: soprattutto per quell’America trumpiana che rimane un paese fortemente indebitato nei confronti di tanta parte del mondo e di potenze molto emergenti. Per Israele, invece, si tratta di diventare il referente regionale dell’Occidente e di rappresentare questo ruolo come unica potenza egemone nel contesto completo di un nuovo Medio Oriente. Se si osserva una cartina geopolitica, si potrà notare come l’Iran sia nel bel mezzo di un corridoio economico che va dall’India all’Europa: quell’asse imperiale persiano moderno, che andava dall’Afghanistan al Libano (passando anche per la tormentata Siria), è il motivo della guerra.
Niente altro. Non c’entra la libertà del popolo iraniano, nessuna affezione per un principio democratico che tanto Netanyahu quanto Trump negano nei loro rispettivi paesi con guerre, aggressioni e polizie repressive mai viste prima. Tutto ciò è volutamente ignorato dal governo italiano, da Giorgia Meloni, dai suoi ministri: che non si schierano contro la guerra, che ostentano una sorta di pavida neutralità nei confronti dei motivi che hanno mosso Tel Aviv e Washington a bombardare l’Iran. Chi è trumpiana, del resto, può sconfessare il suo mentore? Può sconfessare sé stessa?
MARCO SFERINI
12 marzo 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














