la biblioteca
L’antifascismo e il suo contrario
Centra perfettamente il punto la domanda: «Se nell’antifascismo si trova un po’ di tutto, tranne il fascismo, cosa mai andrà cercando fuori dall’antifascismo chi fa così tanta fatica a starci dentro?». Perché la questione qui è cercare di capire fino a che punto si è spinta la necessità quasi antropologica, modernamente intesa come un vero e proprio mutamento, un cambio di paradigma rispetto al recentissimo quasi contemporaneo passato della seconda metà del Novecento, di ritrovare negli schemi politici della prima metà dello stesso secolo, generati da fasi di crisi violente come quelle in cui ci troviamo oggi, una sorta di alternativa alle storture, agli impedimenti e alle tante lacune delle democrazie liberali.
La risposta è, in parte, già contenuta in questa affermazione dubbiosa: sono anzitutto i cambiamenti socio-economici a porre quasi tutte le premesse affinché le sequenze degli avvenimenti si determinino in un modo piuttosto che in un altro. Pur con tutte le distinzioni oggettive del caso, siamo in presenza, in questo primo quarto di un nuovo secolo e di un nuovo millennio, di tali sconvolgimenti da non generare soltanto i preamboli di una istintiva azione e reazione di pancia da parte delle masse che si lasciano sedurre da imbonitori neopopulisti e neoautoritari, ma tali anche da dare adito a conseguenze poste davanti agli occhi spalancati del diffuso disagio popolare come delle inevitabilità congenite e ineluttabili.
I principali esponenti di ogni moderna dittatura hanno ottenuto il potere mediante un consenso democratico e sono caduti, quasi sempre, a causa di una sconfitta bellica. Chi non ha avuto questa sorte, e ha preso il potere invece con un conflitto armato, con una guerra civile, come ad esempio Francisco Franco in Spagna, e ha scelto di non prendere parte al secondo conflitto mondiale, ha terminato i suoi giorni nel proprio letto e preparando una successione che, tuttavia, non è riuscita a conservare il regime autoritario instaurato e consolidato per decenni. Luca Casarotti, nel suo “L’antifascismo e il suo contrario” (edizioni Alegre, 2023), mette in fila una serie di affermazioni, di espressioni e di teorizzazioni più o meno argute (dipende da chi le scrive e dal contesto stesso in cui vengono espresse, a cominciare dalla vacuità banale di tanta parte dei commenti sui social) tese ad identificare e smontare la narrazione revisionista.
Anzitutto, ovvio dal titolo, quella riguardante l’antifascismo come elemento storico ma non di meno il lato politico che possiede un fenomeno di portata così vasta da non poter essere soltanto racchiuso in un ambito e in un contesto, ma compenetrato da una pluralità di interpretazioni che di per sé non sono una garanzia della giustezza con cui è stato declinato nel corso della costruzione della democrazia in Italia: proprio a far data dalla fine del regime mussoliniano e dell’occupazione nazifascista del Paese. Far vivere, quindi, l’antifascismo più di sé stesso rispetto ad un racconto mediato dai mediatori: cosa tutt’altro che semplice, perché i testimoni diretti dei fatti, per ovvie ragioni cronologiche, si sono arresi alla natura scadenza dei tempi di vita; e poi perché, nel frattempo, la contro-narrazione si è fatta prepotente.
Chi o che cosa ha permesso in sostanza che l’antifascismo potesse divenire l’imputato sul banco della stretta attualità dell’oggi? Quando ci si pone una domanda di questo genere, che pare più incolpare l’oggetto subente del soggetto agente, è bene accompagnarla ad una premessa di carattere sociologico-politico facente espresso riferimento alla composizione sociale dell’Italia di ieri e dell’Italia di oggi: un po’ semplicisticamente si afferma che siamo un paese fondamentalmente conservatore, di destra, quindi avvezzo alle torsioni autoritarie, facilmente conquistabile da chi promette di proteggere di più i profitti e i privilegi rispetto ai salari ed ai diritti. Non è una affermazione priva di fondamento, ma posta in questi termini, così generalizzanti e assoluti, stona parecchio con tutta una serie di controdeduzioni che sono sul piatto della Storia.
Non esiste, infatti, una popolazione graniticamente monolitica nei suoi interessi: le classi sociali non sono una invenzione del marxismo, ma un dato oggettivo di come si è strutturata l’umanità nei secoli dei secoli mediante processi di arricchimento e di progresso, ma non per tutte e tutti. Se è vero – come sostiene anche Casarotti – che l’irripetibilità di un dato evento storico, la cui durevolezza può essere variabile, è un dato praticamente acclarato, non fosse altro perché niente è mai uguale a sé stesso nello scorrere del tempo, è vero altresì che oggi c’è, molto più di un recente ieri, la tendenza a riconfigurare e riparametrare i dettami di un autoritarismo che pareva essere stato consegnato proprio alla Storia come un nocumento evidente per chiunque e, quindi, da scansare sempre e comunque. Si parla di “rigurgiti” come riesumazioni di cadaveri politici che hanno un impietoso odore di stantio e che eppure esercitano un fascino.
Al netto di tutti quelli che – e non sono pochi – credono ciecamente nel valore del capo da solo al comando e della quasi istintiva obbedienza che gli si deve, c’è una vasta pletora di opportunisti che segue la corrente e una ancora più vasta platea pronta a farsi imbonire perché le delusioni ricevute dal regime democratico sono tante: a cominciare dal mancato riscontro tra le promesse di cambiamento mediante la delega data con il voto ai rappresentanti della nazione e l’attività di parlamenti in cui le discussioni sovrastano le sintesi, i decreti dei governi le volontà e le prerogative costituzionali delle Camere, le urgenze fittizie oltrepassano quelle vere. Così, se da un lato il revisionismo storico ha fatto breccia spostandosi qua e là e spargendo dubbi sulla correttezza stessa dei dati comprovati, dei fatti conclamati, dei tanti incroci di testimonianze, dall’altro lato c’è chi ha lavorato per azzoppare scientemente la democrazia.
