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Il portico delle idee

La teoria marxiana dello Stato nella prospettiva comunista

In uno dei suoi primi scritti giovanili, “Dibattiti sulla legge contro i furti di legna” (1842), Karl Marx, redarguito spesso a torto, e da differenti angolazioni critiche, sul fatto che non avrebbe mai sviluppato una vera e propria analisi e/o teoria sullo Stato, illustra con particolare acume quello che sarà il pensiero in merito che, seppure con alcune modificazioni, manterrà per tutta la sua vita. Vi si legge, per l’appunto: «Tutti gli organi dello Stato diventano orecchi, occhi, braccia, gambe, con cui l’interesse del proprietario [di una foresta] ascolta, osserva, valuta, provvede, afferra e cammina» per preservare il suo specifico interesse che gli deriva dalla preservazione degli alberi e delle coltivazioni.

Norberto Bobbio nota altresì che Marx arriva ad una conclusione che “merita di essere sottolineata“: «Questa logica, che trasforma il dipendente del proprietario forestale in un’autorità statale, trasforma l’autorità statale in un dipendente del proprietario». Si preannuncia qui la futura impostazione tra struttura sociale-economica e sovrastruttura politica, istituzionale, quindi statale, laica o religiosa che sia. Così si invertono i rapporti, rispetto alla vecchia scuola filosofica hegeliana (e a molti precedenti che avevano fatto dello Stato un ente sovraordinatore della vita di ogni giorno, quindi un implicito ente influenzante gli assetti economici e dei rapporti tra le classi sociali).

Nello stabilimento di una nuova gerarchia tra ruoli strettamente connessi alla produzione della ricchezza necessaria all’esistenza di tutti e il potere coercitivo, propriamente dello Stato e rappresentato dallo Stato in quintessenza, si attua una vera e propria rivoluzione tanto del pensiero quanto della pratica che interverrà direttamente nelle concezioni che riguarderanno gli sviluppi anzitutto antropologici dei secoli a venire. Si sposterà il punto di vista dalla lotta contro l’entità ontologica dell’apparato istituzionale, alla lotta contro la classe dominante, ossia quella che detiene la proprietà privata dei mezzi di produzione: la borghesia.

C’è da evidenziare comunque che, nonostante quando si riferisca al tema dello Stato Marx parli di quello essenzialmente “borghese“, la questione da lui analizzata non si restringe al solo campo occidentale in cui siamo abituati a ritrovare le evoluzioni dagli stati di natura a quelli di diritto “privato-naturale” (come avrebbe osservato Kant), ma riguardi propriamente quasi un rapporto meccanico tra rimodulazione sociale e rimodulazione statale ovunque nel globo. Tanto si modificano i rapporti tra le genti in una nazione ed emergono, quindi, differenti porzioni e sproporzioni in merito, così subiscono uguali mutazioni i sistemi di governo che, per un difetto interpretativo legato all’ideologizzazione estrema del potere politico rispetto a quello economico, sono stati letteralmente sopravvalutati.

Contrariamente a quello che si può ritenere, la critica marxiana ad Hegel, ed ai filosofi che fino a quel momento hanno solamente “interpretato il mondo” invece di peritarsi di muovere nel senso del cambiamento reale e materiale, non è frontale e inappellabile: decompone la solidità granitica su cui si reggeva il principio della società civile sottoposta al potere dello Stato come luogo di espressione della comune condivisione delle regole e di altrettanto comune subordinazione alla forza espressa dalle istituzioni (in particolare per diritto divino da monarchi e prelati di vario tipo). Tuttavia non disconosce, ad esempio, il fatto che lo Stato sia l’ente monopolizzatore di un certo tipo di forza e che, quindi, sia proprio la parte egemone della società che ha il dominio sulla restante parte ad operare nel senso del controllo di quella che poi, nei fatti, è una violenza.

Per quanto si possa parlare e scrivere circa la democrazia compiuta, si converrà che alla fine di ogni discorso o scritto si dovrà concludere che, comunque sia, ognuno di noi deve “sottostare” alle leggi, alle disposizioni del governo e, quindi, come espressione laicamente repubblicana di una società organizzata in questo modo, è entro il perimetro del potere dello Stato. Questo vale anzitutto per coloro che non sono in grado di influenzare il corso degli eventi politici, segnatamente nella rappresentanza del potere esecutivo. Per quanto riguarda invece la classe borghese di allora e quella imprenditoriale e finanziaria di oggi, il rapporto con i governi non ha bisogno della sola intermediazione del voto, ma oltrepassa questi confini, considerandoli dei compromessi necessari per evitare rivolte sociali.

