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Marco Sferini

L’antica origine di una violenza che non è mai senza motivo

Su Taranto è appena spuntata l’alba. Bakari prepara le sue cose per andare al lavoro. Mette una maglietta di ricambio nello zainetto che porta sempre con sé, sale sua bicicletta e va. Va incontro alla morte e non lo sa. Perché tutto in quel tranquillo sabato mattina non lascia presagire nessun pericolo, nessuna minaccia. Come ogni giorno si ferma al bar per prendere un caffè. Siamo in piazza Fontana a Taranto. Un rito quotidiano di milioni e milioni di persone che per Bakari si trasforma invece nella scena che precede il suo efferato omicidio.

Sta parcheggiando la bici vicino ad un palo della luce quando gli si avvicinano prima due, poi altri tre giovanissimi. Pochi istanti prima avevano tentato di aggredire un altro migrante che, per fortuna, era riuscito a scappare. Ma Bakari questo non lo sa. Si vede accerchiato da un gruppo di ragazzi: quattro di loro sono minorenni. Soltanto uno non lo è. Lo iniziano a spintonare, lo prendono a calci e pugni fino a farlo stramazzare al suolo. «Sta fingendo!» dice uno di loro agli altri. Intanto le botte continuano. Poi un quindicenne estrae un coltello o un cacciavite (non è ancora chiaro dalle ricostruzioni quale sia stata l’arma utilizzata) e lo pianta nel corpo di Bakari.

Quando l’agguato omicida ha termine, rimane sul marciapiede un uomo agonizzante. Senza un perché. All’arrivo dei paramedici è chiaro che la situazione è disperata. Ed infatti il trentacinquenne originario del Mali muore. Come si chiama tutto questo, che nome possiamo dargli? Perché quelli che conoscevamo forse non bastano più: aggressione, linciaggio? È davvero sufficiente la terminologia che abbiamo ancora in possesso per poter descrivere questo fenomeno di baby-gang che prendono di mira il diverso e che, sadicamente, lo fanno soffrire fino – come in questo caso – portarlo alla più orrenda morte.

Non è un caso isolato, non lo è per niente. Le spedizioni contro chi è classificato da una certa parte della società come inferiore, anormale, quasi subumano perché ha un colore della pelle diverso dal nostro, sono all’ordine del giorno. Lo ha chiarito la stessa procuratrice della Repubblica che si sta occupando del caso di Bakari Sako. Stefano Massini ne ha parlato a Piazzapulita su La7, con un breve monologo che dovrebbe suscitare una certa empatia, far rabbrividire per il livello di recrudescenza criminale che sta imperversando tra i minorenni. Così si cercano i motivi, si cercano le premesse, le cause: da dove proviene questa voglia di fare del male, di ferire, di ammazzare?

Perché non c’è la benché minima motivazione, in casi come questo, che giustifichi una reazione violenta, addirittura armata. Il quindicenne che ha causato la morte di Bakari gli ha perforato l’addome tre volte: tre fendenti che non hanno lasciato scampo ad un uomo, ad un cittadino, ad un lavoratore che si stava apprestando a salire su un autobus per andare a lavorare nei campi. Prima di fare il bracciante aveva fatto il cameriere in una pizzeria e ora era in attesa di trovare una occupazione diversa: intanto al mattino si alzava di buon’ora per raccogliere verdure, ortaggi e cercare di sopravvivere.

Suo fratello, che lui aveva raggiunto qui in Italia dal Mali, si era trasferito in Spagna. Lui aveva preferito rimanere qui, sperando in una vita migliore rispetto a quella in Africa. Gli inquirenti hanno descritto questo omicidio come una tipica violenza da “arancia meccanica“. Chi ha visto il celebre film di Stanley Kubrik sa bene il perché questo accostamento sia perfettamente e tremendamente logico. Chi non lo ha visto ha un motivo per vederlo e apprendere la critica del regista nei confronti di una umanità che spesso e volentieri si lascia andare all’autodistruzione: dall’individuo singolo aggredito e ucciso per strada, senza alcun motivo (ammesso che ne possano esistere…), alla guerra tra gli Stati.

Tante volte si è detto, scritto che la colpa è della società: non c’è dubbio sul fatto che i giovanissimi introitano ciò che gli arriva dagli esempi familiari, da quelli della scuola, dagli ambienti sia interni sia esterni la loro stretta cerchia tanto di casa quanto di amici. Poi c’è tutta una formazione assolutamente personale che è influenzata da una “normalità” di comportamenti che sono completamente immersi nella “logicità” di un presente che non fa conoscere a questi ragazzi altro se non la violenza come elemento propriamente strutturale del mondo. Chi si lascia andare alla commozione per le bellezze della natura, della vita in quanto tale, quanto al dolore vicendevole per problemi e disgrazie, viene bollato come “debole“.

Chi prova dei sentimenti che non contemplano l’arroganza, la presupponenza, la forza, la prepotenza, la prevaricazione e la sopraffazione, nel nome della propria certificazione identitaria quasi onnipotente, è nel migliore dei casi quello che un tempo veniva definito “uno sfigato“. Nel peggiore di questi casi è un individuo da bullizzare, da ridicolizzare e da picchiare selvaggiamente per punirlo della sua codardia, della sua differenza, del suo non essere un vero uomo o, come nel caso di Bakari, un bianco “rispettabile“. Intorno a questa mancanza di empatia, di riconoscimento egualitario di sé stessi con gli altri e viceversa, si situa poi una ragion politica che addita le differenze, le minoranze come sempre colpevoli di un qualcosa.

Nel caso dei migranti è la vecchia tiritera razzista del “ci rubano il lavoro“, oppure “violentano le ‘nostre’ donne” (qui xenofobia e maschilismo si compenetrano benissimo!) o, ancora, “ci invadono” per mettere in pratica le famigerata “sostituzione etnica“. Quindi si impone la “remigrazione“, l’idea di mandarli indietro questi migranti, ai loro paesi e tutto sarà più bello e vivibile in Italia… Poi a raccogliere i pomodori per due euro l’ora ci andranno quelli che odiano gli africani, gli asiatici e i sudamericani? Poi a fare da badanti ai nostri anziani andranno coloro che mostrano i muscoli nei comizi parlando di patriottismo, di identità nazionale, di un futuro in questa direzione?

Se la vittima non si fosse chiamata Bakari, non fosse venuta dal Mali, non avesse avuto la pelle scura, ma si fosse chiamata Mario, originario del luogo e fosse stato bianchissimo, oggi i giornali e le forze politiche di destra si accanirebbero contro i migranti assassini. Siccome a morire è stato uno di coloro a cui attribuiscono, per odio ancestrale, per mera propaganda di bassissima politica, la responsabilità dei guai dell’Italia (invece che fare un’autocritica dopo quattro anni di sfaceli e di sfracelli sociali, civili e umanitari), non si registra nessun commento stigmatizzante. Ne parlano almeno le cronache giornalistiche.

Ma l’odio, inutile negarlo per un chissà quale riferimento ad un rispetto del “politicamente corretto“, ha una chiara origine politica: ogni giorno è alimentato da chi inneggia alla difesa di una identità che viene fatta vivere come un’essenza imprescindibile, riuscendo a far scordare che, prima di essere italiani, francesi, spagnoli, tedeschi, algerini, egiziani, russi, cinesi, americani e così via…, siamo esseri viventi e, nello specifico, animali umani in un regno di animalità che comprende anche milioni e milioni di senzienti che noi abbiamo ridotto al rango di servitori, di cibo, de-individualizzandoli completamente.

Nell’instaurazione feroce dell’antropocentrismo, abbiamo antropomorfizzato tutto: gli animali non umani per primi. Se usiamo violenza contro tutti gli esseri viventi, chiamandoli “beni di consumo alimentare” e non ci poniamo il problema che la brutalità l’abbiamo già nel piatto messo in tavola, se accettiamo che la morte sia normale già in questi frangenti plurimillenari, allora possiamo anche accettare che lo divenga entro il perimetro della nostra stessa specie, tra noi sapiens. Giustamente ci fa orrore l’uccisione di un nostro simile, ma nel caso di Bakari siamo ancora più indietro rispetto a questa conquista morale: il non ucciderci perché riconosciamo nell’altro uno uguale a noi.

A pensarci bene, questi ragazzi hanno preso di mira uno meno uguale a loro, a noi bianchi, italiani. Hanno colpito a morte un sapiens che giudicavano inferiore a loro, come se si trattasse di un animale non umano diverso da quelli di affezione (cani, gatti, canarini, pesci rossi…) e quindi sacrificabile nel grande mercato della carne che gronda sangue di continuo. Quei ragazzi, purtroppo, non ne sono consapevoli, forse lo diventeranno (si spera…), ma hanno agito in un contesto in cui i loro simili più grandi, la società nel suo insieme li ha abituati all’uso della forza per esprimere la loro identità, per essere accettati e – cosa ancora più grave – essere “rispettati“.

Questa società neoliberista, che fa di tutto sempre e soltanto una merce, sfruttava Bakari nei campi e sfrutta le coscienze dei suoi giovani assassini per destabilizzare un mondo di disagio psicologico e anche fisico indotto da una frustrazione che è figlia della competizione continua, costante, elevata all’ennesima potenza da una commistione di fattori che brutalizzano i pensieri e che impediscono di poter considerare l’altro da noi come se fossimo noi medesimi.

Tanto i messaggi evangelici quanto quelli più laici del libertarismo otto-novecentesco sembrano non riuscire ad arrivare là dove dovrebbero: nei bassi fondi di città e campagne in cui si deve trovare uno sfogo alla ferocia di un’esistenza che si accanisce contro ciascuno, contro molti. Noi ci troviamo ancora al di qua di una possibile considerazione della critica antispecista sulla violenza. Ma non vi possiamo prescindere, a costo di apparire dei folli, dei sognatori, degli idealisti che non siamo e non vogliamo certamente essere. Perché bisogna contrastare ogni violenza.

Bisogna mostrare che questa non riguarda soltanto l’ambito (dis)umano, ma un mondo intero di rapporti che abbiamo con gli altri esseri viventi e con la Natura nel suo insieme. Si tratta davvero di un percorso rivoluzionario che comincia da tante piccole realtà di ogni giorno: come quella che ha portato all’omicidio di Bakari Sako, linciato prima e assassinato poi per divertimento, per mancanza di sentimenti egualitari, perché qualcuno ha raccontato coralmente a questi ragazzi che per essere uomini e donne vere bisogna non avere paura di nulla, di niente, di nessuno.

Ed invece la paura ci salva dagli eccessi, quando è un timore razionale, quando è un timore emotivo che ci fa riflettere. Ma esiste anche una paura che è alimentata in chiave di fobia antisociale e che si trasforma, per reazione, in quella violenza che invece dovrebbe poter frenare se fosse solamente provata in quanto carattere comune dell’essere umano. Di ciascuno, di chiunque, di tutte e tutti. Per questo va rimessa in circolo nella società italiana una nuova cultura della condivisione e della sperimentazione delle differenze come ricchezze tanto di chi le possiede quanto di chi le può contemplare. Disabituarsi alla regolarità giornaliera delle efferatezze è un primo passo: esercitare una critica costante.

Ma poi occorre anche agire nella direzione del cambiamento sociale. Senza maggiori interventi politici ed economici in questo senso, ogni buona volontà è destinata a rimanere tale o ad essere vista come l’ingenuità dei soliti “perdenti“. Ammesso che possano definirsi tali Gesù di Nazareth o, in tempi più recenti, Mohāndās Karamchand Gāndhī.

MARCO SFERINI

16 maggio 2026

foto: elaborazione propria, screenshot tv

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