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Il portico delle idee

La vibrante sonorità dell’esistenza oltre il confine della morte

Possiamo confessarlo quasi con dolcezza: un po’ tutte e tutti abbiamo, almeno una volta, pensato a ciò che rimarrà di noi quando non ci saremo più, quando saremo morti, quando l’immateriale sarà la caratteristica che prevarrà sul materiale e ci riguarderà in prima istanza. Per le donne e gli uomini che hanno pensato a lungo è rimasto, per l’appunto, il pensiero. Per coloro che hanno scritto, sono rimasti i libri, gli articoli, le poesie, i drammi, le tragedie, le commedie che hanno rappresentato la vita e che la perpetuano come imago che si riflette di tempo in tempo mediante l’interpretazione dei presenti.

Per chi ha tentato di conquistare una terra, un popolo, forse anche il mondo intero, rimane la fama o l’infamia consegnatagli dalla Storia. Per tutti gli altri, invece, si parla di una “umanità” che, molto similmente alla più corretta dicitura di “animalità“, riunisce gli esseri viventi per intero, indistintamente: l’anonimato impedisce di sapere cosa rimane di miliardi e miliardi di donne, uomini, cani, gatti, uccelli, pesci, ma pure di sauri e dinosauri, specie che si sono perse nell’evoluzione pietosamente occultatrice delle cadaveriche file di corpi che si sono spente, dissolte, trasformate nuovamente nella materia di cui è composto l’Universo.

Qualcuno ha opportunamente osservato che neppure di chi riteniamo capace di un lascito mnemonico di rilievo, quello che quindi oltrepassa i millenni (che per noi mortalissimi micro-quasi-centenari sono tempi a dir poco infiniti), rimarrà poi pressoché nulla nel contesto sostanziale di un cosmo in cui le civiltà nemmeno si lambiscono perché non hanno, date le enormissime distanze che le separano, alcuna possibilità fattiva di entrare in contatto tra loro. Ad oggi nemmeno con apparecchi radio che, pure, sono, a detta degli scienziati, l’unica possibilità che abbiamo di recepire un qualche timido segnale dall’infinitudine profonda di un buio, di un gelo e di un silenzioso che è là fuori.

Quindi, se proprio volessimo dare una risposta quasi certa alla domanda di cui all’inizio di queste righe, potremmo dire a noi stessi che, sì, qui lasciamo al momento qualcosa se siamo degni della fama o dell’infamia, della gloria o della damnatio memoriae; ma, alla fine della fiera, siamo tutti destinati a scomparire nella dimenticanza o, nemmeno, nella “non conoscenza” da parte di altri di ciò che siamo stati. Quindi non sopravviveremo a lungo alla nostra morte e non lo potranno fare nemmeno gli imperatori, i re, i presidenti, i grandi della Storia che oggi studiamo, ricordiamo e conosciamo.

Con una delicatezza impressionante, mediante l’apprendimento della fuggevolezza del tutto, Franco Battiato ha scritto in merito: «Cosa mi piacerebbe rimanesse di me in questo transito terrestre? Il mio suono, necessariamente il suono quale vibrazione di quello che sono». Del resto, se qualcosa rimane di noi dopo la morte, lo si può ricondurre più o meno esplicitamente proprio alle “interferenze” che noi siamo stati in quel “tutto” che è la vita e che ha il suo contraltare in ciò che non propriamente è la non-esistenza successiva, quanto semmai la sua trasformazione materiale in altro.

Se sopravviva il nostro lato più spirituale, di esseri coscienti ed autocoscienti, è un dibattito che non ha alcuna soluzione prevedibile se non affidandosi alla religiosità della certezza dogmatica dell’oltretomba, di un moderno Ade chiamato in tanti modi e concepito in altrettanti quante sono le diverse immaginazioni dell’ultratterrenità dell’esistenza umana (e animale). Per lo meno il timore esplicito della morte era stato anticamente affrontato anche da un punto di vista molto empirico. Epicuro, infatti, seguendo un processo logico afferma: «Il più terribile dunque dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più».

Tuttavia, il punto in questione è proprio questo: la fine non tanto della nostra fisicità, quando di ciò che noi siamo come esseri consapevoli di essere, di esistere e, quindi, di non poter andare oltre un certo termine che è biologicamente definito dalla consunzione dei nostri arti, dei nostri muscoli, di tutti i nostri organi che hanno una loro propria vita, un loro proprio tempo. Messi insieme ci permettono di vivere un centinaio d’anni circa, ma la massimo. L’attuale aspettativa di vita oggi si attesta sui settantatré anni.

Ai tempi di Dante era la metà. Quindi qualche progresso è stato fatto, ma si tratta pur sempre di un alito di vento nell’indescrivibile, inconcepibile, inesplorabile infinitudine della materia, dell’esistente, dell’Universo. Vita e morte sono inferenti l’uno nei confronti dell’altro perché sono entro un rapporto di continua mutazione di ciò che è materiale, di ciò che ci costituisce e che è un prodotto molto complesso della più semplice formulazione chimica di ciò che riguarda le stelle da cui, in fin dei conti, siamo – come affermava opportunamente Margherita Hack – figli.

La mortalità, quindi, è una caratteristica inscindibile di ciò che è vivo. Non ci riguarda infatti solamente la mutazione delle nostre cellule e dell’intero nostro corpo, cervello compreso (e quindi “mente” compresa); ci riguarda soprattutto il venire meno di noi stessi in quanto la nostra φύσις (physis) è sinonimo di confinamento entro un determinato tempo, con un principio e una fine. La risposta più empiricamente condivisibile sui timori riguardanti la finitudine che ci concerne, l’ha data anche Epicuro, ma, se ci soffermiamo un attimo a rifletterci, ci viene proprio dall’esperienza.

Che cosa ricordiamo prima del nostro nascere? Niente. Cosa saremo dopo la nostra morte? Forse nell’identico stato del nostro non essere ancora in vita. Ci attende dunque il nulla eterno? Di sicuro soffermarsi una vita intera nel pensare alla morte è una mortificazione di questa straordinaria esperienza, a quanto sappiamo del tutto singolare, che è l’esistenza autocosciente. Lo scrive molto bene il filosofo francese Vladimir Jankélévitch in “Pensare la morte?” (edito da Raffaello Cortina editore, 1995): «…la morte non solo ci impedisce di vivere, limita la vita, e poi un bel giorno l’accorcia; […] ma al tempo stesso comprendiamo che senza la morte l’uomo non sarebbe uomo…».

La riflessione è tutt’altro che un qualcosa di riconducibile alla classica elaborazione metafisica sulle categorie dell’oltre-vita o del dopo-morte. Nell’intensissima commistione tra musicologia e filosofia, che in Jankélévitch si concretizza in un lavoro davvero meticoloso, compiuto praticamente lungo tutto il corso della sua esistenza adulta, si riscopre un mondo delle sensazioni che rientra nel percettibile, proprio come lo sono le onde sonore, come lo è la ϕωνή (phoné) ellenicamente intesa, ma si ha ugualmente accesso ad una nuova concezione della metafisica stessa. Le sue espressioni critiche divengono così anche critica musicale e, quasi nel medesimo momento, possono essere rilette viceversa.

La capacità della musica di essere un veicolo dei sentimenti anche nel momento del passaggio tra la vita e la morte (basti pensare al trionfo degli strumenti più bronchitici e dai suoni cupi, adatti appunto alle situazioni di prostrazione e di dolore), rende molto bene il significato di una intensa correlazione tra l’espressione rumoreggiante dell’esistenza e l’esistenza stessa anche quando questa termina e sembra farlo per sempre o in un infinito temporale che non ha nulla di fisico se non immaginato come l’infinito del vuoto o il vuoto nerissimo dell’infinito. Quindi, facendo seguito ad influenze molto bergsoniane, Jankélévitch rielabora la filosofia della metafisica, esattamente nel pensarla e tenta un’ontologizzazione della phoné.

