Anche da un paradosso può nascere una qualche forma di verità o, per lo meno, si può osservare che non tutto quello che è absurdum debba per forza scadere nella completa inutilità, capace quindi soltanto di esagitare le menti con presupposti fantastici e nulla più. Per molti secoli Zenone è stato equivocato, spesso volutamente nella lotta tra le varie scuole di pensiero, e gli è stata attribuita la volontà di creare quasi dal nulla delle nuove verità che avessero la pretesa di poggiare più che altro sulla necessità di confermare la filosofia parmenidea nella sua espressione di unicità dell’essere in tutto e per tutto.
Ma anche Parmenide è stato scientemente travisato e si è maledetta l’ontologizzazione dell’essere come se trattasse di una sorta di dogma imperscrutabile, di verità dai contorni assoluti. Nulla di tutto questo. Chi ha studiato maestro ed allievo con meno superficialità rispetto a tanti loro presunti interpreti, si è trovato davanti a qualcosa di più ragionato e di più ponderato di una semplice reductio ad unum, banale ultima classificazione della scuola eleatica. Ma è del tutto scientificamente evidente (e quindi matematicamente analizzabile e dimostrabile) che i paradossi zenoniani sono superabili mediante la dimostrazione pratica.
Questo dovrebbe essere l’ovvio, eppure non è sempre così. Si cerca, parlando di Zenone, di sconfiggerne una logica che non ha mai avuto l’ostinata esigenza di dimostrare che il movimento non esiste o che la molteplicità del reale non è reale e che, dunque, esisterebbe soltanto un essere indivisibile che, solo a pensarlo, è contraddittorio di per sé, contrastando oggettivamente con quella che noi chiamiamo “realtà” e che, per quanto possa essere tale, è e rimane una interpretazione soggettiva delle mutazioni costanti e incostanti della materia nell’intero cosmo e del cosmo medesimo, quindi ciò che è.
Il centro della filosofia zenoniana non è dunque arrivare a nuove verità rispetto a quanto è stato detto, scritto, affermato e sancito sull’essere, sull’esistente nei secoli a lei precedenti. Il centro sta semmai nel difendere quelle che sono le conclusioni cui Parmenide arriva: ossia che l’essere è illusoriamente molteplice ed invece ha per caratteristiche l’ingenerazione, l’eternità, la finitudine (intesa come completezza, all’essere non manca niente), l’immortalità e, qui veniamo al punto della gran questione, l’unicità, l’omogeneità e l’immobilità. Nemmeno Parmenide sà di preciso che cosa sia l’essere che lui pensa come tale.
La sua conoscenza dell’essere non è aprioristica ma nemmeno è del tutto a posteriori, perché gli elementi di valutazione sono un continuo divenire di trasformazioni; e siccome l’essere non può essere soggetto al divenire, visto che se diviene vuol dire che precedentemente non è stato tale, allora se ne deve per forza concludere che non diviene perché è già e non può non essere. Sull’unicità, difesa ovviamente da Zenone, si sono giocate tante partite dialettiche che sono molto affascinanti, ma che non hanno risolto e non risolveranno mai la paradossalità che le riguarda direttamente o meno che sia. L’essere è uno solo perché se ne esistessero due, uno sarebbe avanti all’altro e il primo sarebbe l’essere, il secondo il non-essere.ù
Ma se esiste l’essere non può contemporaneamente esistere il non-essere. Parmenide, in realtà, l’aveva già risolta per conto proprio nel frammento 2 contenuto ne “Sulla Natura“: «ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι … ἡ δ’ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι («è, e non è possibile che non sia … non è, ed è necessario che non sia»)». I paradossi creati da Zenone non vogliono inficiare la veridicità che ci viene trasmessa dai sensi, ma vogliono, riproponendo lo schema deduttivo parmenideo, quella presunta coerenza logica che noi riteniamo di possedere quando parliamo di spazio, di tempo e, ergo, di divisibilità all’infinito dell’uno e dell’altro.
Spazio e tempo sono dentro l’essere, nell’esistente, e quindi non sono già separabili da esso, Più ancora – sostiene il maestro di Zenone – non vi può essere scissione, divisibilità nell’essere, perché ciò che è diviso presuppone che tra le cose divise vi sia uno spazio e, quindi, un non-essere. La figura geometrica che meglio richiama tutte le caratteristiche dell’essere – che è perfetto e non ha smussature o angoli di nessun tipo – è la sfera. Tuttavia, se si volesse proprio essere cavillosi, si dovrebbe muovere agli eleatici l’obiezione che l’essere, nella sua perfezione è pensabile da noi che ne facciamo parte ma che ne siamo anche distinti in qualche modo…
Così, si può dire, di ogni altra cosa che è ugualmente sensibile e che noi percepiamo nella sua unicità con l’essere soltanto se rimandiamo tutto ad una unica esistenza: così come il panteismo fa coincidere Dio con l’essere (con tutto ciò che c’è e che anche c’è ma non si vede ad occhio nudo, ad esempio il vento…), l’eleatismo pensa l’unicità ma riconosce che i sensi non la possono trasmettere compiutamente, perché sono ingannevoli. Quindi si capovolge il reale con concepito mentalmente, si pone avanti alla concretezza della tangibilità, del visibile, dell’udibile e dell’odorabile (e del gustabile) la mediazione metafisica dell’elucubrazione mentale.