Lo fa con la corruzione, con l’invito da parte della politica ad infrangere i patti che ha siglato con il popolo sovrano nel momento in cui ha deciso di candidarsi a rappresentarlo. Una delle più evidenti dimostrazioni della dipendenza della sovrastruttura statale dalla struttura economica (dominante) è data indubbiamente anche da questi fatti disonorevoli; ma più ancora la si riscontra oggi nelle influenze che provengono da enti sovranazionali (come l’Unione europea). Riprendendo la questione della ineguale interazione tra società civile-economica e Stato, è interessante altresì notare come, appena tre anni dopo lo scritto citato all’inizio di queste righe, Marx ed Engels, divenuti nel frattempo grandi amici e sodali sul terreno culturale e politico, espongono ne “L’Ideologia tedesca” ulteriori conferme della loro critica.

A questo proposito, vi si legge: «La vita materiale degli individui, che non dipende affatto dalla loro pura “volontà”, il loro modo di produzione e la forma di relazioni che si condizionano a vicenda, sono la base reale dello Stato e continuano ad esserlo in tutti quegli stadi nei quali sono ancora necessarie la divisione del lavoro e la proprietà privata». Pertanto il convincimento degli anni giovanili qui si viene ancora più consolidando e confermando grazie allo studio iniziato proprio sulle questioni che riguardano l’economia politica, il capitalismo in piena espansione proprio a partire dalle nazioni che si ritengono più tecnologicamente progredite. Dall’Inghilterra alla Germania, dalla Francia agli Stati Uniti d’America.

La concezione tradizionale che ha percorso in lungo la storia della filosofia, per cui «la sovranità dello Stato è il monarca», marcando in questo modo una idealizzazione astratta dello stesso concetto di sovranità giunta a questo punto grazie all’ultima elaborazione hegeliana, non trova più spazio nella spiegazione oggettiva dei rapporti di produzione, di come funziona il sistema capitalistico che viene ad essere descritto e, per certi versi, letteralmente “scoperto“, dalla grande opera di studio scientifico che Marx persegue di decennio in decennio: in parallelo con quella dell’organizzazione del proletariato nella rivendicazione dei suoi diritti offrendogli un punto di appoggio su cui davvero poter vertere per risollevare e rivoltare il mondo.

La vecchia dipendenza del potere economico da quello statale è rovesciata e Marx ne dimostra praticamente l’originario enunciato studiando meticolosamente a fondo il sistema di produzione capitalistico, rendendo così evidente il perverso rapporto che vi è tra struttura e sovrastruttura: una interdipendenza così ancestrale da impedire una vera e propria mutazione dello Stato borghesemente inteso con un tipo di Stato proletario, con un “governo dei lavoratori“. Partendo dalle considerazioni che il Moro fa circa l’esperienza, pure straordinaria (in tutti i sensi del termine), della Comune di Parigi, i punti di approdo per una teorizzazione anche molto lata di uno Stato post-capitalista, sono a volte non sempre così coerenti fra loro. Proprio perché i tempi cambiano: il sistema capitalistico evolve e trascina con sé tutto il resto.

Si conferma, alla fine, una convinzione piuttosto radicata in Marx sul dover necessariamente “spezzare” ogni collegamento, tralasciare ogni similitudine con l’idea di Stato del passato ma anche di un presente che è completamente immerso nell’espansione globale del capitale. Al governo inteso come “comitato d’affari della borghesia” si sostituirà un “autogoverno dei liberi produttori“. Fatta la debita premessa che, siccome allora (ed anche oggi) ci si trova nel recinto del sistema capitalistico, si deve prima di tutto arrivare alle condizioni (e dunque allo stabilimento di nuovi rapporti di forza) che consentano di poter avere quel potere che permetta il rovesciamento rivoluzionario e la sostituzione della borghesia con il proletariato alla guida della società nell’interesse, questa volta, collettivo.

