La triangolazione nel multipolarismo di oggi non è una soltanto ma, date le premesse della guerra in Ucraina e tutte le conseguenze che ne sono derivate da quasi tre anni a questa parte, si può parlare di convergenze di interessi che, a fasi alterne, riguardano su più livelli le potenze di un tempo e quelle emergenti e riemergenti hic et nunc. Prendiamo il caso degli Stati Uniti d’America: il declino dell’impero a stelle e strisce, per come lo abbiamo conosciuto fino a poco tempo fa, è un dato di fatto, un punto su cui tutti gli analisti geopolitici ormai concordano senza, quindi, scommettere più. Forse sulle tempistiche, ma la fase è avviata.
Il trumpismo è quindi la sintesi attuale di questa decadenza rappresentata dal liberalismo che lascia il posto al liberismo supercapitalistico e dalla democrazia che viene sovvertita in un passaggio verso un autoritarismo che non intende comunque mettere completamente da parte le formali adesioni ai valori del padri fondatori dell’America che è stata grande e che, riassunto nell’acronimo MAGA, intende esserlo ancora. Ma, oltre le smargiassate trumpiane, il punto focale si concentra sui rapporti con Putin e con Xi Jinping. Russia e Cina si parlano amichevolmente. Troppo per l’inquilino della Casa Bianca.
L’imperialismo americano, del resto, viene accantonato da Trump come espressione dell’esportazione della democrazia nel mondo: al modello etico-politico si sostituisce un modello militar-politico che, in quanto tale, ha bisogno di solide basi economiche per potersi affermare ancora una volta. L’isolazionismo statunitense, predicato in patria in ogni consesso MAGA, non prevede tuttavia una chiusura alle relazioni internazionali su vasta scala: Trump cerca sempre un nemico su cui scaricare i problemi che ha in casa. Può essere una volta la debole consociazione europea, un’altra volta l’ONU e magari oggi, dopo l’ennesimo cambio di opinione nel giro di ventiquattro ore, la Russia di Putin.
Nemico o avversario temporaneo: quel tanto da poter constatare la reazione di Mosca alle sanzioni poste sulle aziende esportatrici di petrolio e testare parimenti la risposta cinese su un medio termine. Se vuole passare alla storia come il risolutore dei conflitti moderni, Trump deve fare abbastanza in fretta, visto che questa sarà, in tutta certezza, la sua ultima presidenza, data la sua età e dato anche il fatto che un terzo mandato suonerebbe davvero come una eccezionalità troppo monarchica nella repubblica federale americana. Al declino dell’egemonia americana sul pianeta, la risposta che il magnate dà è un consolidamento delle posizioni governative interne.
Le sanzioni contro le aziende petrolifere russe sono senza dubbio un atto ostile che, infatti, Putin legge in quanto tali. Ma, visto che in passato erano già stata messe da Biden con uno scarso successo, c’è da ritenere che anche questa volta, se Pechino agirà nell’interesse di una più vasta alleanza russo-sino-indiana contro il tentativo di rimodulazione dell’egemonia globale da parte di Washington, e, nonostante oggi sospenda gli acquisti dell’oro nero esportato da Mosca, ciò che se ne ricava è più che altro l’idea che si tratti di un tatticismo volto a far prevalere gli scambi in yuan piuttosto che con la mediazione del biglietto verde.
Il multipolarismo esige che sia messa da parte la vecchia logica della governabilità mondiale espressione di un unico padrone. L’imposizione di un modello unico, tanto politico quanto etico e, ovviamente, economico e militare, non ha oggi la possibilità di riproporsi in quanto tale: in questo senso, la partita odierna è stata vinta da Cina e Russia, sostenitrici della multipolarità e, invece, persa dagli Stati Uniti d’America che, in particolare negli ultimi due lustri con il primo Trump e con Biden poi, hanno provato a rimettere a galla il grande impero a stelle e strisce su una scena mondiale in cui fosse necessario l’intervento di Washington sempre e comunque.
Del resto, se è più probabile una convivenza (non certo però completamente pacifica) con la Russia putiniana, più difficile è riuscire a ritenere possibile una eguale convivenza con la Repubblica popolare cinese. Le sanzioni messe da Trump alle due più grandi compagnie petrolifere russe, Rosneft e Lukoil, vorrebbero avere l’effetto di incidere sul corso degli eventi bellici in Ucraina. Così la vendita a Kiev di nuove batterie missilistiche a lunghissimo raggio. Questa sorta di controffensiva della deterrenza di nuovo conio sembra più che altro un modo per cercare di tacitare le voci malevole che vorrebbero un presidente americano molto più morbido verso Putin rispetto a quanto non lo sia stato con Netanyahu riguardo la tragedia genocidiaria di Gaza.
Voci di corridoio o meno che siano, il dato di fatto c’è. Per la prima volta dopo molto tempo, il governo americano compie un atto ostile nei confronti della Russia, mentre la Cina, agendo nel proprio esclusivo interesse, decide di chiudere al petrolio di Mosca. Ma, ha fatto molto acutamente notare Alberto Negri, giornalista espertissimo di questioni internazionali e firma de “il manifesto“, che queste sanzioni trumpiane si applicheranno al petrolio che dovrebbe essere commercializzato via mare e non tramite le reti di gasdotti che vanno dalle steppe russe alla Cina e all’India. La salita dei prezzi, nemmeno a dirlo, farà ingrossare le tasche di americani e arabi. L’Europa non toccherà boccia.
