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Marco Sferini

La violenza nelle scuole e la violenza del metodo Valditara

Il 27 maggio scorso, in un istituto professionale in provincia di Teramo, un gruppo di studenti spintona un insegnante e ne provoca la caduta a terra. Il docente si rompe la cartilagine nasale con una conseguente prognosi di una settimana. Sembra che tutto sia stato causato da una redarguizione in merito al loro rendimento scolastico. Sta di fatto che questo episodio si inserisce in una lunga sequela di altrettanti atti di forza e di violenza da parte di minori dentro le mura scolastiche. Il che pone certamente più di una riflessione per risolvere più di un problema. La soluzione, dovrebbe essere evidente ma pare che così non sia, non può solamente essere affidata alla logica e alla necessità dei provvedimenti da prendere.

Perché, così facendo, ci si fermerebbe alla superficie di una piuttosto diffusa pulsione offensiva da parte delle ragazze e dei ragazzi verso il corpo degli insegnanti: inteso, in questi casi, proprio fisicamente e non solo figurativamente parlando come l’insieme di loro stessi e del loro ruolo nell’ambito della pubblica istruzione e del compito affidato alle scuole della Repubblica dalla Costituzione. L’offesa fisica è, se ne dovrebbe oggettivamente convenire, è un salto di qualità negativo rispetto all’offesa verbale. Tutte e due, comunque, rappresentano una attitudine di contrasto diretto nei confronti di chi è l’interlocutore primo dei bisogni di nuove generazioni che si prestano ad entrare in una consapevole esistenza, in un contesto non solo più familiare e amicale, ma propriamente sociale.

Questo è il compito, infatti, della scuola pubblica: fornire tutti gli strumenti conoscitivi e tutta la vicinanza possibile da parte degli insegnanti agli studenti per avere quella pari dignità di fronte agli altri e il pieno rispetto quindi di sé stessi e di chiunque. Compresi, si intende, coloro che devono trasmettere questi valori e coloro che lavorano ogni giorno nell’ambito della scuola. Non c’è dubbio sul fatto che qui si tratta non del “ribellismo” dettato da una voglia di affermazione dell’anticonformismo, dello svicolare rispetto alle regole condivise, del cercare di sembrare più furbo degli altri proprio perché le si vuole coscientemente contravvenire.

Molti ricorderanno il film diretto da James Clavell nel 1967 con protagonista uno straordinario Sidney Poitier, “La scuola della violenza“. Siamo in un quartiere sottoproletario dell’East End di Londra e il giovane insegnante, con un carattere piuttosto idealista, accetta l’incarico in un istituto frequentato da giovani sbandati, privi di veri riferimenti familiari, culturali, sociali e, quindi, abbandonati ad un’etica del tutto individualista: l’unico collante che li tiene insieme e che fa loro percepire il senso del gruppo è la lotta fra le bande rivali, la concezione quasi istintiva del branco bestiale.

Ma il giovane professor Mark Thackeray riesce a coinvolgerli in più di una riflessione sulla vita che conducono e a portarli dentro un percorso di maturazione che i libri, per quanto importanti, da soli non sarebbero in grado di fare. L’empatia è, in sostanza, uno dei fondamentali pilastri per la costruzione di un edificio scolastico concepito come incontro tra le esperienze: in particolare fra quelle molto differenti dell’adulto e del giovane, del professore e dello studente, di chi è già entrato nel consesso civile e sociale e di chi sta progressivamente compiendo questo cammino. La complessità sociale degli anni Sessanta del secolo scorso, quelli in cui si svolge la trama del film appena citato, è diversa da quella odierna. Non ci sono dubbi in merito.

Eppure esistono dei termini di paragone che consentono di analizzare la modernità della scuola del nuovo millennio similmente a quanto si sperimentava allora proprio nella ricomposizione tanto dei programmi quanto della pratica dell’insegnamento in un contesto di valorizzazione del dialogo che suggerisce l’autorevolezza del docente nei confronti delle ragazze e dei ragazzi e non invece quell’autorità che il ministro Valditara vorrebbe imporre con misure e con discipline piuttosto coercitive per far capire, in sostanza, chi comanda. Ma la scuola della Repubblica non è una caserma e non è nemmeno un luogo in cui deve essere sostanziata una verticalizzazione del potere. C’è già troppa imposizione in una società in cui governano gli eredi di chi asseriva che si doveva solo “credere, obbedire e combattere“.

Per questo si deve andare, anche in questo frangente, veramente controcorrente perché, se vogliamo anche citare il Vangelo, la violenza chiama la violenza e, dunque, l’imposizione autoritaria stimola i peggiori istinti di un ribellismo fine a sé stesso che, spesso, sfocia nella violenza del tutto gratuita e, per questo, molto più nociva tanto per chi la pratica quanto per chi la subisce. Il primo impulso è, in fondo, sempre quello: la reazione rispetto a quanto fatto dal gruppo di ragazzi nei confronti dell’insegnante del Teramano è la punizione. Meritano una sospensione, forse anche una bocciatura. Ma poi? Tutto deve finire così? Ovvio che no e lo sanno molto bene anzitutto i dirigenti scolastici. Meno sembra esserne edotto il ministro Valditara e l’insieme del governo Meloni, per cui la repressione è la chiave di volta contro ogni attitudine alla protesta, alla critica, alla manifestazione.

Distinguiamo i piani: un conto è scaraventare a terra un insegnante colpevole soltanto di aver ricordato ai ragazzi che sono gravemente insufficienti nel loro livello di apprendimento delle materie; un altro conto è voler vietare e condannare aspramente le occupazioni o le strade. Nel primo caso siamo di fronte ad una violenza personale che non è un diritto bensì un sopruso; nel secondo caso invece siamo di fronte a più diritti costituzionali (di libertà di manifestazione e di sciopero) che il governo vorrebbe punire severamente con i suoi decreti repressivi. Ciò che unisce questi due contesti è la violenza da un lato e la repressione dell’altro. Valditara e i ministri meloniani infatti utilizzano gli stessi strumenti coercitivi per mostrare e dimostrare chi comanda.

Da parte dello Stato c’è, dunque, in questo caso, un atteggiamento imperativo e non invece un andare a sviscerare le tante problematiche esistenti nelle periferie italiane, nelle tante zone di disagio che si annidano anche laddove sarebbe impensabile trovarle: ossia nei quartieri più benestanti tanto delle grandi come delle piccole città del Bel Paese. Tutta la politica interna del governo Meloni è stata improntata dall’inizio al più classico dei dogmi della destra estrema e tutt’altro che liberale: l’utilizzo della forza (e dunque della violenza) per risolvere quelli che l’esecutivo reputava e reputa problemi di natura esclusivamente securitaria.

Invece di avvicinare le scuole agli studenti, Valditara ha pensato bene di introdurre metodi di controllo e di ispezione costante, creando un clima da assedio degli istituti: metal detector agli ingressi per sorprendere il possesso di coltelli o altre armi improprie, un inasprimento delle pene per chi aggredisce presidi, docenti e personale scolastico al fine di ripristinare proprio il principio dell’autorità. Ma non necessariamente, purtroppo, quello più civico, civile ed empatico dell’autorevolezza. Il disincentivo del ricorso alla violenza da parte degli studenti, quindi da parte di giovanissimi che la introitano tutti i giorni tramite esempi che gli sono dati dai mass media e da Internet, lo si inizia creando le opposte premesse partendo dalla gestione della scuola stessa.

Nella società che consideriamo positivamente moderna viene costantemente proposto il modello della violenza come metodo utile per far valere le proprie ragioni: gli esempi peggiori vengono da chi governa, da chi fa del contrasto acceso il brodo di coltura di tante altre aggressività. Dalle questioni meramente personali ai dissensi di più vasta portata: dalle liti tra ragazzi che nascono sempre per quelli che a noi adulti paiono “futili motivi” (e che per loro evidentemente non lo sono…) ai conflitti tra gli Stati che guerreggiano per posizioni prestigiose di potere politico, militare, economico e finanziario. Viviamo in una società in cui la pace è una idea largamente condivisa ma molto poco praticata. A cominciare dai livelli più elementari di costruzione della cittadinanza e della civicità dell’individuo.

