Marco Sferini
L’amara sorte dell’Ucraina, vittima di due imperialismi voraci
Circa un anno fa si potevano leggere analisi molto dettagliate sul fatto che, in fondo, l’Ucraina in quanto tale e, più ancora, il dramma della guerra che la riguardava non fossero una delle priorità del nuovo corso della politica americana che si stava prospettando. Fondamentalmente ci si riferiva alla ridiscesa in campo di Donald J. Trump e alla estrema debolezza di un governo bideniano che mostrava sempre di più una vera e propria insipienza nel cercare di comprendere i fattori molto più grandi del ristretto ambito nazionale: quella multipolarizzazione incedente, quel multilateralismo rinnovatosi nello sviluppo del neoliberismo di scala mondiale.
In seno all’amministrazione a stelle e strisce i dubbi iniziarono a crescere quando la tanto celebrata “controffensiva ucraina” non ebbe nemmeno lontanamente i risultati che erano stati magnificati dalla propaganda di Kiev e da quella ben più esaltata del complicato mosaico europeo. Di contro, il sostegno in armamenti era ancora uno dei punti di forza della tenuta del fronte, mentre, di lì a poco più di qualche mese, sarebbe divenuto un ricordo con la rioccupazione della Casa Bianca da parte del potentato autocratico della banda del MAGA.
Proprio sull’avvicendarsi degli accadimenti mondiali, su una nuova ristabilizzazione pluripolare, è venuta via via sempre più facendosi chiara l’intenzione della Russia di essere un punto di riferimento di una “maggioranza mondiale“. Un obiettivo da raggiungere anche con la ristrutturazione dell’Est europeo in cui la prepotenza della NATO era andata avanzando, smentendo tutte le premesse storiche del post-crollo del Muro di Berlino e della solenne dichiarazione di “non avanzare di un centimetro” rispetto alle posizioni del 1989. Impossibile fidarsi dell’Occidente. Ma impossibile anche fidarsi dell’Oriente.
Lo scoppio della guerra di Gaza ha controbilanciato l’esposizione politica, militare e mediatica della guerra in Ucraina. Ha spostato non soltanto l’attenzione delle grandi masse popolari, eterodirette abilmente dalle manipolazioni dell’informazione oggi chiamata “mainstream“; di più ancora ha costretto le cancellerie ad una rimodulazione degli interessi geostrategici, visto che tanto l’America quanto la Russia in Medio Oriente hanno le loro basi permanenti (basti pensare alla Turchia della NATO o alla situazione caleidoscopica della Siria) e i loro alleati di riferimento, le loro vere e proprie basi di lancio di nuovi tentativi di espansione imperialista (verso l’Asia e verso l’Africa).
Un anno fa i commentatori ammettevano che l’instabilità del fronte avrebbe avuto una sorte differente a seconda di quanto sarebbe stata la tenuta dell’esercito russo di fronte all’imponente riarmo di Kiev da parte tanto degli Stati Uniti quanto soprattutto della litigiosissima compagine dei Ventisette dell’Unione Europea. Oggi, mutatis mutandis, si può convenire che il fronte si è stabilizzato su una vasta linea che va dal Donbass a Zaporižžja e che, soltanto in queste ultime ore, c’è stato uno sfondamento di una decina di chilometri attorno alla zona di Pokrovs’k. La vicinanza del vertice Trump-Putin in Alaska ne potrebbe essere la causa.
Nonostante la lunghezza temporale del conflitto non abbia giocato a favore soprattutto dei diciotto pacchetti di sanzioni emessi dalla UE nei confronti di Mosca, che ha subito ben poche ricadute in termini economici e, quindi, di approvvigionamento di materie prime e di nuovi sofisticati armamenti per l’implementazione delle forze al fronte, l’ostinazione al riarmo non conosce sosta. In questo senso, la guerra in Ucraina ha certamente influenzato la rinascita di una economia di guerra su vasta scala che ha costretto l’economia sociale occidentale a pericolose ritirate, ridimensionamenti di finanziamenti e, conseguentemente, l’aprirsi di una nuova stagione pauperistica.
Putin si trascina appresso non tanto l’apparato storico-burocratico della vecchia Unione Sovietica, quanto il mito di quest’ultima come moderno impero russo dezarizzato, da rieditare con l’acquisizione dei territori storicamente russi, lì dove nacque la Rus’ (di Kiev), lì dove Caterina la Grande ebbe notevoli successi in termini di acquisizione di nuovi ampliamenti del suo vasto dominio moderno. Sempre circa un anno fa, c’era chi prospettava per l’Ucraina uno “scenario coreano“: un qualcosa di simile ad una guerra che non ha fine, una stagnazione in combattimenti che non sono in grado di determinare l’avanzamento prepotente e preponderante di uno dei due contendenti.
Questa è forse la previsione più azzeccata che sia stata fatta: allora gli elementi su cui farla poggiare erano già evidenti, ma ancora più evidente è oggi il fatto che la staticizzazione del fronte supporti le affermazioni di chi prospetta un imbalsamazione della guerra, un suo assestarsi, proprio come fra le due Coree, su una linea di demarcazione instabile e stabile al tempo stesso. Uno stallo che rischia di mettere in difficoltà tanto la NATO e Kiev da un lato quanto Putin e i suoi alleati minori dall’altro. Pare chiaro che i successi della Russia sono limitati e che sono arrivati dopo che il tentato e fallito assedio di Kiev aveva spinto i comandanti (e il Cremlino per primo) a ripiegare sulla soluzione del fronte sud.