Quindi, a ben vedere, la partita delle sanzioni è ancora una volta un quid da cui è difficilissimo uscire con un qualche anche tenue cenno di certezza. Il tatticismo è la cifra regolatrice di questi movimenti triangolari tra USA, Russia e Cina. Si tratta di una caratteristica cui non si sottrae l’altra triangolazione che, però, risente parecchio del peso non equipollente rappresentato da Washington e dalla NATO nei confronti dell’Unione Europea e dell’Ucraina. La partita della guerra si conferma ennesimamente come la grande trappola per Kiev compressa tra il fronte russo e quello occidentale che vorrebbe sfidare Mosca apertamente ma che, senza un minimo di protezione statunitense, non può nemmeno immaginare questa tenzone.
Negli ultimi anni gli Stati Uniti avevano sostituito la Russia alla Cina come nemico principale nella complessità della globalizzazione neoliberista, le sanzioni poste oggi sul petrolio moscovita sembrerebbero in un certo qual modo confermare questa tendenza. Ma, visto che stiamo per l’appunto trattando di un tatticismo su vasta scala, dobbiamo sempre tenere conto del fatto che queste mosse sono ormai di breve termine, hanno un corto respiro che, in parte, è anche determinato dall’inefficienza delle misure sanzionatorie. Una prova la si è già ampiamente avuta con i tanti pacchetti di limitazioni di commerci, di conti bloccati e di divieti vari imposti alla Russia dall’Europa e che non hanno avuto affatto l’effetto che si proponevano.
Per quanto Putin sia stato costretto a fare i conto con un logoramento bellico tutt’altro che trascurabile, dato dal sostegno dell’Alleanza Atlantica, di Bruxelles e di Washington (con alterne vicende tra la presidenze bideniana e quella del secondo Trump), i tempi lunghi sono sempre parsi giocare a favore di Mosca. Proprio queste tempistiche così elasticamente allungate verso un futuro incerto, hanno indotto Russia e Cina a giocare una partita differente, mettendo in essere una collaborazione stretta tanto sul terreno della ricerca militare, del riarmo e degli scambi economici. L’impressione è che oggi si scontrino due tipologie di leaderismo: uno assolutamente pragmatico rappresentato da Putin e Xi; l’altro piuttosto abborracciato e giornaliero di Trump.
Se Trump pensa di separare la Russia dalla Cina commette un errore di valutazione che, oggettivamente, dovrebbe essere una evidenza lapalissiana. Si può realmente immaginare uno scontro tra Mosca e Pechino al pari di quelli di quest’ultima con Washington? Non è obiettivamente nemmeno supponibile: non fosse altro perché Russia e Cina confinano direttamente per centina e centinaia di chilometri, condividono quindi una parte importante di interessi in Asia e, non di meno, in altre parti del mondo (come Europa ed Africa, dove si spartiscono differenti sfere di influenza economiche e militari).
La mossa ultima di Trump, del resto, non punta certamente a tanto. Gioca su un doppio piano fatto di contraddizioni evidenti che, nella partita della guerra in Ucraina, fanno divergere tanto la Russia dagli USA quanto questi stessi da una Europa che è molto più guerrafondaia e imperialista dell’attuale amministrazione governativa della Casa Bianca. C’è chi ha, con qualche punta di sagace ironia, parlato e scritto a questo proposito di “euroconfusione” al riguardo del conflitto ancora in corso ad Est, insinuando (e non senza ragione…) che l’Unione Europea sia ormai una sommatoria di posizioni tanto diverse quanto sono i suoi Stati membri. La fine della politica estera della UE sarebbe quindi imminente?
Magari no, ma le premesse per una ricaduta pesante nei recenti errori inanellati con i pacchetti delle sanzioni e una impostazione a tutto riarmo, fino ai più remoti confini con Minsk e Mosca, ci sono proprio tutte. Qui non si può nemmeno più parlare di tatticismo e, tanto meno, di una strategia di medio termine. L’Unione Europea sembra proprio non avere un posto in questa storia; eppure dovrebbe invece averlo, riuscendo ad essere, non solo geograficamente parlando, quella intercapedine tra Ovest ed Est capace di mediare, di porsi come parte terza nel conflitto in atto. Il problema è che si tratta invece di una delle parti che guerreggiano e che sostengono apertamente la guerra.
Nel nome della difesa dei valori democratici, liberali, dei diritti su cui si fonda la UE. Un’Unione monetaria e imperialista. Sembra la brutta copia degli Stati Uniti d’America pre-trumpiani. Sembra e, forse, non può aspirare nemmeno a quel generoso paragone. Troppo per un agglomerato di paesi che se hanno in comune soltanto l’offesa nel nome della difesa, hanno davvero ben poco su cui far crescere un’idea e una pratica di un continente nuovo nel solco di quello che ha dominato il mondo con il colonialismo, lo schiavismo, usando come merce di scambio i “grandi” valori morali, sociali e politici di una civiltà che ora è sempre più un pallido ricordo.
MARCO SFERINI
24 ottobre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







