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Marco Sferini

L’accigliato, torvo tentativo di controffensiva meloniana

Ciò che spicca, che è del tutto evidente per la gran parte dei commentatori, nel discorso di Giorgia Meloni alle Camere, il primo dopo la sonora batosta subita nel referendum del 22 e 23 marzo, è l’assoluta mancanza di autocritica: la Presidente del Consiglio rivendica addirittura ancora la controriforma scritta e firmata con Nordio e Delmastro, definendola “una occasione sprecata“. Una occasione di sovvertire la Costituzione della Repubblica che a queste destre anti-antifasciste e a-democratiche non è riuscito di concretizzare: una parte del loro elettorato ha voltato le spalle alla maggioranza di governo e ha preferito bocciare un progetto di mutamento dei rapporti tra i poteri dello Stato che, col passare delle settimane, è sempre più divenuto chiaro per quello che era, ossia una mortificazione della Magistratura a tutto vantaggio dell’esecutivo.

Tant’è, nonostante la sconfitta senza appello, Meloni prova ancora a rivendicare e lo fa avvertendo, anzi “sfidando” le opposizioni su più piani e terreni di scontro, più che di confronto: dalla giustizia, per l’appunto, alla politica interna financo a quella estera. Vanta risultati in economia che dipingono un’Italia irreale, assolutamente frutto di una propaganda da campagna elettorale che, però, è sotto gli occhi di tutti, non ha quindi nessuna corresponsione con l’arrancante sopravvivenza di tutti i giorni per decine di milioni di cittadini costretti ad affrontare l’inflazione energetica crescente, un costo complessivo della vita che rende ancora più misero il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni. Ma Giorgia Meloni lancia il guanto della sfida, perché altrimenti non può fare. Sa di essere assediata: dalle inchieste scabrose che riguardano gli esponenti che lei ha fatto dimettere dal governo; dalle crisi economiche e belliche.

Per quanto potrà tirare avanti sul fronte delle accise prolungando la riduzione dei costi dei carburanti a fronte di oltre cinquecento milioni di euro investiti nel merito per poche settimane? Si tratta oltretutto di finanziamenti trovati da decurtazioni ulteriori della spesa sociale: circa un centinaio dei milioni citati provengono infatti dal comparto sanitario pubblico. Altri da tagli lineari in altri ambiti ministeriali. In pratica siamo noi stessi che stiamo pagando per pagare meno benzina e gasolio che, nonostante ciò, stanno aumentando di giorno in giorno. Non è colpa della Presidente del Consiglio se lo Stretto di Hormuz è chiuso, si intende.

Ma è invece responsabilità sua il fatto di non aver detto una parola che fosse una contro questa guerra di aggressione all’Iran che è un prodotto della pulsione imperialista israeliana a cui gli Stati Uniti si sono accodati per raccogliere quei frutti che speravano di ottenere. La capacità resistente del criminale regime iraniano (al pari quindi delle posture antidemocratiche tanto del governo Netanyahu quanto di quello di Trump) ha sorpreso noi occidentali, ha rallentato le operazioni di rimodulazione complessiva della geopolitica fissata nei princìpi del “Grande Israele” dominatore del Medio Oriente e ha completamente mandato in tilt i piani furiosi dell’inquilino della Casa Bianca, costringendolo a cercare una via d’uscita da un contesto ingestibile, troppo grande persino per la sua megalomania e la sua voglia di onnipotenza.

Nessuna presa di distanza da parte di Meloni rispetto alla fagocitante truculenza del trumpismo che spinge il pianeta sull’orlo della guerra mondiale, del conflitto nucleare minacciandolo apertamente: la linea del governo rimane quella dettata dal “non condividere, non condannare“, echeggiando un vecchio motto missino dato da Almirante come condotta equidistante per non aderire alla Repubblica antifascista ma, anzi, sfruttarne le permeabilità democratiche per pervertirla, per alterarne le radici resistenti, per mutarne l’impianto parlamentare in un nuovo, autoritario, regime presidenziale. Diceva il vecchio segretario del MSI: «Non restaurare, non rinnegare». Ossia, l’essere nostalgici quel tanto che basta, intimamente, per portare i germi del passato nel presente apparendo però nuovi, attuali e non ancorati feticisticamente al fascismo mussoliniano.

