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Marco Sferini

La strutturale violenza di un sistema che vuole negarci l’esistenza

La violenza come elemento di allontanamento sociale da un lato, di avvicinamento modernamente banditesco dall’altro: ogni problema moderno è, se lo si guarda tanto da lontano quanto da vicino, un problema che ha alla sua base una qualche forma di aggressività, di prepotenza, di sopruso, di sopraffazione. Si va dal giovane tredicenne che ha accoltellato la propria insegnante di francese per una voglia di vendetta verso lei, verso la scuola, verso il mondo e che, peraltro, meditava pure di uccidere il padre facendo saltare in aria la casa, fino all’eccellenza negativissima della violenza in quanto tale, quella che raggiunge apici catastrofici, omicidiariamente di massa, etno e genocidi compresi: la guerra.

Questa è una società che il neoliberismo capitalistico ha impostato sulla conflittualità massima: dovendo lottare più contro le sempre minori risposte naturali (della Natura in quanto tale) alla sua smania di accumulazione profittuale rispetto alla pluricentenaria lotta di classe con chi non detiene la proprietà privata dei mezzi produttivi, il regime delle merci e dello sfruttamento dell’uomo su praticamente tutto ha fatto in modo di irregimentare la guerra, di farne la regolatrice assoluta dei nuovi disequilibri di potere in una fase multipolare che ha soppiantato quella timidamente (si fa per dire) unipolare che pareva doversi imporre dopo la fine della Guerra fredda.

La pluripolarità dei centri di espansione del capitale ha generato una concorrenzialità veramente esasperata ed esasperante: i popoli subiscono questa torsione bellica che viene presentata come lotta delle democrazie occidentali contro i barbari dell’est e del lontano, estremo oriente. Non più l’Europa ora tenta di conquistare il mondo, ma un’America trumpizzata che compete direttamente con la Cina che è, oggettivamente, dati alla mano, l’unica grande potenza in grado di oltrepassare lo strapotere già dello Zio Sam. Dunque, si diceva, la violenza è la cifra fenomenica di una evidenza incontestabile. Non solo è reale ma è anche virtuale.

Questo non è il solito vecchio rimbrottamento sui videogiochi che avvelenano le fantasie dei più giovani, come delle trasmissioni televisive infarcite di collericità, stracolme di anatemi vicendevoli, di voci che si danno su altre voci e dove l’indice di ascolto sale soltanto se c’è una furiosa lite in corso e non, invece, un sensato, ponderato, pacato ragionamento da condividere con altri in una discussione anche duramente polemica. Qui, semmai, si tratta di prendere atto che non stiamo costruendo una società della condivisione e dell’ascolto, ma quasi soltanto della contrapposizione asperrima. Eppure, nonostante tutto questo sia la quotidianità, abbiamo anche molte dimostrazioni di criticità nei confronti della violenza.

Se consideriamo l’ultima prova di forza del governo Meloni nei confronti delle istituzioni repubblicane e democratiche, quella messa in essere con la tornata elettorale referendaria, è facile constatare come un senso critico si sia aperto un varco, non certamente di facile prevedibile riuscita, in un contesto tutt’altro che penetrabile dal criticismo stesso. Tutta una serie di grandi strutturali poteri si sono schierati a fianco di un esecutivo che ha promesso loro fedeltà, cieca obbedienza, riverenza e condiscendenza senza alcun se, senza alcun ma: a sostenere le ragioni del SÌ erano tanto i confindustriali quanto i padroncini di un Lombardo-Veneto che, più della propaganda stantia di una Lega ai minimi termini, aderisce alla narrazione dei privilegi promessa con un’autonomia differenziata bloccata sul nascere.

Un progetto, come quello del sogno premieristico meloniano, che al momento è stato fermato grazie agli oltre quattordici milioni di NO che si sono imposti nelle urne e che hanno messo al riparo la Repubblica da un vero e proprio tsunami istituzionale, politico e, quindi, sociale. Anche in questo frangente si è utilizzata la violenza come elemento destrutturalizzante: violando qualunque prerogativa parlamentare, imponendo alle Camere una legge di revisione della Costituzione che non veniva consentito fosse emendata e tanto meno discussa in questo senso. Neppure dalla stessa maggioranza. Queste non sono soltanto delle forzature, che pure sono state messe in pratica con una sfacciataggine degna delle destre postfasciste.

Queste sono delle caratteristiche di forze politiche che concepiscono il potere proprio come acquisizione di dominio e di predominio e non come possibilità di gestione del bene comune e della nazione nel suo insieme: altro che patriottismo. Se la controriforma di Meloni e Nordio fosse passata, oggi di quella protervia ne potremmo tastare tutte le conseguenze e su più di un piano istituzione: partendo dalle disposizioni di assoggettamento del potere giudiziario nei confronti di quello governativo. C’è, dunque, una coscienza critica che non si lascia irretire, che non permette che l’arte infingarda di una seduzione pericolosa le arrivi così vicino da consentirle di prevalere rispetto al ragionamento autonomo ed indipendente.

