Partiamo da questo assunto: ci si è ragionevolmente accorti che il governo delle destre meloniane e salviniane sta mettendo in pratica tutta una serie di modificazioni dell’apparato istituzionale, partendo dalle nomine negli enti, dalla loro considerazione nell’ambito più generale della costituzionale indipendenza tra i poteri dello Stato, che allontanano sempre più dalla democrazia propriamente detta e interpretata, rendendola qualcosa di etereamente formale, cui dover in qualche modo fare riferimento per non generare una protesta diffusa, una sollevazione popolare che si concretizzi in scioperi generali e quant’altro.
Qui siamo. O, almeno, qui pare di essere. Perché vi sono opinioni, del tutto legittime ma anche un po’ pericolose per la sottovalutazione che portano con sé e che esibiscono come quasi una encomiabile lettura pragmatica dei fatti, che inducono a ritenere che persino la controriforma di Nordio nei confronti della Giustizia sia un elemento di innovazione, quasi una boccata di ossigeno per la Repubblica, appesantita da ottant’anni di “immobilismo” costituzionale. Tesi smentita dai fatti, visto che gli interventi sul testo originario della Carta del 1948 sono stati molti e sempre a nocumento del più generale impianto democratico.
I tentativi di scardinare l’equilibrio tra i poteri non sono mancati mai, perché nelle forze più conservatrici, quand’anche liberali, di qualche anno fa, prima che il populismo e il neoconservatorismo più retrivo facesse capolino tra le crisi pandemiche e quelle dell’economia di guerra, vi è sempre stata la tentazione di assegnare al governo un surplus di poteri o, quanto meno, un ruolo primo rispetto agli altri organi dello Stato. Il malanimo verso la democrazia compiutamente parlamentare, con al centro quindi la discussione tra le parti, tra maggioranze e opposizioni, tra le più diverse interpretazioni della società e le tanto oggi vituperate ideologie, non nasce oggi e nemmeno ieri.
Si tratta di una prosecuzione, per altri versi, di quel piano di asservimento del Parlamento ad un volontarismo governativo che ha la pretesa di essere il cuore di una repubblica presidenziale o, come nel caso unico della proposta meloniana, premieristica. Ed oggi, tutto o quasi va nella direzione del rafforzamento del potere esecutivo a scapito degli altri poteri dello Stato. Lo stesso comportamento quotidiano del governo si rivolge a comprimere gli spazi di azione libera dei cittadini che hanno tutto il diritto di organizzarsi, di manifestare e di criticare l’agire di chi siede temporaneamente a Palazzo Chigi.
La destra nostalgica dell’uomo forte, del potere forte, del potere che si prende e che non si assume per delega, viene data ancora oggi come permeabile dal democraticismo, come inserita in un contesto in cui, lo voglia o meno, deve fare i conti: per cui è certamente impensabile che si spinga fino all’abolizione del momento elettorale, del voto in quanto tale, del richiedere la delega popolare per poter avere l’accredito ai palazzi di ogni forma e tipo di governo degli enti istituzionali. Ma non è certamente un’iperbole dell’eccessivo timore per la tenuta democratica del Paese mettere insieme i pezzi di un puzzle che delinea sempre di più la figura di un autoritarismo che avanza a discapito delle regole costituzionali.
Il consesso democratico, civile e civico, il piano sociale fatto di lavoro, associazionismo sindacale, confronto tra le parti e le realtà che compongono il vastissimo e complicato insieme dell’economia nazionale (e non solo) sono minacciati da una progressiva alterazione dei rapporti di forza anzitutto tra i poteri dello Stato, nel nome di una stabilità dell’Italia in un contesto di eccezionalità internazionale. Il governo Meloni agisce come se avesse di fronte a sé non dei cittadini con dei diritti inalienabili e incontestabili, ma delle persone da dividere in categorie a seconda dell’opinione politica, del credo religioso, del colore della pelle, della provenienza e, anzitutto, del ceto sociale cui appartengono o sono costrette ad appartenere a causa delle politiche iperliberiste.
