Non meno oggi rispetto ai tempi del regno di Lucio Domizio Enobarbo, altrimenti conosciuto con il nome di Nerone, imperatore romano che ha subito le peggiori rivisitazioni acritiche di un revisionismo storico spesso tradotto in una cinematografia hollywoodiana anche pregevole ma priva di una qualunque aderenza con i fatti dell’antichità, il rapporto tra vita privata e vita pubblica è complesso e complicato da molteplici fattori. Uno fra tutti è la necessità, definita come qualità pragmatica, di calarsi appieno nei contesti in cui si vuole trovare una affermazione e, quindi, sovente deviare da quelli che sono i princìpi ispiratori di una passione politica.
Vi sono elenchi di nomi di donne e uomini che, prescindendo anche dai toni comiziali, dove l’esacerbazione dei concetti trova la sua migliore (o peggiore, a seconda delle interpretazioni soggettive) traduzione in termini di scambio tra promesse e consensi, hanno iniziato dall’alfa e sono passati all’omega di un alfabeto della politica che ha, il più delle volte, deluso, allontanato, inimicato un buon numero di cittadine e di cittadini. Il riscontro è dato dalla disaffezione che si riscontra nelle percentuali di un astensionismo che ha superato la metà dell’elettorato medesimo. Tutto questo non favorisce certo un rapporto lineare ed armonioso tra codice di comportamento privato e codice di comportamento pubblico.
Tanto di chi si appresta a fare della politica un mestiere ben retribuito (almeno ai livelli parlamentari e governativi), dimenticando i nobili valori su cui poggiava una voglia di cambiare radicalmente lo stato di cose presenti e che, a poco a poco, si è involuta in una adesione sempre più indistinguibile del pubblico col privato: non solo per quanto riguarda le proprie legittime aspirazioni, ma semmai per quel che concerne l’attitudine dell’utilizzo della propria carica istituzionale per favorire chi è più afferente alle proprie idee e proposte e, parimenti, le può favorire con numerose prebende, attendendosi – ovvio – la contropartita della tutela di interessi che col pubblico non hanno, se non niente, certamente molto poco a che vedere.
Qui non siamo ormai più nella dualità, nel confronto, nello scontro anche tra due grandi scuole filosofiche antiche, che emerge nello scambio dialogico tra Seneca e Sereno in uno degli scritti che fa parte del corpus filosofico del celebre precettore neroniano. Ciò che ritroviamo ne “La tranquillità dell’animo (“De tranqullitate animi“), Rizzoli, BUR, 2014) è, oggettivamente, una lettura della realtà, delle relazioni vicendevoli di un mondo in cui ci si pongono fermamente le questioni che riguardano l’ottima direzione dello Stato romano rispetto ad una summa di interessi che sono anche privati ma che non possono prescindere dalla salus publica. I nostri tempi, che osiamo definire “moderni” in chiave quasi di superiorità etica per via della conoscenza maggiore delle concause che riguardano il mondo e l’universo, sono tutt’altra cosa.
Eppure, la lettura del testo di Seneca, questo in particolare ma pure altri dialoghi, così come altri scritti che si rivolgono ad interlocutori più vicini alla stretta cerchia anche familiare del filosofo-politico romano, mostra come le grandi questioni che l’essere umano si pone davanti all’impostazione della propria esistenza non sono poi venute così meno e, in particolare, non si sono modificate così tanto da non stabilire una diretta connessione tra le percezioni dell’umanità di duemila anni fa e quella di oggi. Sereno manifesta a Seneca una insoddisfazione tediosa, una noia che è alle soglie di un’apatia indecifrabile: derivata, si dice, da un disinteresse per le faccende pubbliche che pare quasi innaturale, inumana e, quindi, tramutata in desiderio insoddisfatto. Quel desiderio che, se non appagato, trascina in una altrettanto pericolosa frustrazione che genera, a sua volta, l’inquietudine.
L’opposto della tranquillità. Ma questa che cos’è? Come si possono creare le condizioni affinché possa essere qualcosa di differente dall’atarassia (irraggiungibile se si ritiene di dover comunque stabilire un connubio tra vita privata e vita pubblica) ma al contempo risulti godibile come punto di caduta, di equilibrio sostanziale e non solamente ideale, filosoficamente inteso e raccontato? Seneca tratta l’argomento dilungandosi molto e, per la prima volta nei suoi dialoghi, aprendo davvero una dissertazione a due con l’interlocutore. Una prima definizione di tranquillità è così data: «…noi ci chiediamo in che modo gli stati d’animo possano seguire un andamento sempre regolare e favorevole e l’animo sia propizio a se stesso e guardi con contentezza a ciò che lo concerne e non interrompa questa felicità, ma rimanga in uno stato di benessere, senza mai esaltarsi o deprimersi: questo costituirà la tranquillità».
La regolarità delle emozioni, l’imperturbabilità, l’assenza di sbalzi umorali, quindi una certa lontananza dalle passioni fomentate dalla vita pubblica (oltremodo quella politica!), sono tutte condizioni inequivocabilmente fondamentali per giungere ad una, se non proprio completa, sufficiente tranquillità interiore. Epicureismo e Stoicismo qui entrano in competizione e descrivono molto accuratamente un dibattito non solamente proprio dell’epoca di Seneca, ma già rintracciabile in altri scritti di oratori e storici dell’epoca pre-augustea come dello stesso intenso periodo della mutazione principesca del governo di Roma e del suo vasto impero. Seneca è convinto di ciò che anche Sereno alla fine va cercando: una via mediana, un cercare di sintetizzare il meglio della Scuola del Giardino con quella del Portico. A prima vista pare una chimera. Ma in realtà un incontro è possibile.
Perché le contraddizioni umane sono tante e tali da riflettersi con assoluta oggettività nei complessi rapporti sociali che si vanno instaurando: ciò ancora di più nella complicazione istituzionale che è, alla fine, un irregimentamento di regole che non possono altrimenti essere date se non con l’ausilio della forza per determinare quale classe sociale sia prevalente e abbia il “diritto” (o per meglio dire, grazie proprio alla sua forza, si prenda questo stesso) di prelazione, di imposizione, di repressione. L’auspicio di Seneca è riuscire a determinare le condizioni quanto meno interiori per una mediazione tra gli eccessi, tra le dicotomie evidenti, anche filosofiche, che vorrebbero porsi come modello etico-statuale, come disciplina comportamentale pubblica dopo aver regolamentato il privato. Un privato che – per dirla alla CB – tante volte pare “il privato del privato” e, quindi, la spoliazione di ciò che riteniamo d’essere e non siamo.
L’opposizione esistente tra le contraddizioni date dai nostri comportamenti, in relazione al districarsi in mezzo ad un mondo il più delle volte anche naturalisticamente ostile, ondivaga tra otium e negotium e l’impegno è certamente un sottrarsi ad uno stato di passività, di osservazione indolente il più delle volte e di completa contemplazione che non va mai al di là della critica improduttiva, autoreferenzialissima e, quindi, estranea ad una forma qualsiasi di dialettica efficiente e produttiva. Il ruolo del sapiente, secondo gli stoici, è esattamente l’opposto. Ma nemmeno l’epicurea ricerca dell’assenza delle passioni si spinge così tanto in avanti fino al disinteresse nei confronti della cosa pubblica. Esattamente qui vuole arrivare Seneca, che sa bene cosa significa destreggiarsi negli ambienti di corte, tra la tentazione di mollare tutto anche improvvisamente.
Non poterlo fare vuol dire proteggersi, cautelarsi innanzi all’ira imperiale e alle gelosie dei più intimi consiglieri del cesare di turno, evitando il massimo rischio che riguarderebbe (come poi del resto accadrà) la vita medesima. Il desiderio legato al ritiro dagli affari pubblici è, in sostanza, una voglia di tranquillità che è dettata proprio dall’esasperazione delle passioni che si contorcono una complicatissima corruttela di poteri che si intrecciano fra loro e costituiscono una trama ordita di complotti e di avversità che nulla hanno a che vedere con una naturalità dell’esistenza al pari di tutto ciò che l’essere umano ha creato oltre i limiti (o le potenzialità inespresse) della Natura con la enne maiuscola.
Scrive Seneca che una delle premesse della non tranquillità dell’animo sono le condizioni che inducono ad una non contentezza di sé medesimi. L’indecisione è la levatrice di uno stato emotivo altalenante che non pone le basi per una soddisfazione di quei desideri che, pertanto, rimangono in un limbo architettato dalle finalità di un mondo che è alterato, reso complicato rispetto allo stato naturale dell’essenza animalmente umana: «Questo trae origine dall’incostanza dell’animo e da desideri timidi o poco fortunati, laddove gli uomini o non osano quanto vogliono o non lo ottengono e sono tutti protesi nella speranza; sono sempre instabili e mutevoli, il che è inevitabile succeda a chi sta con l’animo in sospeso».
La sospensione eterea di questa contemplazione della speranza non fornisce alcuna garanzia di inveramento dei propri desideri e fa permanere in una condizione di perturbabilità continua, condannando chi non sceglie a non essere nemmeno considerato: né per le sue attitudini private, che molti non possono conoscere, né per quelle pubbliche non intende esercitare. Ogni separazione dal contesto, per quanto tendente alla virtuosa atarassia, rischia di rivolgersi contro sé medesima e divenire egoismo, ostinazione perversa ad un isolazionismo misantropo, pensandosi così troppo indegni di una umanità di cui si finisce per non voler fare più parte: «…se eliminiamo ogni frequentazione degli altri e rinunciamo al genere umano e viviamo concentrati unicamente in noi stessi, farà seguito a questo stato di solitudine priva di ogni interesse la mancanza di cose da fare».
Subentrerà allora una incapacità di ritrovare oggettivamente la tranquillità solamente nel rapporto singolare con sé stessi. La lotta fra le passioni è parte della vita e non la si può eliminare: tentativi in tal senso li hanno fatti non solo gli epicurei ma anche i fedeli di culti come quello cristiano che si sono spinti fino all’eremitismo più esasperato, alla chiusura delle porte dei conventi ad un mondo che ha continuato ad esistere e a tribolare senza che questa presunta saggezza della ricerca dell’imperturbabilità dell’animo smuovesse qualcosa se non solamente entro i confini di una psiche tormentata, egoticamente incapace di riconoscere i propri oggettivi limiti. Seneca e Sereno ne convengono: bisogna individuare la via di mezzo. Nelle passioni interiori come in quelle della vita pubblica. A ciascuno le sue.
LA TRANQUILLITA’ DELL’ANIMO
SENECA
RIZZOLI, BUR, 2014
€ 10,00
MARCO SFERINI
12 novembre 2025
foto: particolare della copertina del libro
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