Ma pare altresì chiaro che esiste una specie di amletica, indecifrabile ed inestricabile istrionità trumpiana che aleggia sui mutamenti attuali e che li condiziona con una estemporaneità che spiazza il più delle volte e che lascia per l’appunto interdetti. Difficile poter dire se, ancora oggi, Francia e Germania possano essere considerate i “pilastri dell’antiamericanismo” europeo: se non proprio tali, quanto meno certamente i paesi con più accenti critici. Soprattutto il macronismo come alternativa liberistico-democratica all’avanzare delle destre neosovraniste e populiste. La guerra ha agitato i disequilibri globali e locali e Parigi ha avvertito il pericolo.
Una nuova intromissione a stelle e strisce nel campo europeo, disprezzato dal duo Trump-Vance, risolverebbe i dubbi amletici del dinamismo MAGA in un contesto che appare secondario rispetto all’interesse della Casa Bianca per un nuovo assetto mediorientale di cui Gaza è la premessa utile e cinicamente rappresentata nella trasformazione in un grande resort di superlusso. La guerra in Ucraina ha, da tre anni a questa parte, mostrato gli oggettivi limiti di tutti gli attori sull’orrorifica scena del conflitto: da un lato Kiev e l’asse euroamericano, dall’altro la Russia. Ma più che altro, sono proprio i rapporti iperlitigiosi nel Vecchio Continente a preoccupare chi vede nella vittoria di Putin il pericolo dei pericoli.
In particolare quello di una eccellenza delle democrazie occidentali che poi così democrazie non sono e che, quindi, etico-politicamente parlando hanno ben poco da insegnare all’Est, all’Oriente, a tutta quella maggioranza del mondo che non sta da queste nostre parti ma altrove. Seguendo un copione abbastanza fedele alla sua impostata amicizia con il neozarismo autoritario di Putin, il leader ungherese Orbán ha perseverato nel consolidamento della litigiosità europea e se ne è fatto alfiere: la tanto sbandierata “unità nella diversità” dei Ventisette è andata in frantumi e non la si è ritrovata nemmeno parlando di prospettive di dialogo, di abboccamenti in terra neutrale per arrivare al cessate-il-fuoco.
Da quando la guerra è scoppiata, da quanto Putin ha deciso di rispondere così alla prepotenza della NATO, l’Europa ha segnato il passo: le sue sanzioni sono state praticamente acqua fresca, la sua compattezza in politica estera ha mostrato tutte le sue lacune (parola benevola, eufemisticamente messa qui per non umiliare troppo la UE…); l’arrivo del trumpismo di seconda generazione presidenziale ha fatto il resto. Soccombe l’idea di un continente democratico che, armando Kiev, non si è proposto come difensore della libertà ma come sostenitore di uno dei due imperialismi in campo. In questo quadro di eventi e controeventi, la sconfitta di Kiev sarebbe, indubbiamente, la sconfitta dell’Occidente.
Ma non tanto degli Stati che lo costituiscono. Semmai di un modello autoritario di rappresentare gli interessi particolari dei grandi affaristi e commercianti di morte, di un neoliberismo prepotente che non accetta il multipolarismo e che, quindi, muove guerra alla guerra pensando di riuscire a mostrarsi come campione della libertà dei popoli. Quindi la domanda che oggi ci si fa sulle colonne dei quotidiani è: ma la guerra in Ucraina è persa? Ha vinto Putin? La risposta ce la darà la Storia, perché, tranne nei casi in cui la disfatta è totale (come nel caso della Germania hitleriana o del fascismo italiano nella Seconda guerra mondiale, oppure degli Stati Uniti contro il Vietnam), in una situazione come quella di oggi, tra indecisione e stallo, la parola è al compromesso.
La diatriba sulla presenza dell’Ucraina ai negoziati tra Mosca e Washington la dice piuttosto lunga sul fatto che il confronto vero, tutt’altro che latente, è sempre stato tra questa due potenze e che Kiev era, ed è ancora oggi, il campo di battaglia su cui si sono sacrificate le vite di civili e soldati che hanno ritenuto fosse una guerra per la propria libertà, mentre, terminata la guerra, avranno un paese in svendita all’uno o all’altro dei contendenti globali. L’intercapedine europea tra la NATO e la Cina è, in fin dei conti, un’Europa che rischia di rimanere stritolata nella contesa. Del resto, l’incapacità materiale, economica e bellica, di poter essere una terza alternativa per gli ucraini, lascia la UE in balia degli eventi.
Nel vertice che si terrà in Alaska a breve, la partita è giocata tra Putin e Trump. Tutti gli altri fuori dalla porta ad attendere gli ordini. Bruxelles fa la voce grossa o, per lo meno, ci prova: senza l’Ucraina al tavolo e senza un cessate-il-fuoco non può esservi alcuna trattativa con Mosca. Trump annuisce, dà qualche contentino a von der Leyen, ma, possiamo starne certi, domani potrebbe letteralmente smentire quello che ha affermato oggi. L’amleticità dell’America targata MAGA è tutta in un machiavellismo di bassissimo stampo, in un trattare la politica internazionale solo e soltanto dal punto di vista proprio, concedendo, di volta in volta, a chi è utile allo scopo. Non esiste una linea.
Non è affidabile nessuno in questo risiko moderno. Ed intanto l’Ucraina si fa deserto. Non come Gaza, indubbio. Ma la sua duplice prigionia è lì che l’aspetta: dalla guerra imperialista al dopoguerra di conquista e di spartizione…
MARCO SFERINI
14 agosto 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria















