Per quanto singolare possa apparire, ogni morte sul luogo di lavoro è un paradigma esplicito di una condizione molto generale che abbiamo imparato a considerare una sorta di normale conseguenza di un lavoro supersfruttato, povero, oltre ogni minima garanzia di sicurezza, figlio di una deregolamentazione che vale solamente per chi è impiegato in una mansione già di per sé rischiosa e non vale mai invece per chi, dietro ad una scrivania, piccandosi di avere doti manageriali, assume al minor costo possibile e pretendendo anche di averne il massimo vantaggio senza troppi impicci.
La Legge, in questi frangenti, è uno di questi impicci. Nella primavera del 2022 un lavoratore di una azienda agricola di un comune del Torinese si ferisce con la maniglia di una macchina irrigatrice. Non gli avevano spiegato come adoperarla, quindi nessuna anche minima formazione in merito. Visto l’accaduto, i padroni lo caricano sulla loro Maserati e, invece di portarlo all’ospedale, lo lasciano in una piazza e gli raccomandano di dire che si è fatto male in casa…
Poi la vicenda assume i toni dello scontro giudiziario e così, per non incappare in un dibattimento processuale, si arriva all’accomodamento: i padroni pagheranno un risarcimento all’operaio e lui ritirerà la denuncia. Sembrerebbe tutto a posto, ma per un caso che finisce con un accordo e con consensualità ve ne sono decine di altri che restano insoluti, per cui pagano solo lavoratrici e lavoratori, mentre le condizioni di sicurezza nei cantieri, nei cambi, nelle fabbriche, rimangono praticamente inalterate e, dunque, ampiamente al di sotto delle prescrizioni di Legge.
Quando si fa riferimento a casi veramente estremi, eppure frequenti, di sincretismo tra povertà del lavoro, quindi sfruttamento, e cinismo padronale nel nome del profitto, con un completo trascuramento dei diritti fondamentali tanto sociali quanto umani, non può non tornare alla mente il caso di Satnam Singh, stritolato da un macchinario avvolgiplastica e lasciato agonizzante a morire sulla soglia di casa sua dal padrone della ditta per cui lavorava e da suo figlio. Pochi mesi dopo, nel novembre del 2024, un operaio egiziano di poco più di cinquant’anni, caduto da una impalcatura aveva subito la medesima sorte: caricato prima e scaricato poi presso un distributore di benzina…
I lavoratori trattati come oggetti rotti di cui sbarazzarsi, con l’aggravante dell’evitamento dell’indagine giudiziaria, del voler sfuggire alla giustizia per continuare in qualcosa che non è fare impresa, non è assumere, ma schiavizzare, costringere le persone a rinunciare ai loro diritti sindacali, a quelli più basilarmente umani, barattandoli con la disperazione della necessità di dover lavorare per mantenersi e mantenere una famiglia poverissima: Satnam Singh piegava la sua schiena nei campi per soli quattro euro l’ora…
Octav Stroici aveva sessantasei anni, veniva dalla Romania, da una città quasi al confine con la Moldavia. Si era sposato quattro anni fa e lavorava ancora. La sua vita è terminata tra la macerie della Torre dei Conti, in pieno centro a Roma. Il crollo di una parte del medievale edificio lo ha travolto insieme ad altri colleghi impiegati nella ristrutturazione dello stesso. Lui è rimasto sepolto per dodici ore sotto i pesanti mattoni, mentre i vigili del fuoco rischiavano la vita per tentare di salvarlo. Dopo averlo estratto ancora vivo e caricato sull’ambulanza, il suo cuore si è fermato.
Per chi ha un minimo di coscienza sociale e civile, un minimo di empatia umana, la prima domanda è: ma perché un uomo che si stava avvicinando ai settant’anni si trovava ancora al lavoro e, per di più, in un cantiere edile? Tutto questo può essere affrontato con la disinvoltura della normalità? Non deve interrogare, oltre le coscienze, anche le incoscienze di chi non ha fatto nulla in questi anni per mettere fine alla piaga della strage dei morti sul lavoro? Non deve interrogare le incoscienze di un sistema che obbliga una persona a quell’età a dover ancora svolgere mansioni di così estrema fatica e, come si è visto, tutt’altro che estranee al pericolo?
Se Octav lavorava a sessantasei anni, vuol dire che ne aveva veramente bisogno e che non ne ha potuto fare a meno. Questa si chiama violenza. Lo è senza alcuna ombra di dubbio: perché a sessant’anni si dovrebbe essere in pensione, dopo una vita di lavoro, lasciando il proprio posto ai più giovani, alimentando così un circuito di inserimento nel mondo produttivo che rispetti i minimi fondamentali crismi dell’avvicendamento tra le generazioni che si sostengono le une con le altre. Invece questo capitalismo neoliberista ha, nel corso dei decenni, impoverito il lavoro sempre più, aumentato il costo della vita e costretto milioni di persone a subire i peggiori ricatti padronali che sembravano essere retaggio del passato.
La redistribuzione del reddito non è mai stata oggetto di una riforma di governo. Farlo, significherebbe disfare il paradigma di una autoregolamentazione dell’economia di mercato che, così, viene lasciata libera di agire e di sfuggire ad un controllo (seppure parziale) della politica che invece, soprattutto nei partiti di centro (tanto di destra quanto di sinistra), rimane a guardia del barile dei profitti e non fa che tagliare la spesa pubblica nel nome dell’economia di guerra che domina e sovrasta tutto e tutti (tranne coloro che ve ne traggono vantaggio). Il lavoro non viene pagato il valore dato dal costo della sua riproduzione giornaliera.
L’aumento del lavoro povero non è un fenomeno singolare, che di tanto in tanto si incontra nelle cronache del mondo operaio, di quello dello sfruttamento dei giovani e dei migranti: siamo innanzi ad un fatto strutturale, ad un modus operandi del capitale moderno che non si modera davanti a nessuna condizione di disagio manifestamente evidente e di sempre maggiore ampiezza. Il lavoro, in quanto tale, dovrebbe, per quanto sia nel capitalismo comunque una forma di sfruttamento, garantire la sopravvivenza del lavoratore stesso. Ma oggi non è così. Moltissimi lavori poveri questa sopravvivenza non la consentono. Di contro, i manager e i dirigenti aziendali guadagnano cifre spropositate.
Al centro di una reale riformulazione del quadro politico progressista italiano deve essere messa la questione salariale unitamente a quella della sicurezza. Il binomio riguarda, in ogni aspetto duplicemente contemplabile, la salute psico-fisica di chi è forza lavoro oggi e viene assunto per svolgere mansioni che sono potenzialmente pericolose, potenzialmente a rischio di procurarsi qualche invalidità che, senza le dovute tutele, non verrà mai riconosciuta dall’INAIL se si è lavorato in nero, senza alcuna forma di protezione contrattuale.
Non si tratta di una richiesta lunare: la sinistra moderata deve avere chiaro che se non farà di queste esigenze primarie del mondo del lavoro (e del precariato e del non-lavoro) la sua bandiera prima, non potrà mai tornare ad essere riconoscibile e, quindi, riconosciuta come un soggetto di riferimento di chi dipende da altri per la propria esistenza, di chi percepisce oggi dei salari da fame, di chi è assunto per pochi giorni, poche settimane e non può programmare niente di niente che riguardi il futuro della sua e della vita della famiglia che vorrebbe avere e che non può costruire. La sinistra deve ritornare a mettere apertamente in discussione le accumulazioni delle ricchezze, non avendo timore di farlo.
Se scontenterà certi ambienti moderati, vorrà dire che sarà la direzione giusta. Se porterà gran parte del mondo del lavoro a riprendere un dialogo con il progressismo, ad abbandonare l’astensionismo elettorale e a interessarsi nuovamente di una politica che voglia per davvero emancipare le classi popolari, allora una sinistra di questo stampo potrà ambire a sconfiggere le destre e le loro ipocrite proposte di miglioramento delle sorti economiche e sociali dell’Italia del 2025: un Paese sempre più povero, sempre meno garantito, sempre più preda di dinamiche internazionali che obbediscono ai dettami di Bruxelles doppiamente. Dalla Commissione Europea alla NATO il basso è qualcosa di meno dell’essere breve.
Il potere contrattuale dei lavoratori, non c’è dubbio, dipende anche da una lotta per il superamento della frantumazione del mondo del lavoro stesso, della parcellizzazione contrattuale, della divisione tra categorie create ad arte per mettere italiani contro migranti, nord contro sud, piccole contro medie maestranze, centro produttivo e indotto. Octav Stroici è morto perché le garanzie e i diritti mancano, perché i muri crollano, certo, ma anche sotto il peso di una serie di inefficienze che lo Stato, il governo per primo, continuano a non voler risolvere con serie riforme, con interventi decisi e risoluti.
Sessantasei anni, una vita di lavoro, l’emigrazione dall’Est europeo e nemmeno la possibilità di potersi godere la pensione, il resto della vita in pace. La vecchiaia dovrebbe essere la porta di uscita dall’impiego, dalla mansione, dall’essere merce prestata al padrone per fargli fare sempre e soltanto profitto. Dovrebbe essere, in un certo qual modo, un viatico verso la libertà dal servaggio capitalistico. Invece si rivela spessissimo una prigione con rigide sbarre: quelle della necessità, del bisogno che non si può gestire e risolvere in altra maniera se non continuando a lavorare. Anche quando il proprio corpo manda dei segnali inequivocabili e dice: ora basta.
Quando tutta la polvere si sarà posata per terra, quando l’eco del rombo del crollo sarà finita, tutto sarà come prima? Sì, se non si darà seguito ad una vera alternativa di società con una sinistra, con un sindacato, con un mondo dell’associazionismo e della cultura capaci di ritornare ad interagire come un tempo, riprendersi una passione civile, sociale e politica degna di questo nome e abbandonare i tatticismi, i compromessi vili degli ultimi decenni che hanno consunto il progressismo italiano. La sinistra, si dice è stata sconfitta. Più che altro si è sconfitta da sé stessa, inseguendo altro rispetto alla sua missione originaria.
Alla critica indistinta, alla liquidazione totale del proprio passato deve subentrare una riconsiderazione dei valori di un tempo nell’attualizzazione imposta dal presente. I drammi di cui qui si è scritto lo impongono e con una certa urgenza. Non si può lasciare la guida del Paese a questa destra conservatrice, reazionaria, eversiva, scendiletto dell’industrialismo a tutti i costi.
MARCO SFERINI
4 novembre 2025
foto: screenshot tv ed elaborazione propria







