L’attacco di Confindustria e la necessaria risposta di classe

Confindustria sta dettando in questi giorni le linee di comportamento che tutte le aziende affiliate dovranno fermamente tenere ad iniziare dal mese di settembre: l’autunno caldo dei lavoratori, in...

Confindustria sta dettando in questi giorni le linee di comportamento che tutte le aziende affiliate dovranno fermamente tenere ad iniziare dal mese di settembre: l’autunno caldo dei lavoratori, in mancanza di una presa di posizione altrettanto decisa da parte del sindacato, sembra diventare al momento quello dei padroni. La risolutezza di Bonomi è la punta estrema delle prerogative di classe che gli imprenditori esigono mantenere e mettere in pratica come reazione alla crisi pandemica e alle sue ripercussioni sull’intero mondo produttivo che non ha modo di sottrarsi ai mutamenti economici (e strutturali) in corso.

Se c’è un elemento che è emerso durante lo sviluppo del coronavirus, durante i mesi duri della chiusura totale, è la messa in discussione delle granitiche certezze della stabilità capitalistica tanto italiana quanto mondiale. Gli Stati Uniti d’America, a differenza di Cina ed Europa, hanno affrontato il dilagare del Covid-19 con la leggerezza politico-organizzativa di chi deve mostrare necessariamente una minimizzazione dell’evento epocale rappresentato dal virus: tanto al proprio elettorato quanto ai propri grandi punti economici di riferimento.

Ciò perché la contesa mondiale, nella rappresentanza delle esigenze della classe dominante da parte degli Stati, ha visto un deterioramento dei rapporti tra grandi affaristi e speculatori borsistici, magnati di ogni tipo e la Casa Bianca stessa. La risposta trumpiana al virus non ha funzionato nella sua traduzione pratica, giorno per giorno, e ha finito col deludere tutto un comparto di sostenitori che sono, via via, divenuti sempre meno convinti delle capacità del presidente di reagire anche con l’arma della demagogia e dell’inganno della pubblica opinione alla potenza del Covid-19, al suo impatto soprattutto sulle categorie più fragili della popolazione.

In Italia, questo francamente, per quanto si possa essere critici nei confronti del governo Conte bis, non lo si può affermare. L’esecutivo ha fatto i conti con la destrutturazione privatistica della sanità pubblica, portata avanti nel corso di questi anni anche dalle forze politiche che lo compongono nella sua maggioranza; ha, da un lato, lasciato che l’autonomia regionale in materia sanitaria divenisse un principio quasi intoccabile nelle prime settimane di crisi e, dall’altro, ha creato una confusione tra i differenti livelli di potere dello e nello Stato incentivando una sovrapposizione e interposizione di ordinanze e decreti cui è messo ordine soltanto quando l’allarme per la salute si stava trasformando in allarme sociale.

Il ricorso ai DPCM, del resto, altro non è stata se non la manifestazione di questa incapacità gestionale venuta pienamente alla luce davanti alla scelta tra profitti e bene comune, tra economia privata e ridefinizione dei confini di una sanità pubblica che, come primo concetto di partenza di un nuovo modello sanitario nazionale, veniva vagheggiata in tante interviste che hanno creato i buoni propositi frutto della disperazione più che della reale convinzione morale, sociale e dunque anche politica.

Mentre il Fondo Monetario Internazionale si apprestava già ad aprile a sciorinare cifre da recessione globale mai vista e ricordata se non risalendo al 1945, appena terminata la Seconda guerra mondiale, i padroni di casa nostra agitavano questi numeri invece di mettersi al servizio di un Paese e di un popolo intero restituendo parte delle tante accumulazioni di profitti generate in decenni di ipersfruttamento della forza-lavoro.

Lontano dalla tattica fallimentare della minimizzazione trumpiana del virus, il governo italiano, invece di mettere un NO chiaro e tondo davanti alle prepotenze confindustriali nei confronti dei più deboli e del mondo del lavoro, si è dimostrato, nel nome dello stabilimento di una “pace sanitaria” tra le varie categorie sociali e produttive, molto disponibile a dialogare con Confindustria. Soltanto qualche cenno di contrarietà alle critiche rivolte alla gestione di Palazzo Chigi in merito alla pandemia e nulla più in quanto a stigmatizzazioni antipadronali.

Oggi il presidente di Confindustria torna alla carica e denuncia una sorta di “sentimento anti imprenditoriale” che aleggerebbe anche in settori dell’esecutivo e che vorrebbe ispirarne l’azione di governo della fase autunnale della crisi. Nella lettera inviata a tutti gli associati, Bonomi sottolinea che le richieste sindacali sui rinnovi contrattuali (che riguardano ben 10 milioni di lavoratori) vanno accolte ma che i contratti sono da “rivoluzionare“. Un verbo da circostanziare con una spiegazione. Eccola: «…contratti rivoluzionari rispetto al vecchio scambio di inizio Novecento tra salari e orari. Non perché siamo rivoluzionari noi, aggettivo che proprio non ci si addice, ma perché nel frattempo è il lavoro e sono le tecnologie, i mercati e i prodotti, le modalità per produrli e distribuirli, ad essersi rivoluzionati, tutti e infinite volte rispetto a decenni fa».

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole e nemmeno sotto le ventiquattro ore: parrebbe quasi che la pandemia non sia all’origine di questa necessitò di cambiamento contrattuale generale e nazionale, ma che lo sia la scoperta – un po’ tardiva, non c’è che dire – di Bonomi sulla meccanizzazione prima, sulla robotizzazione poi e sull’attuale digitalizzazione delle imprese che gli fanno capo. Tutte quante.

Nella lettera citata, Bonomi poi viene al sodo, al centro della questione. Un centro fatti di altri centri, di punti fondamentali per la Confindustria di battaglia (non che le altre presidenze fossero “socialisteggianti“…): anzitutto nessun aumento di salario. La tesi a suffragio di ciò è la pressoché inesistente tensione inflattiva. Sono esclusi aumenti nelle buste paga per qualunque comparto produttivo: pure per quelli che producono materiali sanitari utili alla lotta contro il Covid-19.

Secondo punto: piena libertà di licenziamento. Secondo Confindustria il blocco dei licenziamenti e il ricorso alla Cassa integrazione prolungata nel tempo avranno ripercussioni sociali non da poco. Indubbiamente se a farle pagare ai lavoratori saranno lor signor padroni. La minaccia è vergata nero su bianco: si deve riformare sistemicamente il mondo del lavoro italiano e lo si deve fare comprendendo nel nuovo impianto di rapporti tra le parti la possibilità di una gestione imprenditoriale slegata da vincoli che impedirebbero alle aziende di muoversi liberamente tra le maglie dei diritti sociali, dei ricorsi sindacali, degli scioperi e delle trattative.

Libertà di licenziamento significa adattamento esclusivamente privato, svincolato da qualunque impegno nei confronti delle maestranze, al fluttuare dei processi espansivi e contratti dei cicli economici nel veloce dinamismo della pandemia su scala nazionale, continentale e globale. Ciò cui vogliono rispondere i padroni è esclusivamente la loro necessità di mettere al sicuro i profitti e di evitare che possano essere impiegati per aiutare il Paese da cui prendono e a cui nulla vorrebbero restituire in termini sociali.

Peccato che il blocco dei licenziamenti, di cui Bonomi si lagna più e più volte nella sua lettera, sia stato completamente finanziato dal fisco italiano e non dalle casse degli imprenditori che sono state ancor più alleggerite dall’onere del rinnovo dei contratti a termine: nella stragrande maggioranza dei casi lasciati cadere nel vuoto dell’abbandono. Dell’abbandono di tante esistenze di lavoratrici e lavoratori finiti in mezzo ad una strada con il Covid-19 che imperversa.

Il terzo eclatante punto dell’epistola confindustriale è la distribuzione dei finanziamenti: a pioggia? Non sia mai! Nessun egualitarismo, nemmeno quello più impropriamente detto e fatto, è da mettere in pratica: i soldi devono essere destinati soltanto alle imprese e molti di più rispetto a quelli che fino ad oggi sono stati distribuiti dal governo tramite prestiti e fondi perduti provenienti dalla Banca Centrale Europea. La pandemia accomuna il capitalismo globale nell’esigere una trasformazione antisociale della vita come nuova linea di partenza di un riscatto del sistema di sfruttamento mostrato come generatore di una evoluzione moderna che supererà anche la crisi del virus.

Se il Covid-19 ha unito le classi sociali più deboli in uno sforzo di mutuo soccorso che non si vedeva da tempo, è anche vero che questo slancio solidale tra poveri, sfruttati e moderni proletari è stato un motu proprio e, nonostante non sia stato affiancato – se non molto marginalmente – da forze sindacali e forze politiche comuniste e di sinistra, che dovrebbero saper riconoscere il momento in cui protendersi verso un impegno unico con la classe di riferimento, assume un grande valore, eguale e contrario rispetto all’attacco padronale nei confronti del mondo del lavoro.

La cosiddetta “invisibilità” di tanti ceti popolari e poveri, che vivevano all’ombra di quello medio e delle illusioni capitalistiche che modellano lo sfondo quotidiano di una vita in cui si crea la percezione della possibilità del successo per chiunque (basta scavalcare i diritti dei propri simili), è venuta meno nel momento in cui la paura ha livellato le coscienze e le ha rese uguali fra loro nei posti di lavoro dove si doveva continuare ad andare nonostante la chiusura totale; così negli ospedali, nei settori amministrativi e in quel terzo di attività produttive che non hanno spento gli impianti.

La condizione di immiserimento della popolazione, accresciuta dalla prospettiva di un futuro prossimo non certo roseo, ha per un attimo rifiutato il canto delle sirene di quel padronato che si è sempre ipocritamente preoccupato dello stato di salute e di sopravvivenza dei proletari soltanto quando questo minacciava anche il proprio stato di salute. L’arroganza e la prepotenza confindustriale sono apparse a tutte e a tutti nella loro più fulgida e tremenda crudeltà, priva di qualunque morale, impossibilitata a ragionare altrimenti se non con il metro dei dividendi generati dai profitti, a loro volta generati da chi produce tutta quella ricchezza ma non ne beneficia affatto: le lavoratrici e i lavoratori.

Se oltre a dover fare i conti con il rimescolamento delle carte economiche della globalizzazione capitalistica pesantemente fratturata dal Covid-19, il capitalismo dovesse guardarsi anche dalla presa di coscienza dello sfruttamento globale del lavoro umano, animale e della natura generato dal sistema delle merci e dei profitti, allora potremmo affermare che la pandemia almeno qualcosa di buono l’ha fatto.

Una risposta di classe a questo attacco di Confindustria non la potranno dare i sindacati e tanto meno il governo. Molto di più dovrebbero saper fare i comunisti, la sinistra di alternativa e di opposizione e tutte e tutti coloro che, ben prima del Covid-19, avevano chiare le dinamiche del regime delle diseguaglianze… Ma la povertà politica si lega a doppia mandata con la crisi economica e con quella della credibilità della rappresentanza istituzionale.

L’unica risposta possibile è rintracciabile in un movimento di massa che non disperda l’insegnamento solidale nel mondo del lavoro prodotto dal coronavirus. Un movimento che, tuttavia, non può essere lasciato a sé stesso ma che nuove forze politiche e un nuovo sindacalismo di classe devono aiutare a crescere e strutturarsi nei prossimi decenni. Visto che la crisi sarà lunga e che risentirà della frenata dovuta alla pandemia per molto tempo, portandosi appresso anche quel “rallentamento sincronizzato” di cui il Fondo Monetario Internazionale parlava nella sua relazione annuale a fine 2019.

Se dalla crisi pandemica può nascere un revanchismo padronale, può nascerne anche uno degli sfruttati. Un nuovo anticapitalismo per una generazione moderna e innovatrice: tanto della visione a lungo termine quanto della vita quotidiana in cui rimaniamo tragicamente immersi.

MARCO SFERINI

30 agosto 2020

foto: screenshot

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