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Mondo lavoro

L’altra faccia dello sfruttamento: chef, consulenti, magazzinieri

«Incoscienza di classe», il saggio di Gregorio Carolo

Elisa lavora dalle 9 alle 21 da lunedì a venerdì nella sede del cliente, nel weekend da casa per altre tre, quattro ore. Viola sta in ufficio 10 ore al giorno, Giulia a ridosso delle scadenze lavora fino alle tre di notte. Igor ha una settimana lavorativa di almeno 55 ore. Andrea e Francesca di 70 ore. Sono tutti consulenti finanziari. Lavorano per i grandi marchi di revisione dei bilanci e si occupano di imprese private come di pubbliche amministrazioni.

Si assumono responsabilità legali importanti per uno sbaglio in un foglio di calcolo. Come richiede la mansione, sono tutti laureati eppure i loro stipendi sono bassi, l’analista junior arriva appena a 25 mila euro l’anno. Gli straordinari sono normalizzati, dunque non pagati.

«Il senso di professionalità, con tutte le responsabilità connesse al tipo di lavoro svolto, si lega a un’etica del sacrificio di sé. Non si tratta solo di straordinari, ma anche di ferie o malattia», spiega Gregorio Carolo nel suo libro Incoscienza di classe (Melteni). Il saggio di Carolo si concentra in particolare sul «malessere da lavoro», «patologie che spaziano dalle basse retribuzioni, che spingono a interrogarsi sul proprio valore, alla diffusa instabilità che impedisce di immaginare il futuro. Dal sovraccarico alla monotonia delle mansioni: tutti aspetti che, togliendo senso a ciò che si fa, rendono insostenibile il presente».

Come quelle dei professionisti del settore finanziario, anche le condizioni reali di chi opera nella ristorazione sono invisibilizzate. Organizzazione militaresca («Yes, chef!»), disciplina ferrea del gruppo di cuochi che non a caso viene chiamato “brigata”.

«Organizzare brigate da 10-15 persone per garantire uno standard ottimale alla lunga corrode dentro, perché è tanto lavoro, tanta responsabilità, si accumulano tante attività che possono apparire semplici, però non lo sono: dover ripetere tutti i giorni le stesse mansioni, controllare i frigo, accertarsi che il cuoco che deve presentarsi al lavoro non si sia ubriacato, è un bel carico di lavoro», ha raccontato Pablo, prima lavapiatti, poi cameriere in Uk e infine rientrato in Italia, a Gregorio Carolo.

Antonio, che fa il cameriere in un ristorante per turisti danarosi, ha spiegato che prende 900 euro in busta paga e il resto, 600, a nero. Secondo i dati riportati nel saggio, il settore della ristorazione è quello dove è più diffuso il consuma droga (il 78% degli uomini assume cocaina) e quattro persone su cinque hanno avuto problemi di salute mentale.

Nei suoi magazzini, in cui gli operai sono monitorati dagli algoritmi che stabiliscono anche quale mano usare per prelevare velocemente un prodotto dalla sua posizione, Amazon ha pensato di alleviare le condizioni di lavoro con «il divertimento»: la cosiddetta power hour, l’ora in cui ai dipendenti viene chiesto di dare il massimo per rientrare negli standard di efficienza stabiliti dall’azienda, spiega l’autore, viene compensata con “incentivi” come «un gadget Amazon in premio da prelevare ai distributori automatici».

«Inizialmente ci davamo una mano, poi abbiamo capito che ognuno doveva lavorare per sé e non potevamo avvicinarci. Anche perché se non ti puoi fermare, non hai il tempo di guardarti intorno», ha testimoniato una lavoratrice.

L’impossibilità di socializzare è anche quella di condividere le condizioni di lavoro e organizzarsi, riconoscendo la struttura sociale in cui avviene lo sfruttamento e quindi la propria classe. «Questo slittamento è stato costruito attivamente – ha spiegato la sociologa Francesca Coin nella prefazione – mediante la precarizzazione dei rapporti di lavoro, la frammentazione dei contratti, la guerra al sindacato, l’individualizzazione dei percorsi, la retorica del merito».

LUCIANA CIMINO

da il manifesto.it

foto: elaborazione propria

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