C’è indubbiamente in ognuno di noi una percentuale di non poco conto che riguarda una aggressività caratteriale quasi istintiva, frutto di una serie di confronti con un contesto che precede quello della scuola. C’è poi un’istigazione a ripetere comportamenti che sono usuali perché fanno parte di una logica del più forte rispetto al più debole che è una delle riscritture antropologiche dell’oggi (ma non di meno della prima metà del Novecento) assolutamente confacente all’idea di dominio che le destre hanno soprattutto riguardo al potere e al suo esercizio. C’è stata, nel corso di decenni e decenni, una abitudine a ritenere che chi urla più forte ha ragione e che, in particolare, quelle ragioni le può fare valere. Chi è quindi rispettoso del dialogo, del confronto e dello scambio culturale finisce per soccombere.

E se soccombe, di conseguenza, è perché è un debole che, alla fine, viene dipinto come un timido sognatore, un idealista di quella peggior specie che tanto viene disprezzata da chi ha, per l’appunto, solamente la “forza” ma non ha nei fatti alcuna argomentazione. Circondati da questo contesto, i più smarriti e fragili di questa società, incapaci di dire la loro perché incapaci proprio di utilizzare la mente, ragionare e ammettere soprattutto le sconfitte (il forte non può perdere…!), non conoscono altro metodo di confronto se non lo scontro fisico, l’intimidazione spavalda, la prepotenza e l’aggressività in quanto barriera da mettere tra loro (che diventano così “intoccabili“) e il resto di questo mondo.

Davvero occorre riconsiderare l’interezza dei rapporti tra cittadinanza e istituzioni, perché queste ultime, per troppo tempo, hanno tradito tutte (o quasi) le aspettative di una popolazione che è stata fatta putrefare in un deserto delle idee, in una palude dei risentimenti, in una asfittica e claustrofobica perimetrazione delle istintività più vellicate da un potere che ha esasperato gli animi nel contesto della crisi economica dilagante. Si sa grazie alla Storia che là dove prevale la disperazione, in quel preciso luogo sedimenta meglio l’autoritarismo piuttosto che l’autorevolezza. Il primo è sinonimo di subordinazione del basso verso l’alto; il secondo è sinonimo di condivisione delle responsabilità pur in presenza delle deleghe date per l’amministrazione pubblica dello Stato.

I giovani non sono buoni o cattivi a prescindere: per il semplice motivo che gli esseri umani non lo sono. La formazione caratteriale è sempre il frutto di una compensazione di fattori che, talvolta, non si verifica perché le problematiche tanto interiori quanto esteriori (quindi i bisogni prettamente sociali) relegano il soggetto ad una ricerca subitanea di soluzioni che non possono essere purtroppo sempre solo singolari ma che necessitano della pluralità, del sostegno, dell’aiuto di qualcuno che non può essere però giudicante ma ascoltante. Invece, in un contesto in cui a prevalere è l’esercizio della forza, siamo addirittura oltre il giudizio che appare superato appunto dalla sommarietà dell’azione individuale che deresponsabilizza, svincolandosi dal contesto in cui ci si trova.

Non c’è soltanto, quindi, una immaturità giovanile nell’aggressività che viene portata avanti nelle aule e fuori dalle scuole, dove il bullismo è soprattutto il fenomeno che riguarda coetanei o differenze di età lievi. C’è una immaturità più articolata, più grande e diffusa che parte dal vertice delle istituzioni e discende fino al più recondito anfratto delle tante periferie dell’Italia magnificata come moderno esempio tanto all’Europa quanto al mondo. Salvo poi scoprire che nei consessi internazionali contiamo quanto il due di briscola… Ma questa è un’altra storia ancora. E non è certo piacevole da raccontare. Almeno non dopo tutte queste considerazioni.

MARCO SFERINI

6 giugno 2026

foto: elaborazione propria

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