Una operazione di imbellettamento e di verginizzazione che non riuscì. Ci riprovarono, a dire il vero con altri presupposti, ma non meno pericolosi per la stabilità sociale e democratica del Paese, Fini, Tatarella e gli svoltisti di Fiuggi. I più inveterati restii all’abbandono dell’armamentario di Salò seguirono Rauti nella Fiamma Tricolore. Meloni rimase a galleggiare per qualche tempo, divenendo ben presto esponente di spicco, notata per la sua energica e colorita oratoria – retorica: così da assurgere al rango di Ministro per la Gioventù tra il 2008 e il 2011. Sembra passato un secolo, ma sono trascorsi soltanto quindici anni. Il che in politica vuol dire esattamente quasi un secolo se di mezzo c’è poi una pandemia e ci sono guerre e conflitti a non finire.

Dunque, la consegna dell’oggi, davanti a Camera e Senato, è questa: continuare a barcamenarsi tra la fedeltà all’Alleanza Atlantica e, al contempo, a quel Donald Trump che dice invece di volersene uscire dalla NATO per via dell’ingratitudine ricevuta. Dall’esecutivo meloniano nessuna condanna delle guerre, nessuna riconsiderazione del ruolo di Netanyahu nella crisi in corso, a cominciare dalla ormai triennale aggressione genocidiaria contro il popolo palestinese. Non un mea culpa anche minimo per aver sostenuto che un tipo come il presidentissimo a stelle e strisce sarebbe certamente degno del Premio Nobel per la Pace. Ossimoro degli ossimori che, per fare un po’ di ulteriore clamore e mettersi sotto i riflettori, Salvini ripete: insomma, che si pretende! Stiamo a vedere come finiscono ‘ste guerre e poi chissà… vuoi mai che The Donald non sia davvero degno.

Caso mai gli si potesse attribuire un briciolo di lucida intelligente capacità critica, si dovrebbe ritenere che nemmeno il leader della Lega pensa quello che dice: ma soprattutto, l’amletico dubbio è se dice quello che pensa… Sta di fatto che il primo discorso di Meloni in Parlamento è una giara piena di niente, un esercizio altamente retorico, fatto con un piglio severo, aggiustandosi mille volte la giacca, i capelli cascanti sul viso che viene tenuto nel novanta per cento dei casi basso: sguardo fisso sui fogli, pochi rivolti agli scranni parlamentari, tono greve e qualche scatto di orgoglio che fa sperticare le mani ai deputati e ai senatori della maggioranza in crisi. Vagliata anche la psicosomatica postura della premier, i contenuti che esprime nel suo discorso sono privi di una attinenza con la realtà. Sembra rinserrarsi in un cronico vittimismo, peraltro già ampiamente esibito altre volte.

Sembra quasi non avere altra via di uscita ed essere alle corde di un ring in cui tuttavia l’avversario che intende sfidarla è ancora piuttosto sulle sue e incerto sul da farsi: primarie, non primarie, prima i programmi e poi il leader… Nel campo largo progressista tutto è in divenire e nulla che è ancora pronto ad una vera competizione elettorale politica. Qualche tentativo di amalgama c’è: andrebbe capitalizzata, oltre che la spinta referendaria, soprattutto la lezione venuta dal voto del 22 e 23 marzo. Cos’è che fa sobbalzare le italiane e gli italiani sulle loro sedie e li spinge a votare? Un pericolo che, nella strettissima attualità del caotico oggi, non è più soltanto ascrivibile al convincimento che stiamo per essere invasi da ondate di migranti provenienti dall’Asia e dall’Africa, ma che ci stiamo impoverendo semmai a causa delle scellerate politiche liberiste proprio di governi come quello di Giorgia Meloni.