Preso atto che il superamento del capitalismo non può che avvenire attraverso rotture traumatiche (e non fantasticamente in un dato momento, in un preciso istante in tutto il mondo senza colpo ferire, come se si passasse dal vecchio al nuovo anno…), Marx e pure Engels non negano che il carattere sociale della rivoluzione si accompagni ad un carattere più squisitamente “politico“. Certa parte della sinistra di alternativa, che si dichiara comunista anche oggi, è indotta, dalla infelice differenziazione temporale tra Stato di transizione socialista a fase comunistica della società, a ritenere la democrazia parlamentare come un qualcosa di esclusivamente borghese (oggi potremmo definire il tutto col termine “imprenditoriale“).

Invece, ritroviamo ad esempio in Engels, nella prefazione all’opera di Marx “Le lotte di classe in Francia del 1848 – 1850“) il riconoscimento oggettivo del fatto che la determinazione dei presupposti per una apertura a maggiori conquiste sociali passa, in una primissima fase della presa di consapevolezza da parte del proletariato delle proprie condizioni di sfruttamento, anche tramite la presentazione nelle tornate elettorali di forze politiche che portino nei parlamenti le istanze della classe lavoratrice. Ma i danni fatti dalla sempre più consolidata alternatività tra socialismo (riformista) e comunismo (rivoluzionario), si percepiscono ancora oggi e sono stati e rimangono una delle cause di tante divisioni internamente alla galassia progressista.

Notava molto acutamente Bruno Morandi anni fa, in un piccolo libriccino molto utile tutt’oggi quanto introvabile (“Introduzione a Marx“, Datanews 1996) che le distorsioni in merito erano due: una critica da sinistra, una critica da destra. Per citarne alcune brevi righe: «’da sinistra’ si è portati a vedere le elezioni come una pura truffa a danno degli operai, la democrazia rappresentativa come un inganno che deve essere spazzato via dando il potere alla minoranza rivoluzionaria; ‘da destra’ si finisce per ritenere che la democrazia rappresentativa possa realizzare l’emancipazione sociale dei lavoratori purché si eleggano abbastanza deputati della classe operaia».

Notava altresì Morandi che queste due interpretazioni hanno un tratto un comune che, in prima istanza, appare poco evidente: «considerano decisiva la salita al potere di un certo personale politico piuttosto che il mutamento alla radice della struttura della produzione e del potere». Si ripresenta quindi la questione del rapporto tra Stato e potere, quindi tra Stato e società civile e il cuore della questione risulta la presenza della sovrastruttura e della struttura in un determinato periodo della storia dell’umanità (o di tutti gli esseri viventi senzienti e, quindi, dell'”animalità“, se vogliamo dirla più modernamente…). La questione è affrontata nel dilemma riguardante lo “Stato di transizione“, il governo della classe proletaria nel periodo di passaggio dal capitalismo al socialismo. Viene meno lo Stato borghese, sì, ma non viene meno lo Stato che della classe dominante era una espressione necessaria.

Ma, la costruzione di questo Stato di transizione dovrebbe a sua volta generare le premesse e rendere concrete tutte quelle trasformazioni atte alla scomparsa dello Stato medesimo, finalizzate al suo quasi naturale “deperimento“. Perché la scomparsa delle classi sociali avrà come conseguenza l’inutilità di un potere sovraordinatore che faccia da controllore su chicchessia. La grande polemica col movimento anarchico verterà anche su queste tempistiche e sul fatto se si debba prima abbattere lo Stato o prima attaccare l’impianto economico del capitale. Se per i libertari come Bakunin non c’è fase transitoria tra capitalismo e società federata dei liberi produttori, per i socialdemocratici è invece imprescindibile, per arrivare all’obiettivo, passare per la conquista dello Stato borghese senza distruggerlo, senza “spezzarlo“.

Il dibattito non è mica finito. Non stiamo scrivendo di qualcosa che affonda le radici nella propria storia ma anzi, in una anche non così residuale attualità: certo, non coinvolge le masse, alle prese con nuove crisi internazionali e nazionali imperniate sulle economie di guerra che impoveriscono e rendono invivibile l’esistenza di tanti popoli, ma suscita almeno ancora un certo fascino (molto autoreferenziale e, per questo, edonisticamente un po’ autoerotizzante) nei circoli in cui si discute più teoricamente che praticamente dell’immediato futuro. Nessun discorso è mai del tutto sprecato, ma sarebbe ora di trovare una mediazione tra critica “di sinistra” e critica “di destra” alla fase di transizione, all’intendere lo Stato in funzione di chi non ha mai avuto una vera sovranità sulla propria vita.

MARCO SFERINI

19 aprile 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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