Agli intolleranti manifesti nei suoi confronti si sommano coloro che ne provano un grande fastidio, un pruriginoso destino di convivenza in un perimetro di regole che vorrebbero “semplificare“, per un decisionismo risoluto, per offrire in pasto alla gran massa dei delusi la soluzione più facile, più immediata: quella su cui a mettere la validazione è una persona sola che non ha bisogno di verifiche da parte di altri poteri dello Stato, lì proprio per controbilanciare, per garantire che nessuno prevalga su nessun altro. Casarotti lo rende molto evidente: le ragioni del contrario dell’antifascismo sono costruire non solo una contro-narrazione storica degli eventi, e quindi del dramma italiano nel Novecento, ma più ancora costruire su ciò una nuova determinazione politica, un nuovo legittimismo per una destra illiberale che non fa mistero del non potersi comprendere entro e sulle basi della repubblica democratica nata dalla Resistenza.
Loro, i neofascisti o postfascisti che dir si voglia, sono figli di una parte d’Italia che era schierata con il regime e che, appena dopo il 25 aprile 1945, si è trovata inclusa in un nuovo status sociale, politico, culturale ed economico che non gli rendeva quell’identità che fino ad allora, e per un ventennio, avevano avuto. I famosi “conti ma fatti” con la propria storia nazionale dopo la fine del regime mussoliniano sono dovuti alla rinuncia a rielaborare un inconscio collettivo, proprio di massa ma anche strettamente familiare e personale, che ha in sé le ragioni dell’adesione al fascismo fin dai primordi, con tutte le successive afferenze che lo hanno ingrassato e reso pasciuto durante gli anni Venti e Trenta del Novecento. Luca Casarotti non accusa, ma evidenzia il fatto che ad un lavoro di decostruzione della forza democratica ha contribuito anche un lavorio di condiscendenza di una parte del mondo antifascista, della sinistra, del progressismo.
Come? Per quanto possa sembrare assurdo, il mancato contrasto diretto ai primi cenni di revisionismo storico, a cui si è opposta spesso la necessità, nel nome della “pacificazione“, di una condivisione nazionale della “memoria” (e dunque dei fatti smontati per essere rimontati secondo i nuovi crismi), ha aperto vaste praterie di supposizioni che si sono concretizzate in finti saggi storici di giornalisti o di politici prestati al mestiere della raccolta non tanto delle verità riscontrabili, bensì dei sentito dire che sono così divenuti le vere verità, quelle mai dette, celate perché il moderno “vae victis” avrebbe impedito di pronunciarle. Ma è stata proprio la libertà democratica a consentirle, a dispetto di sé stessa: la democrazia, infatti, poiché è garanzia plurale di tutte le opinioni e di tutte le libertà sociali, civili e umane (almeno così dovrebbe teoricamente e praticamente essere) non può impedire a chi la vuole negare di esprimersi.
Ma chi si riconosce invece pienamente nei valori che essa esprime ha, di contro, il dovere di difenderla senza esitazione: non sono confutando le ambiguità pelose di chi la vorrebbe oltrepassare facendo finta di rispettarla in tutto e per tutto, ma negandosi qualunque compromesso con tutto ciò. Non può esistere una doppia morale, una doppia memoria storica e tanto meno una condivisione in merito: perché l’antifascismo ha un suo contrario che, però, oggi non è troppo figurativamente descrivibile come il fascismo novecentesco. Su questa tendenza caricaturale giocano tante delle obiezioni della destra che si è fatta largo e ha scalato le vette delle istituzioni repubblicane: gli antifascisti o sono dei ferrivecchi nostalgici al contrario di un passato che non passa, oppure sono solo violenti che nelle piazze cercano gli scontri.
Casarotti, nell’analizzare quelle che sono le “colpe” che vengono affibbiate alla Resistenza, mette in luce anzitutto il contesto in cui il partigianato si trova ad operare: una guerra civile all’interno di un conflitto mondiale. Trascurando tutto questo, il revisionismo storico ha preteso di singolarizzare gli eventi e di separarli l’uno dall’altro per demonizzarne alcuni ed evitare quell'”angelizzazione” di altri che – a dire dei più pervicaci narratori di questi filoni – sarebbe agiograficamente stata fatta dalla narrazione cosiddetta “ufficiale“. Ad un ritorno della verità dei fatti e ad un recupero anche della partecipazione attiva, per far vivere la democrazia di sé stessa, chiama l’analisi dettagliata di questo libro che merita una dovuta, particolare attenzione.
L’ANTIFASCISMO E IL SUO CONTRARIO
LUCA CASAROTTI
EDIZIONI ALEGRE, 2023
€ 14,00
MARCO SFERINI
4 marzo 2026
foto: particolare della copertina del libro
Leggi anche:
- La mente nazi. 12 moniti dalla storia
- Processo alla Resistenza
- Un mondo nuovo tutti i giorni
- Apologia del fascismo
- Alle origini di una strana Repubblica
- L’Agnese va a morire
- La tigre e i gelidi mostri
- Il fascismo non è mai morto
- Fascismo e populismo. Mussolini oggi
- I miei sette padri
- La morte, la fanciulla e l’orco rosso
- Il collasso di una democrazia
- Il vento di destra. Dalla Liberazione a Berlusconi
- I miei sette figli
- Il popolo delle scimmie. Scritti sul fascismo
- Operazione “Foibe” tra storia e mito
- Mussolini ha fatto anche cose buone