Non un provvedimento sociale è stato fatto per ripristinare delle tutele minime come quel salario che è stato abolito nel nome di una condiscendenza totale nei confronti delle imprese, del confindustrialismo spinto, della convinzione opportunistica affidata all’enunciazione del principio: «Salario giusto e non minimo». L’uno non esclude l’altro, anzi. Ma per la destra invece è così. Il salario giusto sarebbe quello percepito oggi da milioni di precari sottopagati, conteggiati tra i nuovissimi posti di lavoro creati, seppure stagionalissimi, a termine ancora prima del termine dei loro contratti, lavoranti poche settimane o pochi giorni. La sfacciataggine del governo non conosce limiti, non ha confini: il passo è breve, del resto, per chi si pronuncia in favore del Premio Nobel al peggiore presidente americano di tutti i tempi.

Proseguendo nel suo lungo discorso alle Camere, Meloni sciorina solo certezze, sicurezze e garantisce: lei va avanti, costi quel costi. Per gli italiani certamente. Sono sempre e soltanto costi: sul carrello della spesa, con bollette salatissime, con servizi sociali al minimo, con una sanità decurtata di continuo, con una scuola pubblica che si vorrebbe far diventare quasi confessionale, amica del primato nazionale, dell’italianità a tutto tondo, nel senso più discriminante del termine, mentre cresce un analfabetismo di ritorno preoccupante, una incapacità di comprensioni dei testi inquietante e un disagio giovanile che si esprime in violenze, aggressioni, esibizione e utilizzo di coltellame vario che diviene uno dei protagonisti emblematici della cronaca nera del Bel Paese.

Dalla sua, in vista delle politiche del 2027, la leader di Fratelli d’Italia ha ancora: la mancanza nel suo stesso settore di maggioranza di contendenti che possano competere con la ricomposizione del fronte progressista; la possibilità di truccare la partita con una legge elettorale ad acta (del resto già in predisposizione); l’esibizione di una serie di provvedimenti che saranno – c’è da giurarlo – esibiti al momento opportuno, un po’ come la riduzione delle accise sui carburanti negli ultimi giorni di campagna referendaria (e che tuttavia non è servita…). Di contro ha il logoramento della vita moderna che un Cynar, da solo, non basta a contrastare. Troppo amaro anche il liquore al carciofo per la sopravvivenza meloniana a Palazzo Chigi.

Meloni, quindi, non ci rivela nulla di nuovo nel suo discorso parlamentare: non condanna le guerre, le aggressioni genocidiarie; deve accettare il responso delle urne referendarie, ma deglutisce amaro e si vede che intende proseguire sulla strada del depotenziamento magistratuale, della limitazione del controllo costituzionale nello spirito dell’equipollenza dei poteri stessi. Per lei il governo resta al centro di tutto, anche se le tocca mostrarsi al Parlamento che, per quanto vilipeso, indebolito, fiaccato e reso cavalier servente dell’esecutivo, rimane il cuore della formazione delle leggi, a patto che sia ripristinato il rispetto che merita, dunque la sua autonomia, la sua prerogativa di fiducia e sfiducia nei confronti tanto del Presidente del Consiglio quanto dei ministri medesimi. In sintesi: Giorgia Meloni si è esibita in un comizio più che in una informativa da dare alle Camere sui tanti problemi del momento.

Questa sua ostinazione rischia di costarle cara, perché va a confliggere direttamente con una realtà complessa e sempre più complicata che sta stritolando tra le sue spire anche quelli che parevano essere i più sicuri costruttori del nuovo internazionalismo sovranista e populista. Il pericolo è tutt’altro che passato. Anzi, è ben presente. Ma, se la guerra contro l’Iran sta mettendo in grande difficoltà il presunto gigante trumpiano, qui è una condizione sociale sempre più misera a invertire i rapporti di forza e a generare nuove maggioranze nella popolazione. Anche trasversali, come il 22 e il 23 marzo scorso, per mandare al governo messaggi chiari: così facendo non si può andare avanti. Non si può proprio più.

MARCO SFERINI

10 aprile 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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