Che cosa rimane, dunque, di noi dopo la morte? Battiato afferma: il suono quale vibrazione di quello che sono. L’abitudine a considerare chimicamente tutta la materia come un processo in continua e inarrestabile trasformazione, ha quasi sempre precluso lo spazio all’ipotesi che anche la sonorità potesse far parte della complicatissima mutevolezza dell’esistente. Noi siamo non solo pezzi di carne, di ossa, di muscoli, ma pure tensione che attraversa tutto questo, vagiti che rompono il silenzio primo del nascituro; ansie che si esprimono nelle palpitazioni del cuore e nell’iperventilazione polmonare.

Non esiste, in realtà, nessuna vita solamente ascrivibile alla fisicità, ma esiste semmai una espressione corporale di ciò che ci attraversa attimo per attimo e che è il frutto di miliardi di incontri sinaptici che la scienza studia ma a cui non sà ancora dare un preciso posto nel dilemma permanente tra oggettività del reale e immaginazione del metafisico e quasi irreale o, se vogliamo, surreale, quindi, per renderla meglio in latino: del super-reale. Se oltre la morte rimane l’eco dell’esistenza non solo umana, ma dei mondi che vi sono nell’Universo, allora resta anche una parte immateriale che si insinua in qualche modo nella rimodulazione materiale.

Può essere l’essenziale che è l’invisibile agli occhi, ma che il cuore, i sentimenti percepiscono? E chi lo sa… Ma, come del concreto rimane assai poco nelle forme interpretate nei dei tempi dei tempi che passano, ad esempio dei monumenti antichi che paiono eterni e che comunque si sbriciolano sotto il peso dei millenni che trascorrono, fino a diventare completamente altro rispetto a ciò che erano, così anche del rumore forse resta un certo qualcosa che vaga e non disperde del tutto. Jacques Lacan scrive: «La vita non vuole guarire, è l’avvenire-svanire, è voler essere il niente che si è, la tentazione dell’inorganico, la grazia orfica dell’abbandono e, infine, il bimbo-uomo nel grembo».

Non si può tornare indietro, nella pancia della mamma. Non si può sognare il non-esistere di sé stessi, perché si è condannati a proseguire nella conscia consapevolezza di una finitudine che, per l’appunto, interroga da sempre l’essere pensante autocosciente (e incosciente, per questo, di tanto, tanto altro). O, per miglio dire, ci si può anche depensare, riservandosi qualche angolo di quiete che cerca di intromettersi nel fluttuare continuo dei falsi problemi che ogni giorno ci attanagliano. Ma la piccolezza dell’esistenza terrestre ci riporta di continuo nel possibile della vita che sembra il tutto e che, esattamente davanti alla morte, appare il niente.

Noi siamo – diceva Carmelo Bene – dannati. Quindi con-dannati a questo rito dell’essere parte di un flusso continuo di un’umanità che sembra non avere uno scopo in sé e per sé, come non lo ha la morte. Se alla vita si cerca di dare un senso, qui ed ora, non certo elevandola oltre il visibile della volta celeste, all’inesistenza non si trova altro senso, nessun significato se non quello di affidarla ad una dimensione altra rispetto a quella in cui siamo. Paradossalmente – ma nemmeno poi tanto – la sonorità è più facile da intuire come attraversatrice delle dimensioni rispetto alla materialità delle cose, delle persone, della Natura.

Caso mai restasse anche un suono vibrante di noi nell’Universo, sarebbe bello se qualcuno lo potesse ascoltare. Non per imparare qualcosa, ma per avere contezza del fatto che, in fin dei conti, non siamo quel poco di un qualcosa che si disperde completamente nel nulla eterno dopo la morte.

MARCO SFERINI

25 gennaio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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