Politica e società
La stretta securitaria: «Ora 10mila agenti in più»
L’annuncio in aula. «Abbiamo diminuito le morti in Mediterraneo». Ma nel 2026 sono cresciute del 150%
Nella palude economica in cui è finito l’esecutivo, e con il dramma di rapporti internazionali che dovevano dare lustro alla premier e si sono rivelati un boomerang, per ripartire non restano altro che le certezze. Su tutte, due battaglie identitarie della destra e di Meloni: sicurezza e immigrazione.
Il primo annuncio la premier lo ha dato parlando alla Camera: «Intendiamo incrementare la presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Stiamo lavorando per introdurre la figura dell’ausiliario dei carabinieri e delle forze polizia assumendo 10mila unità di volontari in ferma prefissata per fare attività di sicurezza e controllo del territorio». Una misura che Meloni aveva già annunciato a febbraio, visitando il presidio di militari davanti alla stazione di Rogoredo a Milano, e caldeggiata sia dal ministro della Difesa Crosetto che dal comandante generale dei Carabinieri Salvatore Luongo.
Scomparso nel 2005 con il congelamento della leva, l’ausiliario è un carabiniere arruolato con una procedura diversa, dai costi più contenuti e in servizio per un periodo limitato di tempo. Il piano del governo sarebbe quindi quello di reintrodurre la figura con una norma apposita, per poi reclutare i nuovi agenti tramite un bando per un periodo di servizio tra i 15 e i 18 mesi, di cui 3 di formazione. Per il dopo, ovvero renderli effettivi, si vedrà, di certezze al momento non ce ne sono. Il ragionamento sarebbe quello di servirsi delle nuove unità anche per sostituire i militari, 6800 circa, impegnati nell’operazione Strade sicure e che la Difesa vorrebbe riportare nelle caserme. Ma i nuovi ingressi potrebbero anche solo sommarsi a quanti già in strada, aumentando esponenzialmente il numero di agenti schierati sui territori.
«Gli ausiliari non colmano le carenze strutturali, rischiano solo di rendere il lavoro più precario e i tempi di formazione annunciati sono del tutto insufficienti» spiega Pietro Colapietro, segretario della Silp Cgil, che con altri sindacati aveva già scritto a Meloni criticando la misura. «Questa figura inserita in un modello fortemente militare rischia di rompere l’equilibrio previsto dalla legge del 1981 sulla sicurezza pubblica, penalizzando le forze di polizia a ordinamento civile e spingendo verso una progressiva militarizzazione» prosegue.
L’altro pilastro di Meloni è quello delle politiche migratorie. Anche qui, per la premier la sfilza di provvedimenti presi in questi tre anni e mezzo «è stato un cambio di passo ma non basta». L’occhio è puntato sul disegno di legge apposito, annunciato e ancora non depositato in Parlamento, che recepirà le nuove norme europee (su cui il governo ha voluto accelerare il più possibile a Bruxelles) e che contiene il «blocco navale», ovvero il divieto di ingresso nelle acque territoriali in particolari situazioni deliberate dal consiglio dei ministri. Condizioni che se fosse per Meloni ci sarebbero già ora: «La “conclamata necessità” prevista nel disegno di legge potrebbe essere particolarmente realistica nell’attuale contesto internazionale» ha detto ieri parlando in Senato. Tra i risultati ottenuti, per la premier, c’è quello di aver «ridotto i morti nel Mediterraneo».
Un proclama difficile da sostenere se si guardano i numeri dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, che conteggia solo le morti certe. Dall’inizio del 2026 ne ha contate 765, il 150% del 2025 quando erano state, a questo periodo, 460. «Dopo il flop dei centri in Albania, Meloni continua con la sua sadica propaganda smentita clamorosamente dalla realtà» ha detto il segretario di PiùEuropa Riccardo Magi. «Solo nella settimana di Pasqua ci sono stati cinque naufragi, e Meloni non ha detto una parola su questo» ha attaccato la deputata dem Rachele Scarpa.
MICHELE GAMBIRASI
foto: screenshot ed elaborazione propria


