Una particolarità attribuibile a questa critica singolare e collettiva è la percezione del pericolo. È, in sostanza, l’avvertimento che qualcosa non va, nonostante le promesse fatte delle forze di maggioranza di non alterare gli equilibri di potere, di non voler assolutamente pervertire la democrazia in una sorta di autocrazia in salsa magiara e, più che altro, orbaniana. A questa capacità in parte intuitiva ed in parte affidata all’approfondimento delle questioni tanto nazionali quanto internazionali, dobbiamo anzitutto la reazione positiva dei giovani che hanno contribuito al fermare l’attacco del governo alla Costituzione. Così come altre violenze, perpetrate nei confronti del Mezzogiorno d’Italia, tra tutte rimane emblematica l’abolizione del salario minimo garantito, hanno scatenato una reazione incredibile.

Eppure un altro tipo di reazione, quella propriamente reazionaria, adesso si inventerà qualcosa per correre ai ripari e userà nuovamente gli strumenti del potere che ha per cercare di ottenere il massimo possibile dalla grande parte della popolazione che sopravvive ogni giorno del misero salario, della altrettanto misera pensione che le viene data. Non ci penseranno minimamente a mettere mano all’ingente somma di spese militari per recuperare del consenso tramite delle riforme sociali. Non è nella loro natura di pseudo-classe dirigente che è, nonostante tutti i proclami sociali, devotissima al capitale, all’impresa come caposaldo di una ricchezza spacciata per nazionale e che, invece, è solamente padronale.

In questa società fatta di contrasti così totalizzanti si inserisce una insoddisfazione che è soprattutto delle più giovani generazioni: lontani magari da considerazioni sulle tremende fomentazioni della violenza da parte del sistema di produzione capitalistico, ragazzi e ragazze avvertono la ripetitività di un’esistenza che non offre loro prospettive di futuro, che non consente loro di sviluppare le pecularità di cui si sentono portatori, che non valorizza le differenze in ogni senso possano queste essere declinate, interpretate e vissute da tutte e tutti. La società del liberismo autoritario, interpretato efficacemente dalla pusillanimità delle forze conservatrici, è un mondo asfissiante, dove la solidarietà viene piegata al diritto del più forte.

Si tenta di dimostrare che è importante eccellere e non esprimere invece il proprio essere sia quel che sia, senza dover per forza mettere in atto una competizione continua, irrefrenabile e ansiongena. Il gesto terribile del giovane tredicenne non può essere pensato al di fuori di questo contesto che, tuttavia, non può divenire un alibi per derespansibilizzare, per minimizzare: questo odio che si tramuta in violenza materiale, nell’annientamento dell’altro rispetto a noi è molto, molto simile comunque a quello di un sistema che produce una concorrenzialità tale da tramutare gli Stati in contendenti che puntano alla distruzione l’uno dell’altro e non, invece, ad una ricerca di collaborazione per dirimere i grandi problemi che affliggono noi animali umani, gli altri animali non umani e l’intero pianeta.

Troppo facile disgiungere le nostre vite dall’esistenza in cui siamo immersi, calati ogni giorno e in cui veniamo strattonati da eventi che sono titanicamente più grandi di noi: per cui ci sentiamo non solo impotenti di fronte alla normalità dei eventi sismisci terrestri, ma soprattutto di fronte ad un minuscolo gruppo di persone che ha il potere e che ne fa quello che vuole nel nome dei ricchissimi e dei privilegiatissimi. Così, la frustrazione viene a galla e non importa se il contesto è la scena della guerra in Medio Oriente o una scuola in cui devi per forza eccellere, altrimenti sei classificato come un perdente, un buono a nulla e, di conseguenza subisci marginalizzazione o bullizzazione.

La traccia è questa ma esistono anche tante coscienze critiche che si ribellano a questa uniformità indotta e che lavorano ogni giorno per riscattare tante ragazze e tanti ragazzi che, altrimenti, finirebbero in un autoreferenzialismo deprimente (nel vero senso psicosomatico del termine), lasciandosi andare ad un turbinio di emozioni negative che negherebbero loro la vitalità degli anni in cui si arriva alla maturità attraverso non poche difficoltà del tutto naturali e valide per chiunque. Qualcuno ha scritto in uno di questi messaggi che vengono lanciati nella rete: «Sii gentile, perché ognuno di noi vive il suo inferno di giorno in giorno». Ed è vero. Ma è altresì necessario non cedere alla facile e sbrigativa tentazione di fascistizzare tutto e di non indagare i tanti particolari che esistono.

Da qui comincia sempre una piccola rivoluzione personale che può diventare sempre più grande: considerare ciascuno come una ricchezza, valorizzare tutte le differenze e lottare contro l’uniformità che la violenza più generale ci vorrebbe imporre. In qualuque forma si presenti, con qualunque lusinga si faccia avanti.

MARCO SFERINI

28 marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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