La diseguaglianza è la cifra del governo Meloni: lo è nella misura in cui determina i privilegi di una parte che ora è quella della maggioranza che, un po’ come si diceva un tempo…, “ha sempre ragione” perché è “patriottica” e fa, quindi, ipso facto, gli interessi esclusivi della nazione. E lo rimane perché la sua concezione del potere non è di temporaneità, bensì di preservazione a tutti i costi. Un costo che, al momento, riesce difficile pagare da parte della compagine di governo, perché i contrappesi democratici esistono ancora e, se non completamente stravolti, controriforma dopo controriforma (leggi sulla sicurezza, decretazioni di urgenza, impedimento del Parlamento al confronto libero e autonomo, riforma Nordio, sogni di premierato), dovrebbero in qualche modo tenere.
Ma solo al momento. C’è dunque un pericolo di torsione neoautoritaria in Italia, oggi, nel 2026? C’è un pericolo fascismo, il timore che la Repubblica resti de jure parlamentare e si trasformi de facto in un regime gestito da una maggioranza che, piano piano, diviene l’unico centro su cui verte la politica nazionale e, a cascata, si uniformano tutte quelle locali? La risposta non è così semplice, perché, a seconda di come la si affronta, si rischia di cadere nella banalizzazione di contenuti e di riscontri oggettivi che, invece, esistono e sono molto ben circoscrivibili e definibili in quanto tali. Cominciamo col dire, o semmai ripetere…, quello che non corriamo come rischio: che ci si ripresenti il Ventennio fascista sic et simpliciter.
Per primi noi antifascisti dobbiamo dire chiaramente che va smontata tanto la caricaturizzazione che i postfascisti fanno di paventamenti di un rigurgito autoritario nelle forme, nei modi, persino nelle sembianze del regime mussolinano. Non ritornerà più così, se non nelle rievocazioni altamente patetiche dei nostalgici della camicia nera, dei gagliardetti, delle bandiere della RSI e dell’armamentario di un regime che è affidabile ai musei ma che non può tradursi da becero e squalificante folklore a proposta politica realmente concretizzabile. Ed infatti, Meloni e i suoi hanno indossato qualcosa di più del doppiopetto almirantiano.
Hanno indossato i panni della rispettabilità governativa, del savoir-faire ruffianissimo di chi porta al collo la catenina con la croce celtica e, al contempo, per obbligo istituzionale, celebra le giornate della memoria e, molto pruriginosamente, il 25 aprile. Intimamente sono devoti non alla democrazia repubblicana che è antifascista in quanto contraltare esatto di quello che vi era prima, del connubio tra regime fascista e monarchia sabauda (seppure con i distinguo del caso dopo il 25 luglio 1943…), ma ad una idea di post-democrazia in cui riversare un nuovo modello di Stato non precisamente definibile secondo le categorie novecentesche. Questo perché la reinvenzione degli autoritarismi è innovazione di per sé e in sé.
Non si ripresentano mai uguali ai loro precedenti modelli. Vi si ispirano, anche latamente, e tengono conto del fatto che l’assemblearismo parlamentare è concepibile esclusivamente se si dispone favorevolmente nei riguardi del potere esecutivo e, quindi, non rivendica un ruolo primario nella formulazione delle leggi o nell’approvazione dei decreti. Il governo Meloni non è il primo, certo, a fare incetta di ricorsi a voti di fiducia per oltrepassare il dibattito nelle Camere e fare in modo che ciò che il governo vuole, sia e sia anche immantinentemente. Ma da quando si è insediato, l’esecutivo meloniano ha chiesto sui suoi provvedimenti il voto di fiducia oltre ottantacinque volte. In tre anni, in pratica, una volta ogni undici giorni.
Viene da sé che, così agendo, così concependo il rapporto con il Parlamento, il dibattito deperisce, si snellisce al punto da essere quasi un incidente di percorso, un metodo ancora utilizzabile per discutere del concreto e nel concreto delle leggi solo quando lo decide il governo, solo quando lo consente la maggioranza. Studi pubblicati su una autorevole rivista scientifica, “Parliamentary Affairs“, enumerano chiaramente dei dati inquietanti: il Parlamento italiano è, al mondo, quello in cui si esprimono annualmente più voti di fiducia. Questo significa che il governo interviene a gamba tesa nella politica nazionale, impedendo alle Camere di lavorare con il loro giusto ritmo di analisi delle proposte.
Madri e padri costituenti avevano pensato al meccanismo della “questione di fiducia” per risolvere non sbrigativamente e a discapito del Parlamento importanti questioni sociali, civili, persino umane regolate dalle leggi dello Stato, bensì per fare in modo che si potesse intervenire con celerità proprio là dove questa era necessaria, assolvendo quindi ad un carattere di urgenza che non poteva seguire i normali iter deliberativi delle Camere. Non è questo, tuttavia, l’elemento più confliggente con la democrazia che si può attribuire al governo di Giorgia Meloni. Fa parte di un pacchetto ben ricco, purtroppo, di comportamenti, di intenzioni e di messe in pratica di azioni che vanno nella direzione dell’autoritarismo. Ma altri, come si è potuto elencare, sono i punti più inquietanti.
Facciamo un esempio, ricavabile proprio dalle ultime cronache dei giornali e delle televisioni: l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia, Azione Studentesca, promuove un sondaggio nelle scuole per conoscere gli insegnanti che farebbero “propaganda politica“. Sondaggio o invito alla segnalazione da parte delle studentesse e degli studenti: se c’è un professore che parla criticamente nei confronti del governo, bisogna saperlo. Di qui una sorta di stimolazione a quella che parrebbe una delazione solo se fossimo già in un regime autoritario. Non è così, ma andando avanti così rischia di esserlo. La delazione, in fin dei conti che cos’è? È un fare la spia, è un tradimento. Ma di chi e per chi? Degli studenti in favore di chi rappresenta le opinioni e le politiche della maggioranza di governo.
Un manifestino è apparso nelle bacheche di un liceo di Pordenone. Recita così, letteralmente: «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni? Descrivi uno dei casi più eclatanti». Quindi, una volta venuti a conoscenza che i professori in classe parlano magari non bene di qualcosa che fa il governo che cosa accade? Tutto finisce lì? Si tratta, appunto, solo di quello che è stato definito un “sondaggio“. La conclusione è il caro, vecchio “buono a sapersi“… Intanto si viene a conoscenza di chi dice cosa e del come lo dice. Perché l’invito rivolto ai loro coetanei dai giovani di Azione Studentesca è chiaro: “descrivi“, quindi svolgi praticamente un piccolo tema su quello che accade in classe.
Nel volantino c’è un collegamento da inquadrare per fare la segnalazione direttamente da telefonino. Qualcuno ovviamente minimizza: «Ragazzata!». Ma chi la suggerisce a questi giovani meloniani la “ragazzata” se non un clima di induzione al sospetto, alla circospezione interessata nei confronti di chi viene vissuto non come una persona uguale con opinioni differenti, bensì come un avversario politico cui stare attenti per il momento…? Lo suggerisce un insieme di fattori che dai vertici delle istituzioni vengono già a cascata e uniformano, comprendono, includono entro un nuovo corso che si vorrebbe stabilire in alternativa alle regole della democrazia, della Costituzione repubblicana.
Forse che nella Carta del 1948 c’è scritto che bisogna segnalare ad un partito politico gli insegnanti che la pensano in un certo modo piuttosto che altri? Forse che esiste oggi una legge dello Stato in merito? Oggi non esiste, ma, visti i presupposti, domani potrebbe anche esistere…
MARCO SFERINI
29 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria















