Marco Sferini
La vera natura di una riforma che sovverte la Repubblica
Qualcuno adombra il fatto che, nel momento in cui si paventa la possibilità che la magistratura e, nello specifico, i pubblici ministeri, siano posti sotto l’egida più o meno diretta del governo, si stia facendo della dietrologia e, quindi, non si racconti affatto il merito della riforma di Meloni e Nordio sulla giustizia. Una argomentazione di questo tipo è di per sé una excusatio non petita, poiché se davvero il testo licenziato dal Parlamento su pressione del governo (che ha impedito in pratica qualunque emendabilità tanto da parte delle opposizioni quanto da parte della maggioranza) conducesse a risvolti pratici che non mettessero in discussione la separazione e l’equilibrio tra i poteri dello Stato, a nessuno sarebbe venuto in mente di suonare il campanello d’allarme per la democrazia italiana.
In realtà, quando si discute della riforma di Nordio, non lo si può fare esclusivamente da un punto di osservazione meramente tecnico: questo perché ciò che viene previsto con la tanto agognata “separazione delle carriere” è un impatto molto più irruente e pesante rispetto a quello che viene fatto credere dai sostenitori del “sì“. Come mai, se nei fatti questa separazione è in pratica già esistente, e non da oggi, oltre ad essere stata incentivata dalla riforma di Marta Cartabia, il governo Meloni ha sentito il bisogno di impegnare le sue energie in un progetto di modifica della Costituzione che divide il Consiglio Superiore della Magistratura in due parti, che crea un’Alta Corte di giustizia quasi esclusivamente per i magistrati ordinari e, quindi, lascia fuori tutti gli altri?
Se si prendono uno per uno gli articoli della Carta in pericolo di modifica, se si fa la somma, il totale che ne viene fuori è un oggettivo indebolimento strutturale del potere giudiziario al suo interno, proprio nella sua peculiare prerogativa di essere soggetto soltanto alla Legge e, quindi, autoregolamentato mediante una indipendenza dagli altri apparati dello Stato che non possono interferire nella vita della Magistratura che, tuttavia, rispondendo al principio dell’uguaglianza di tutte e tutti di fronte alle norme (e quindi alla Costituzione stessa) e non essendo al di sopra di niente e nessuno, non è esentata dall’essere essa stessa elemento di critica e di giudizio. Perché, dunque, il governo Meloni punta così tanto nel voler riformare una giustizia che, nei fatti, non muterebbe di una virgola nelle sue procedure anche dopo l’approvazione della riforma di Nordio?
Perché, nonostante si accrediti tutto ciò come pelosa dietrologia, il disegno delle destre è quello di una trasformazione della Repubblica parlamentare in una in cui il governo medesimo sia al centro delle istituzioni, ispirando la formazione delle leggi e non occupandosi quindi più soltanto della loro applicazione. Perché, pur cercando di sviare l’attenzione popolare da questa impostazione, non può sfuggire ad un occhio critico il fatto che dal primo momento del berlusconismo incedente verso magniloquenti tentazioni autoritarie, si è oggi passati ad un salto di qualità ulteriore in questo merito, viste le condizioni internazionali di destabilizzazione delle istituzioni democratiche tanto continentali quanto globali. Unione Europea ed Nazioni Unite non sono mai state così fragili come in questi anni e, soprattutto, come lo sono oggi, qui ed ora.
Le guerre hanno esacerbato gli animi, hanno ringalluzzito i prepotenti nazionalismi che sono riemersi: tanto ad est quanto ad ovest, come in America così in Medio Oriente. La saldatura dell’internazionale nera, che trova nel trumpismo uno degli assi certamente più portanti e importanti, è il paradigma delle altre destre oltranziste che si sono ricavate un ampio spazio di manovrabilità per tentare una rivincita antidemocratica nel nome di una serie di antivalori in cui credono fermamente. C’è una gran parte di interesse anche economico cui si fa riferimento, ma non bisogna sottovalutare mai il fatto che chi è oggi al governo non è soltanto mosso da un opportunismo endemico in chi assurge al potere e intende mantenerlo a discapito dei processi democratici. Chi è al governo crede in ciò che fa perché ritiene che le diseguaglianze, e non le differenze, siano un valore.
Questo è uno dei fondamentali su cui poggia poi una rimodulazione complessiva di un assetto della Repubblica che invece guarda all’uguaglianza, alla condivisione, alla compenetrazione delle culture e, per farlo, esige che nessuno prenda il potere ma, invece, lo gestisca pro tempore su mandato popolare. Il governo italiano a guida Meloni somiglia ad un amministratore condominiale che, invece di ascoltare l’assemblea del condominio stesso, propone gli interventi strutturali e li fa approvare assicurando che non occorre una discussione approfondita e che il solo fatto di ricoprire quella carica garantisce l’imparzialità nel nome del benessere collettivo: di ciascuno e di tutti. Come accade nella più complessa realtà di ogni giorno, magari qualche inquilino potrebbe sperticarsi le mani per applaudire nel nome della semplificazione burocratica. Più fatti e meno parole.
Peccato che non sia così. Anzi, per fortuna. Perché, con tutti i difetti che le si possono trovare, la democrazia parte dal presupposto che nessuno è sovrano, ma lo siamo tutte e tutti e che, quindi, non esiste nessun primus inter pares, ma la più larga condivisione possibile delle scelte determina la politica nazionale e le modificazioni dell’esistenza dell’intera popolazione. La logica del disegno meloniano, invece, è quella di fare del decisionismo – tipico della vecchissima impostazione mussoliniana, quasi un archetipo nel suo genere – il mantra di una narrazione per cui il capo decide ovviamente per il benessere sociale, civile, morale e culturale della nazione. Stiamo o non stiamo scrivendo di coloro che si definiscono “patrioti” per antonomasia? Ed allora come è mai possibile dubitare del fatto che non vogliano non fare gli interessi pubblici piuttosto che quelli privati?
La riforma di Nordio è uno dei passaggi dirimenti nella costruzione, nemmeno poi così tanto lenta, di una alternativa alla democrazia parlamentare, ad una Repubblica antifascista che non piace, ad esempio, a quei fratelli d’Italia di Bagno a Ripoli che vogliono schedare gli insegnati delle scuole locali sulla base del tipo di insegnamento che forniscono. Il presupposto è voler proteggere i bambini dall’indottrinamento, il timore che i piccoli siano indotti ad una conoscenza “politicamente schierata a sinistra“, “ideologicamente comunista“, “favorevole alle teorie lgbtq+ e/o woke“, “antiamericana, antisionista, antifascista, antilibertà di pensiero, anticattolica, antidemocratica“. Tra i tanti “anti” citati dagli esponenti del partito meloniano c’è, ebbene sì, anche l'”antifascismo“. Mica va bene che i ragazzi imparino che essere antifascisti è un valore civile.
Deve magari proporsi una sorta di pacificazione nazionale della memoria nel presente di un’era in cui si rinverdisce una condivisione di prospettive in cui non c’è critica del passato, ma comprensione accomodante entro la cornice di una Storia che viene così revisionisticamente proposta: esattamente come nel caso in cui si fanno passare le SS di via Rasella come simpatici soldati musicanti e non occupanti di una Roma dichiarata “città aperta“e spietatamente tenuta sotto il peso del maglio nazista. Non c’è un solo atto di riforma delle istituzioni proposto dal governo Meloni che non vada nella direzione di una svolta anticostituzionale nel senso dell’inversione di marcia, della vera e propria inversione a u nei riguardi del rispetto del ruolo centrale del Parlamento nella dialettica formazione delle leggi, di quello della Magistratura nel suo ruolo terzo giudicante (e requirente).
Il governo non sbaglia, così come Mussolini – si diceva in allora – aveva sempre ragione. Mica il Duce del fascismo poteva sbagliare… Se avesse sbagliato lui, avrebbe sbagliato il fascio per intero, visto che l’identificazione del Capo con il Partito e, poi, anche con lo Stato, era e doveva essere, per reggere alla prepotenza stessa che imponeva, totale, totalizzante, totalitaria. Qui ed ora non siamo a questi punti, ma rischiamo, con l’approvazione della riforma Nordio, di fare un grande salto in avanti verso un ringalluzzimento di un governo che già si sente padrone delle istituzioni e che solo la garanzia democratica rappresentata dal Presidente della Repubblica gli impedisce di andare oltre ogni misura possibile e immaginabile. L’altro argine deve a questa deriva di un plebiscitarismo che non c’è – almeno non ancora – è e deve essere il voto consapevole proprio di questi rischi.
Il 22 e il 23 marzo non è vero che si vota sulla separazione delle carriere tra magistrati e pubblici ministeri. Si vota su un quesito referendario che ha come obiettivo assegnare al governo ulteriori margini di manovra, ulteriori poteri di censura nei confronti della Magistratura e, quindi, anche del Parlamento che potrà subire ritorsioni di ogni tipo se non obbedirà al volere dell’esecutivo. C’è chi sostiene che questi timori siano esagerazioni volutamente messe lì per spaventare la popolazione e disporla contro il governo. Anche questa argomentazione mostra il timore che gli anticorpi nei confronti dell’autoritarismo possano fare, ancora una volta, il loro dovere e fermare le ambizioni di chi vorrebbe avere dei pieni poteri che non gli spettano, cambiando la Costituzione e legalizzando una svolta perversa che negherebbe l’uguaglianza dei diritti di tutte e tutti.
Non stiamo scrivendo, argomentando e discutendo di qualcosa che trascende il merito della controriforma di Meloni e Nordio, la stiamo traducendo per quello che realmente è: un progetto eversivo dell’ordinamento repubblicano così come voluto da Padri e Madri Costituenti che, memori della dittatura fascista e della Magistratura completamente asservita al regime e al governo di Mussolini, avevano previsto l’impossibilità per ogni altro potere dello Stato di dettare i comportamenti ai giudici e alla pubblica accusa. Non la vittoria a tutti i costi nelle cause in tribunale, ma la ricerca della verità per fare in modo che a prevalere fosse non un certo tipo di verità, ma quella dei fatti: solo così si garantisce, pur in mezzo a mille difetti e lacune, un vero funzionamento del diritto e della giustizia.
La riforma Nordio non è ciò che sembra. La rimonta del NO nei sondaggi lascia sperare che ci si stia accorgendo di tutto ciò: del fatto che Giorgia Meloni e il suo governo vogliono le mani libere per agire indisturbati, per non dover rendere conto di ciò che fanno, per esercitare un potere ineguale rispetto agli altri, per puntare verso quel “premierato” che è un altro obbrobrio superpresidenzialista, non incluso in nessuna altra ipotesi costituzionale in nessuna parte del mondo. Sarebbe bene non replicare il peggio del passato: l’Italia è stata la madre mondiale del fascismo. Evitiamo che lo sia oggi di un nuovo modello autoritario non poi così difficile da intravedere…
MARCO SFERINI
21 febbraio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














