La trasformazione antidemocratica e antisociale dell’Italia

Gli accadimenti in atto nel sistema politico italiano stanno dimostrando come si siano profondamente modificate le regole dell’esercizio del potere in via istituzionale in un quadro generale di  profondo...
Da sinistra Luigi Di Maio, Giuseppe Conte, Matteo Salvini

Gli accadimenti in atto nel sistema politico italiano stanno dimostrando come si siano profondamente modificate le regole dell’esercizio del potere in via istituzionale in un quadro generale di  profondo cambiamento che si sta verificando nel rapporto tra governo e parlamento e negli stessi comportamenti soggettivi degli esponenti politici nella comunicazione e nell’esercizio del potere.

Ci troviamo nuovamente in una fase di formazione di una sorta di “Costituzione materiale” dai termini contrapposti a quelli della “Costituzione formale”.

Permane una transizione i cui contorni appaiono assai incerti salvo verificare un nuovo accelerarsi di meccanismi di personalizzazione della politica esercitati in forme sempre più evidenti di vero e proprio disprezzo per quello che si riteneva, a partire dalla Costituzione Repubblicana, una sorta di “consolidato” nella forma e nella sostanza istituzionale.

Un “consolidato”, tra l’altro, confermato in almeno due occasioni (2006 e 2016) da un voto popolare che ha ribadito il concetto di centralità del parlamento, indicando proprio nelle Camere il luogo dove le élite dovrebbero formarsi ed esercitare la loro funzione di direzione della politica del Paese.

Sotto quest’aspetto tutto sembra tornare in discussione e sorge di nuovo una domanda di grande attualità: come si determinano i meccanismi di accesso all’effettiva gestione del potere politico in tempi di società complessa, dove appaiono evidenti i limiti dei “corpi intermedi” e delle stesse formazioni di governo?

Come può essere possibile non confondere potere e governo, tanto più che il governo appare ormai esprimersi attraverso la formula a “bassa intensità” dell’obbligo alla governabilità quale fine esaustivo dell’agire politico e l’obbligo alla governabilità è esercitato attraverso il prevalere della funzione del singolo rispetto all’esercizio di un ruolo collettivo, in una evidente voluta confusione di ruoli?

Per rispondere efficacemente è necessario ricostruire subito il quadro generale dentro cui ci troviamo: da una parte è cresciuto grandemente il fenomeno della “personalizzazione” della politica ormai giunto a sfiorare livelli preoccupanti in un rapporto tra il “capo” e le “masse” veicolato soltanto dal mezzo televisivo o dal web, attraverso cui si realizza un inquietante e per certi versi paradossale “dialogo” diretto tra il “politico” e la folla; contestualmente, e ci verrebbe da aggiungere quasi naturalmente, sono cambiati profondamente i partiti politici, ormai svuotati dalla partecipazione di iscritti e militanti ridotti al rango di “fruitori di eventi”.

Partiti politici trasformatisi in alcuni casi in “partiti personali elettorali” e in altri in una forma particolare del “partito acchiappatutti”: un modello questo che nella realtà del caso italiano appare molto più informe nella sua struttura e molto più caotico nella sua organizzazione di quanto non fosse stato immaginato nel momento della sua teorizzazione, quale punto possibile di superamento del “partito di massa”.

Sarà bene intenderci subito su di un’affermazione essenziale: la democrazia non è possibile senza partiti politici, perché il “pluralismo si esprime anche in organizzazioni stabili, durature, diffuse, che si chiamano – appunto – partiti” (Kelsen 1929, trad.it. 1966). I partiti svolgono funzioni non assolvibili da nessun’altra organizzazione e non soltanto dal punto di vista della promozione elettorale, ma anche nei compiti oggi largamente disattesi se non del tutto ignorati della partecipazione alla vita pubblica, della formulazione di programmi, ai compiti di acculturazione di massa e di vera e propria integrazione sociale.

Il punto da rimettere in discussione fino in fondo, allora, è quello riguardante il “come” si formano i gruppi dirigenti, come avviene la selezione del personale politico, come si costruiscono quelle élite chiamate al compito di dirigere la vita pubblica.

E’ il caso allora di riprendere la discussione per un possibile aggiornamento della “teoria delle élite”.

La prima nozione in materia ci proviene da Vilfredo Pareto, allorquando individua nell’eterogeneità sociale il costruirsi di una dicotomia ”stabile” tra una classe superiore e una classe inferiore e indica l’unica possibilità per ritrovare i migliori nelle posizioni di vertice nel continuo ricambio delle élite e al passaggio di individui da una classe all’altra (Sola, 2000).

Tocca però ad Antonio Gramsci costruire sul piano teorico la nozione di élite, partendo dall’insoddisfazione per la definizione coniata da Gaetano Mosca di “classe politica”.

Al pensatore sardo (“Quaderni del carcere”, volume III, edizione Einaudi 1975) la definizione “classe politica” appare “elastica e ondeggiante”, dal momento che “talvolta essa sembra sinonimo di classe media, altre volte è impiegata per indicare l’insieme delle classi possidenti, altre volte ancora fa riferimento alla “parte colta” della società o, più restrittivamente, al “personale politico” inteso come ceto parlamentare dello Stato”.

Per ovviare a questi inconvenienti e per ancorare la teoria delle élite alla metodologia marxiana e alla teoria delle classi, Gramsci, che pure utilizza in diverse occasioni il termine élite, propone di distinguere tra classe dirigente e classe dominante.

Il criterio che egli adotta è direttamente riferito al lessico marxista, ma tiene conto anche delle riflessioni di Pareto in tema di “forza” e di “consenso”.

Premesso quindi che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale” Gramsci propone di chiamare classe dirigente quel gruppo che s’impone attraverso il consenso, ovvero esercita l’egemonia sugli altri gruppi sociali.

Viceversa è classe dominante quel gruppo che tende a liquidare o a sottomettere i propri avversari.

Una classe può essere dominante e non dirigente oppure dirigente e non dominante.

Oggi emerge la tendenza a confondere questi elementi: il “Capo” si pone alla testa ma non alla guida ed esercita il potere soltanto con l’obiettivo proprio di rimanere “alla testa”, senza esercitare la “guida” se non nelle forme indicate dalla mutevolezza di sensibilità propria della “folla”.

Il tema della costruzione delle élite dovrebbe quindi essere strettamente connesso al tema dell’egemonia come conferma anche lo stesso teorico del “governo” Robert Dahl (1958) allorquando indica che: l’élite deve costituire un gruppo ben definito; le opinioni di questa élite debbono essere in contrasto con quelle di ogni altro possibile gruppo analogo; in tali casi, implicanti questioni politiche fondamentali le scelte dell’élite prevalgono regolarmente.

E’ proprio l’ultima affermazione che ci riporta all’attualità perché è proprio l’assenza di capacità nell’individuare le questioni politiche fondamentali oppure di agire, in questo senso, soltanto attraverso “specchietti per le allodole” oppure nella ricerca di “capri espiatori”, che impedisce la formazione stessa delle élite (mancando il presupposto indispensabile del “gruppo”) e di conseguenza la possibilità di far prevalere una tesi sull’altra proprio per l’assenza di definizione precisa dei termini di alternatività tra le tesi stesse.

Gli assunti di paradigma sui quali può poggiare il rinnovamento di una ricerca attorno alla costruzione di un’élite possono essere così definiti: la politica è lotta per la preminenza e il potere va concepito come “sostanza” e non come “relazione”; è necessario avere ben  presente la distinzione tra potere reale e potere apparente; la lotta per il potere e l’attività politica in generale è fatto “minoritario” nella società; la conquista, il mantenimento, la gestione del potere corrispondono alla capacità di coordinazione dei gruppi politici; la società è una realtà irrimediabilmente eterogenea, gerarchica, e conflittuale; ci si deve soffermare sul ruolo che le idee, i miti e le dottrine assumono nel processo di legittimazione dell’autorità.

In definitiva, il tratto essenziale della struttura di ogni società consiste nell’organizzazione dei rapporti che intercorrono tra governanti e governati, tra minoranza organizzata e maggioranza disorganizzata e nelle relazioni che si stabiliscono tra i diversi gruppi che detengono ed esercitano il potere: con buona pace di chi pensa  come realistiche proposizioni quali quelle della “democrazia diretta” e della “democrazia del pubblico”.

Sono questi gli elementi che debbono essere sottoposti alla riflessione politica nell’attualità del disfacimento del sistema cui stiamo assistendo: una riflessione da portare avanti attraverso un lavoro di studio che punti, proprio per citare nuovamente Gramsci, alla riunificazione tra teoria e prassi con un’ipotesi complessiva di trasformazione sociale collegata a un’élite ricostruita nell’interezza della sua identità di gruppo.

Naturalmente nell’elaborare questo intervento molte questioni sono state sottintese: l’analisi delle diverse specie di élite presenti in una stessa società, il tema delle relazioni tra le élite stesse e le masse, l’approfondimento circa i meccanismi di legittimazione che debbono essere attuati nell’acquisizione, nell’esercizio, nella detenzione e nel rovesciamento del potere.

Si tratta di punti essenziali da sottoporre, prima di tutto, a un non facile lavoro di vera e propria “ricostruzione intellettuale”, quello al quale pensiamo ci si debba dedicare con grande impegno in questa fase, senza dimenticare però l’attualità drammatica dei fenomeni di vero e proprio arretramento di massa in corso sul terreno delle condizioni di vita, del venire meno nella disponibilità di diritti individuali e collettivi, nel restringimento dei termini stessi di esercizio della democrazia repubblicana.

FRANCO ASTENGO

18 luglio 2019

foto: screenshot

categorie
Franco Astengo





passa a…



altri articoli