Marco Sferini
L’atomo fuggente, l’ultima speranza di un governo alla deriva
C’è un punto tutto politico che può anche essere richiamato ad una sorta di ideologismo sonnecchiante, risvegliabile alla bisogna, ma che invece può, almeno questa volta, essere sviscerato senza troppe questioni di carattere pregiudiziale: in due referendum, distanziati nel tempo, gli italiani si sono espressi contro il nucleare. Lo hanno fatto con quella consapevolezza data dal soppesamento sulla bilancia tanto dei costi quanto dei vantaggi e dei rischi connessi alla costruzione di centrali sul territorio italiano. Anche riguardo quelle che il governo Meloni oggi vuole spacciare come «piccoli reattori modulari», adoperando una terminologia riduttiva, minimizzante, volutamente propagandistica.
Questi reattori che, così descritti parrebbero assolutamente innocui, non solo non esistono nella realtà, perché impianti operativi di quel tipo che, quindi, non superino i 440-550 megawatt, non ve ne sono nel mondo, ma soprattutto erano già inclusi nella proposta referendaria abrogativa del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112 (approvato dal governo in carica allora, presieduto da Silvio Berlusconi), perché si trattava della reintroduzione di centrali definite di “moderna generazione“, pari a quelle che oggi il governo Meloni intenderebbe realizzare in un periodo – ovviamente – piuttosto lungo: dieci, quindici, venti anni. Nel quesito referendario il SÌ all’abrogazione del decreto berlusconiano raccolte una maggioranza assolutamente schiacciante: il 94% dei voti validi.
Quindi, se dobbiamo anzitutto fare riferimento ad un punto politico, possiamo del tutto evidentemente affermare che per ben due volte il popolo italiano ha detto chiaramente che non vuole lo sviluppo di una tecnologia nucleare per la produzione di energia sul territorio nazionale. Oggi Meloni e la sua maggioranza provano ad utilizzare la carta della necessità del nucleare per sopperire ad una completa inefficienza nei riguardi della formulazione e dell’attuazione di politiche contenitive degli sprechi energetici, dell’uso delle fonti fossili, del mancato impegno nei confronti di una conversione lenta ma progressiva verso le rinnovabili. Su questo punto, purtroppo, esiste una grande vicinanza con i passi indietro fatti dalla Commissione europea di Ursula von der Leyen…
Ieri, 4 giugno 2026, la Camera dei Deputati ha approvato un disegno di legge delega (155 favorevoli, 86 contrario (PD, M5S, AVS) e 8 astenuti) in cui si parla di “nucleare sostenibile“, di una nuova generazione di centrali sicure che fa leva sugli “Small Modular Reactors” (“Mini Reattori Modulari“) la cui produzione energetica però, a detta degli esperti, non supera i 300 megawatt, diversamente da quanto affermato dagli esponenti della maggioranza che ne alzano la soglia tra i 400 e i 500 megawatt. C’è quindi già una discrepanza tra ciò che dice la scienza e ciò che dice il governo meloniano. Ma non è l’unica. Questi reattori sono, per semplificare un po’ il tema complesso, dei prefabbricati che vengono trasportati nel luogo stabilito, costruiti mediante assemblaggi: il fine sarebbe, ergo, anzitutto quello di ridurre i costi di costruzione delle centrali nucleari stesse.
A guadagnarne sarebbe anche la comunità, ma prima di tutto i gestori delle centrali, i produttori di questi materiali e tutta una filiera atta al mantenimento in piena efficienza degli impianti. Nonostante le gravi crisi riguardanti il piano energetico, prodotte dai conflitti in atto in Europa e in Medio Oriente, l’esecutivo di Giorgia Meloni non ha saputo fare altro se non ridurre (e non abolire, come invece prometteva la stessa Presidente del Consiglio quando ancora era all’opposizione dei governi Conte e Draghi) gli effetti delle accise sul costo di benzina e gasolio di poche decine di centesimi e per un tempo limitato. Se non sarà prorogato lo “sconto” governativo, tra oggi e domani sapremo cosa accadrà ai costi dei carburanti e di quanto aumenteranno ancora.
Tanto più dopo la presa di posizione europea, il governo italiano si è sentito autorizzato ad abbandonare qualunque anche pallido tentativo di compromesso tra energie rinnovabili, riduzione delle emissioni tramite politiche di contenimento dell’utilizzo del fossile e un ancora ipotizzato utilizzo di nuove centrali nucleari. I risultati, dopo quattro anni di amministrazione meloniana, sono sotto gli occhi di tutti: l’aumento dei costi non è certamente solamente responsabilità di Palazzo Chigi, visto che non ha un diretto potere decisionale in merito alle fluttuazioni dei mercati che sobbalzano ad ogni torsione peggiorativa dei conflitti in atto, ma di sicuro c’è che non si è messa in pratica un’azione di prevenzione e di tutela su vasta scala.
Si può oggettivamente scrivere qui che la politica energetica del governo non è nemmeno fallimentare: perché lo sarebbe se esistesse una politica di questa natura. Ma non c’è proprio. Quando si tratta di considerazioni riguardanti la salute, la tutela dell’ambiente e del territorio, Meloni e la sua maggioranza si sono affidate, loro sì, ad una visione assolutamente ideologica (negazionista del cambiamento climatico al pari dell’amico Donald Trump) che ha racchiuso in sé come opportunistico specchietto per le allodole anche la riproposizione dell’opzione nuclearista. Nonostante i due referendum che l’avevano bocciata senza appello.
Se non è troppo ardito fare questa domanda… Ma perché il governo italiano non convoca le aziende, gli enti locali regionali, gli esperti del settore e tutti coloro che hanno esperienza in merito per cercare di fare dell’Italia un punto di partenza europeo sulla proposta di una conversione alle energie rinnovabili su scala nazionale? La risposta sta nei fatti: perché gli interessi economici in gioco sono alti e perché questo esecutivo guarda da sempre non ad uno sviluppo sostenibile, bensì ad una conservazione (peraltro molto negativamente innovativa nell’adeguarsi agli standard delle modernità globali) di uno status quo che giochi il tutto sul piano dell’aumento dei profitti di grandi complessi industriali produttori di tecnologie che per molti studiosi sono largamente superate.
Secondo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, il forzitaliota Pichetto Fratin, si può, seguendo il cammino tracciato nel disegno di legge delega approvato in prima istanza dalla Camera dei Deputati, puntare ad una “indipendenza energetica” italiana rispetto tanto all’Europa quanto al resto del mondo. Ma una affermazione così conclamatamente sicumerica tiene conto del fatto che, anche se costruissimo (come prevede il governo delle destre) un terzo delle centrali di nuova generazione presenti al mondo in Italia (cosa francamente inimmaginabile!), dovremmo tenere conto del fatto che le concentrazioni di combustibili sono all’estero e in paesi piuttosto lontani?
Potremmo essere indipendenti energeticamente solo dipendendo comunque sempre dall’importazione di uranio e, per di più, ovviamente già arricchito: il che vuol dire guardare alla benevolenza di Cina, Russia, Regno Unito e Francia che controllano i produttori di questi materiali necessari all’andamento delle centrali nucleari. Le contraddizioni, purtroppo, non si trovano però solo nel campo nuclearista. Se una regione come la Sardegna, governata dal centrosinistra e con presidente una esponente del Movimento 5 Stelle, vincola il 99% del suo territorio e ne impedisce l’utilizzo per lo sviluppo di impianti di energia rinnovabile, c’è in tutta evidenza un problema di accettabilità di un cambiamento sostenibile.
C’è poi un problema assolutamente tecnico che riguarda sempre la gestione del nucleare: lo spettro, tutt’altro che ectoplasmatico, delle scorie. I ritardi sulla dismissione delle centrali nucleari chiuse dopo il referendum del 1987 sono sempre stati un gravoso problema che ha riguardato, alla fine, lo stoccaggio delle scorie e, unitamente a questo, l’individuazione dei siti di stoccaggio. Il “deposito nazionale” al riguardo, previsto con il Decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31, ad oggi rimane solo sulla carta, perché non si riesce a trovare il luogo dove edificarlo. Una volta operativo questo sito conterrà circa quindicimila metri cubi di rifiuti radioattivi per cinquant’anni circa. Poi il tutto sarà trasferito in un deposito geologico di profondità.
Dobbiamo, quindi, ancora scrollarci d’addosso tutti i rischi prodotti dalle precedenti esperienze nucleari italiane e farlo in assoluta sicurezza. Nel mentre si pensa a centrali super sicure, capaci di essere quindi una sorta di panacea universale del problema energetico nazionale. Un tentativo da parte del governo Meloni di anestetizzare le altre problematiche che lo affliggono: tra tutte la questione sociale unitamente a quella economica. Le guerre proseguono, i costi dei carrelli della spesa aumentano, i carburanti anche, la vita si fa sempre più difficile per una grandissima parte della popolazione che non trova nemmeno un po’ di ossigeno in un accesso gratuito al sistema sanitario, un aumento dei salari e delle pensioni, nell’efficientamento del sistema scolastico e universitario, nella tutela dei più fragile e precari.
Dopo quattro anni di governo Meloni, non rimane nulla di socialmente positivo da rilevare: nemmeno una riforma. Una che sia una. L’unica tentata, quella contro la magistratura, è stata giustamente fermata con il clamoroso stop dato dal referendum di fine marzo. Una bocciatura i cui postumi ancora ora l’esecutivo risente: i sondaggi gli sono ancora favorevoli, eppure qualche segno di insofferenza e di preoccupazione lo si registra. Soprattutto a destra della destra, dove si formano partiti neonazionalistissimi, militarissimi e fascistissimi che possono sottrarre consensi alla coalizione. Se serve, se conviene, invece di buttarla in caciara, si pone nel dibattito pubblico la questione del nucleare. Un’altra arma di distrazione di massa, visto che i tempi anche solo di approvazione di un iter simile sono lunghissimi.
Così facendo, almeno, Giorgia Meloni può sperare di arrivare a fine 2027, all’appuntamento con le urne, con una qualche possibilità di farcela. Soprattutto se nel campo largo non si concretizzerà una piattaforma programmatica antitetica a quella delle destre, con una rappresentanza evidente e capace di contendere all’attuale Presidente del Consiglio il governo del Paese. Che ha bisogno non di una mera alternanza tra le parti, ma di una alternativa fondata su una unità repubblicana di tutte le forze antifasciste, democratiche, sociali e, visto che si è trattato qui del tema del nucleare, anche profondamente ecologiste.
MARCO SFERINI
5 giugno 2026
foto: elaborazione propria



