Le affermazioni paradossali di Zenone, per giungere ad affermare proprio l’unicità dell’essere e l’assenza del movimento, pretendono di dimostrare qualcosa che prima ancora di essere oggetto della dimostrazione noi sappiamo avere le caratteristiche della propria unicità distinta da quella degli altri oggetti, cose, persone, eventi naturali. Quindi è del tutto evidente che accapigliarsi sulla veridicità o meno delle prospettazioni dell’assenza del movimento fatte dagli eleatici è un esercizio sterile dal punto di vista scientifico: noi sappiamo, senza che la scienza lo debba dimostrare (anche se lo fa senza alcun problema di sorta), una freccia scagliata dall’arco verso il suo obiettivo vola.
Quindi si muove, partendo dalla tensione dell’arco fino ad arrivare là dove è indirizzata. Ma Zenone obietta: no, la freccia è immobile. Come è possibile che sia immobile se noi la vediamo volare e quindi attraversare un dato spazio in un dato tempo? Proprio qui Zenone punta il dito, sugli attimi temporali. Secondo lui (ma è difficile dargli torto), il tempo è un insieme di “attimi” che sono l’uno distinto dall’altro e in ognuno di questi attimi la freccia occupa un preciso posto nello spazio e nel tempo. Quindi la freccia in ogni attimo temporale è sostanzialmente ferma.
Piuttosto sagace il commento che Luciano De Crescenzo ne fece nella sua “Storia della filosofia greca“: se Zenone avesse potuto vedere le meraviglie della fotografia (e in generale, aggiungo io, dei fotogrammi anche cinematografici) avrebbe esultato trionfalisticamente nel constatare che nel precisissimo momento dello scatto la freccia risultava ferma o, per lo meno, impercettibilmente non in movimento. Nessuno può negare, infatti, che la somma delle immagini che descrivono leggere differenze l’una dalle altre, se viste in veloce sequenza producono il movimento (e qui Zenone non sarebbe contento).
Ma distinte, singolarmente prese, danno ragione paradossalmente (è proprio il caso di dirlo) al filosofo eleatico. Al centro della questione sta il rapporto tra tempo e spazio e, quindi, le relazioni che nell’esistente si producono seguendo quelle che noi definiamo “leggi fisiche“, quindi comportamenti pressoché uguali in ogni parte dell’Universo conosciuto. Senza dubbio entro lo spazio di casa, quello del Sistema solare. Tema cardine su cui Parmenide e Zenone si arrovellano è proprio l’infinito divisibile che negherebbe, in quanto tale, l’unicità dell’essere, dell’esistente.
Siamo un po’ tutti d’accordo – almeno così si può ritenere – che gran parte della filosofia eleatica sia affidata ad una fervida immaginazione. Tuttavia non va ridotta ad un’astrazione priva di qualunque senso, perché pone il problema (o per meglio dire la questione) dell’uno e del molteplice in relazione all’essere imprescindibile dell’essere stesso che è impensabile come qualcosa di divisibile da sé stesso e, soprattutto, di terminabile: se terminasse, questo limite significherebbe l’esistenza del non-essere. Quelle che possono venire appellate come le “conclusioni” degli eleati, saranno oggetto di una interminabile discussione che dura ancora oggi.
Di quelle dissertazioni filosofiche, scientifiche, metafisiche e fisiche, epistemologiche e ontologiche oggi rimane una doppia lunga coda: da un lato il sicuro divertimento che regalano le paradossalità zenoniane che vogliono confermare la validità del pensiero parmenideo, dall’altro lato l’eredità matematica, scientifica che offrono pur dentro l’assurdità che si sarebbe indotti a ritenere come unica qualità delle oggettive irrealtà supposte. Parmenide e Zenone, in fin dei conti, ci suggeriscono qualcosa che dovrebbe avere un carattere di intuizione: l’esperienza – quindi anche la scienza che se ne fa buon uso – è soggettiva fino a che non vi è condivisione e il rapporto con l’essere è così strettamente singolare.
La ragione, invece, può radunare una serie di riflessioni, così come avventurarsi in spazi interminabili di pensieri e trascendere questa singolarità e sintetizzare, abbracciare molto di più di quello che i sensi riescono quindi a percepire. C’è del vero nell’uno e nell’altro caso… La corrispondenza tra realtà e sensibilità è piuttosto oggettiva, mentre quella tra realtà e pensiero non sempre lo è. Per questo i paradossi di Zenone hanno come scopo l’attacco al caro “buon senso comune” (qui Carmelo Bene avrebbe certamente condiviso il pensiero eleatico) che inganna, che non è così oggettivo come invece pretenderebbe di essere.
Il paradosso è un avvertimento: Zenone vuol dirci che non possiamo fare affidamento sui sensi in tutto e per tutto. La realtà non è sempre quella che ci appare in quanto tale. Il dubbio su una soggettivizzazione dell’oggettivo deve quindi rimanere. Ma non deve essere assolutizzato. Altrimenti anche i paradossi qui trattati perderebbero la loro qualità di pungolo critico, di provocazione logica, di argomento per assurdo.
MARCO SFERINI
7 dicembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria














