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Le disavventure della verità

Pilato interroga Gesù: «Quid est veritas?». Letteralmente: «Che cos’è la verità?». Questa icastica frase attribuita dall’evangelista Giovanni al procuratore romano potrebbe essere rivolta a chiunque tra noi e non sapremmo dare una risposta unica e risolutiva. Alcuni affermano che il nazareno avrebbe risposto: «Vir est, qui adest», ossia «È l’uomo che hai davanti». Molto più probabilmente la risposta fu un silenzio affidato alla consapevolezza che qualunque interlocuzione con il romano sarebbe stata impossibile se ci si fosse messi a dissertare sulla verità trascendentale attribuita a Dio.

Così, dopo secoli e secoli di tentativi da parte del mondo ellenico, di quello ebraico, delle filosofie orientali e mediorientali per cercare una soluzione all’enigma, per individuare una qualche ragione ontologica alla base della verità in quanto tale per antonomasia, siamo sempre al punto di partenza. Vale ciò che vale per l’irrisolvibilità dell’esistenza: l’oggettività non è paradigmatica in questi casi, ma, semmai, è una comprimaria rispetto a situazioni, cose e persone che, di tanto in tanto, possono aspirare al grado di veridicità o di verità in quanto evidenti.

Allora, se così è, se ci si avvicina molto prudentemente alla “verità” (ancora con la vu minuscola), sapendo bene che, al pari della pluralità di espressioni di un concetto qualunque, anche questo, su cui si può vagheggiare misticamente, miticamente e filosoficamente quanto si vuole, non tradisce la coerenza della parzialità cui è soggetto essendo un prodotto dell’intelletto umano che, per quante potenzialità possa avere, non ha la capacità di comprensione assoluta dell’esistente, dell’esistenza e si dibatte tra ipotesi meramente materialistiche, scientifiche e creazioniste nel cercare di dare una interpretazione a ciò che ci riguarda.

Umberto Galimberti affascina, come spesso è uso fare, in una esposizione di argomenti così complessi (eppure anche tanto semplici) nel saggio scritto per la collana “Idee” di Feltrinelli (2025) e intitolato: «Le disavventure della verità». L’esposizione lucida, anzi chiarissima, delle tortuose strade percorse dal pensiero umano durante i millenni per arrivare alla soluzione del “quid” citato al principio di queste righe, permette ad ogni lettore di vivere con l’entusiasmo della sorpresa ogni singola riga: il riferimento costante alle terminologie greche, latine ed ebraiche consente – se lo si vuole – di operare ricerche etimologiche altrettanto entusiasmanti.

Il paragone tra le epoche non è solamente un viaggio nel passato. Ma, come incipit quasi necessario, l’autore rivela che l’interrogativo riguarda tanto più l’epoca presuntuosamente moderna, la nostra. Una attualità della domanda su una verità che si deve confrontare spesso e molto poco volentieri con le tante falsificazioni dell’oggettivo, con le sembianze, le apparenze che, di per sé stesse, sono ingannatrici. Citando Heidegger: «Dato che l’apparenza dissimula sé stessa occultando e travisando, diciamo giustamente che l’apparenza inganna. Questo inganno risiede nell’apparenza stessa. È solo per il fatto che l’apparenza stessa inganna che essa può ingannare l’uomo, collocandolo così in una illusione. Ma l’illudersi non è che uno dei modi, fra gli altri, per cui l’uomo si muove nel mondo».

Parte del mito antico, la Verità è soggettiva nell’essere oggettiva, perché comunque ognuno di noi possiede la propria: questo riguarda anzitutto ogni carattere metafisico della nostra cultura. Le credenze popolari, quelle religiose ma, non di meno, le indagini filosofiche che, piuttosto che assomigliare all’empirismo, allo scientismo da laboratorio, hanno della verosimiglianze con ciò che appare a ciascuno e che, seppure la realtà ci appaia oggettiva, è intimamente vissuta con specifiche, singolarissime lenti. Non ne è deformata, non subisce la rifrazione, la deviazione diretta o mediata anche dagli elementi naturali (come l’acqua o l’aria). Ma è un dato di fatto che ognuno di noi interpretando a suo modo la realtà, vive l’oggettività in una declinazione soggettiva.

Può sembrare un paradosso, ma la nostra esistenza, del resto, ne è ricolma. Galimberti demitizza tutta una serie di certezze che noi pensiamo di possedere e che, per esempio, affidiamo alla tecnologia: non è vero – sostiene il professore – che in sé e per sé le strumentazioni, le macchine di qualunque tipo siano neutre a prescindere dal loro uso. Al pari dei social network e dei mezzi di comunicazione di massa il loro utilizzo ne determina certamente una qualità o una negatività nel momento in cui divengono, nella pratica, delle protesi di noi stessi, ma posseggono comunque un effetto impattante nei confronti della società e di ciascuno di noi.

L’affermazione di questo principio di non-neutralità delle invenzioni tecniche risiede nel considerare ognuna di queste come “plasmante” chi la usa «indipendentemente dall’uso» che ognuno ne fa. C’è, dunque, un condizionamento, se vogliamo, indiretto che influisce sui nostri comportamenti, modificando i nostri tempi, la nostra quotidianità e, manco a dirlo, il nostro modo di pensare attraverso un filtraggio della realtà che, altrimenti, senza queste mediazioni tecnologiche, sarebbe certamente differente. Ne fa le spese uno “spirito critico” che diminuisce sempre più di intensità come caratteristica endogena rivolta ad una esterno da noi così capace di mutare repentinamente.

Facciamo evidentemente fatica ogni giorno a rimanere al passo con le notizie, con tutto quello che avviene nel mondo e, non di meno, nella nostra limitrofa realtà nazionale e locale. Così, ciò che un tempo era l’avvicinarsi alla verità da parte dei popoli che oggi riconosciamo come i fondatori di un insieme culturale occidentale, oggi è profondamente differente e distante dal modo in cui noi ci relazioniamo col vero e col falso. Galimberti suggerisce una ripartenza nel nostro profondo, nell’interiorità di ciascuno, rifacendosi alla “dotta ignoranza“, al sapere di non sapere ma comunque al ricercare senza sosta gli elementi conseguenti ad una primordialità del vero che rimane inaccessibile, ma che, in quanto obiettivo permanente, ci spinge alla conoscenza.

Ognuno di noi, in sostanza, ha le sue verità che possono essere messe a disposizione di tutte e tutti per convergenze che non hanno come obiettivo il sapere tutto, ma un sapere parziale, forse parzialissimo, su cui però si può fondare il miglioramento delle condizioni esistenziali (in senso psichico) e di vita materiale che paiono invece essere trascurare nel nome di una assoluta vivibilità della vita. Sintesi che Galimberti molto bene esprime così: «…non è ingiustificato concludere che, se la verità dimora in ogni uomo, rinunciare alla ricerca della verità significa rinunciare ad essere uomini» o, se vogliamo dirla altrimenti, ad essere autocoscientemente umani.

Tra gli altri, capitolo interessantissimo è quello dedicato ai “maestri del sospetto“, quindi a Marx, Freud e Nietzsche, per cui l’ipotesi della verità come solo inganno, come costruzione del tutto mentale nostra, inconciliabile con il mutamento continuo della realtà e, dunque, anzitutto di noi stessi. Lo esplicita molto bene il fondatore della psicoanalisi quando afferma che «l’Io non è padrone in casa propria», perché nel profondo che ci riguarda vi sono tante più cose di quelle che possono «divenir note alla tua coscienza» che, per essere tale, non può prescindere dalla consapevolezza e, quindi, vivere costantemente nella diurnità. Per quanto concerne Marx si fa riferimento al condizionamento tra struttura e sovrastruttura: le idee che ci frullano in testa sono quelle della classe dominante.

Mentre per Nietzsche «…le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura» perché abbiamo antropomorfizzato tutto ciò che ci circonda per assegnare un senso a ciò che, altrimenti, senza questa categorizzazione tutta nostra, non avrebbe alcun senso. Il che va intenso non ritenendo noi e la realtà come estranei costretti ad una chissà quale forma di coabitazione. Bensì come privabile di tutto ciò che è umano, in se e per sé, senza il fine – che le assegna il creazionismo – di essere utile soltanto per chi è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio. La razionalità che noi riconosciamo nel reale è vicendevole perché ci è utile allo scopo di abitare questo mondo senza porci troppe domande esistenziali.

Rinchiusi nel “vivere quotidiano“, ci allontaniamo dalle grandi domande che, spocchiosamente, riteniamo tante volte “inutili“. Ed ecco che ci siamo: l’utilità risiede quindi solamente in ciò che ci fa sopportare la vita e scordare che è impossibile trovare una connessione – se non nell’evoluzione della materia fino allo stadio dell’autocoscienza che noi siamo – tra noi e il cosmo, tra noi e l’esistente. La scienza, che produce delle verità oggettive nella dimostrazione della ripetitività dei fenomeni, nell’esistenza quindi di quelle che chiamiamo “leggi della natura” o, se vogliamo, il comportamento seguito dalla materia nelle sue trasformazioni, è per Nietzsche lo strumento con cui si riporta «qualcosa di estraneo a qualcosa di noto, di familiare, perché ciò che accade regolarmente non ci sembra più problematico».

Qui si tratta di processi che definiamo “logici” perché cronologicamente definibili e inquadrabili in uno schema meccanicistico, per l’appunto ripetitivo che ci permette di avere qualche certezza. Quindi, una qualche forma di verità, seppure sempre molto parziale se raffrontata con la Verità per eccellenza: il Perché dei perché, ossia l’insondabile ragione del fatto che siamo qui e sappiamo di esserci. Ma questa conoscenza si ferma su questo limitare e dà ragione a Socrate. Oltre questo crinale sappiamo, ancora di più rispetto alle presunte oggettività del quotidiano, solo di non poter sapere.

Centoventicinque pagine di immersione leggera in una profondità delle domande che abitano in noi e che, nonostante le distrazioni della vita da vivere (degli obblighi da ottemperare sul lavoro, in famiglia, nelle case, con noi stessi nel rapporto con lo Stato, con gli amici, con i parenti, con chiunque…), non finiscono mai. La conclusione non c’è e, anzi, si aprono nuove frontiere rispetto all’indagine sulla Verità. Scrive a proposito Galimberti: «In un tempo in cui tutto è rappresentazione, dire il vero è diventato un atto sovversivo». Ancora una volta è rivoluzionario quel pensiero, è ribelle e non banalmente consuetudinaria quella parola che va alla scoperta di in mondo di cui pensiamo di sapere quasi tutto e di cui, invece, conosciamo molto, molto poco.

LE DISAVVENTURE DELLA VERITÀ
UMBERTO GALIMBERTI
FELTRINELLI, 2025
€ 12,00

MARCO SFERINI

13 maggio 2026

foto: elaborazione propria


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