Mentre l’Italia di una settimana di mezzo inverno prova a rasserenarsi con le Olimpiadi che imperversano tra Milano e Cortina e offrono spettacoli incantevoli sul piano sportivo, mentre su quello giornalistico-politico sono piuttosto inverecondamente claudicanti; mentre il governo di Giorgia Meloni si accanisce contro le opposizioni e contro chiunque non voglia la volgarità sessista, omofoba e piuttosto retriva di un comico misconosciuto in quel del festival di Sanremo, si scopre, grazie all’azione dei magistrati, che aziende praticanti le consegne a domicilio, e che sono delle grandi multinazionali nel settore, altresì sono delle enormi sfruttatrici del lavoro.
Non è una novità? No di certo, perché un po’ tutti siamo abituati, e giustamente, a considerare i fattorini moderni, altrimenti detti “riders“, come uno degli ultimi anelli di una lunghissima catena della precarietà che è divenuta, grazie alla compiacevolezza di differenti parti politiche, di controriforme governative e anche di tolleranze troppo spesso colpevoli da parte dei sindacati e delle associazioni di categoria, praticamente la regola sregolata in un mondo del lavoro che è visto come un qualcosa di parasubordinato e che, invece, è privo di garanzie certe.
Le biciclette sembrano correre più veloci della luce: i riders sorridono solamente quando si ritrovano ai margini delle pizzerie, dei distributori di panini e hamburgers all’ingrasso di una popolazione ipercalorica, supercolesterolizzata, invitata a consumare zuccheri e sali in quantità tali da far andare in dipendenza anche il più salutista dei salutisti. Per il resto le loro corse sono sempre solitarie: saltellano sulle buche, inciampano, finiscono per terra se, dopo qualche pioggia, i solchi nel terreno si sono pericolosamente allargati e ci finisce, oltre che una ruota sottile, anche una di uno scooter o di una moto. Il tutto per due, tre euro a consegna.
Tassati, in proporizione, più dei grandi industriali, degli amministratori delegati delle stesse aziende per cui lavorano senza conoscere nessuna catena gerarchica: gestiti solo telematicamente, guidati dal grande fratello algoritmico che ti propone i clienti, le paghe e i percorsi. Le uniche libertà concesse paiono il diritto di poter rifiutare gli ordini e di optare per strade meno lunghe se, a dispetto dei calcoli delle sequenze infinite di dati matematico-telematici, sei del luogo o se hai fatto tante volte quelle strade da aver imparato tutte le scorciatoie del caso. E peccato se ti tocca, ogni tanto, contravvenire al codice della strada. A tuo rischio e pericolo.
Il tempo magari fosse denaro! Qui è elemosina, miseria: si lavora nel migliore dei casi per paghe che vanno (lordissime) dai settecento ai milleduecento euro al mese. Questo per chi lavora dodici ore al giorno… Chi lavora solamente alla sera tre, quattro ore, arriva a malapena a trecento, quattrocento euro tolto il 20% di ritenuta d’acconto fiscale. Pure la mance date online sono tassate. All’algoritmo non sfugge nulla. Sanno sempre dove sei, cosa fai. E se una sera, poi, nonostante fosse perfettamente partita, la moto o la bici smettono di funzionare o ti si rompono, e tu sei in consegna con due ordini, lo comunichi e dovresti essere tutelato.
Invece no. Ti arriva dopo due giorni magari il messaggio automatico che stanno indagando su di te, per vedere se li hai voluti fregare, se ti sei magari voluti intascare qualcosa del cibo che, peraltro, ti dicono, una volta che non puoi portare a termine una consegna, addirittura di buttare… Non solo sfruttamento a tutto tondo, ma anche disprezzo per le materie prime, per prodotti che potrebbero invece essere lasciati a qualche associazione di volontariato o di intervento sulle povertà come la Caritas. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano interviene dopo accurate indagini: le paghe dei riders, di oltre quarantamila fattorini, sono «al di sotto della soglia di povertà».
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I giudici inquirenti riscontrano quello che la politica non vuole vedere, quello che i sindacati non vogliono o non sono in grado di affrontare… Qualcuno, visto che il referendum sulla controriforma di Nordio si avvicina, sentenzia dall’alto dei palazzi che insomma… eccoli qui i magistrati che mettono addirittura il naso negli affari legittimi di una grande impresa, di un marchio conosciuto in mezzo mondo. Ma se quel grande marchio sfrutta a più non posso i lavoratori che cosa si dovrebbe fare se non intervenire? Se non mettono fine a questi veri e propri regimi di caporalato moderno (termine usato nelle motivazioni che i giudici hanno messo nero su bianco per commissariare una ditta italiana), cosa mai si dovrebbe fare in merito?
Permettere che lo sfruttamento continui? Intanto chi ordina da casa un panino e una bibita da un ristorante lontano dieci chilometri da casa propria e attende per una ventina di minuti (tempo medio di una consegna in moto su percorrenze extraurbane) si gode poi il suo pasto senza farsi domande, visto che le domande sono già aggirate ed evase così da un insieme istituzionale che tuona contro il lavoro mal pagato, gli incidenti e le morti causate dalla mancanza di perizia piuttosto che da quella di sicurezza che dovrebbero fornire gli imprenditori, ma che poi nella sostanza non mette fine allo supersfruttamento dei riders, dei migranti e degli italiani impiegati nei campi agricoli, negli appalti e subappalti dei cantieri…
Sette giorni su sette, per dodici ore al giorno, per una paga di milleduecento euro lordi. Significa poco meno di mille euro al mese per chi regge quei ritmi con qualunque condizione meteorologica. Se piove a dirotto o grandina e non puoi lavorare, nessuno ti risarcisce per la giornata di mancato lavoro. Nessuna indennità come in altri contratti di mansioni in cui si lavora costantemente all’aperto. Nessuna garanzia in merito, nessun risarcimento. Per chi lavora in moto la benzina è totalmente a carico del rider. L’usura tanto delle biciclette quanto di scooter e altro pure. Quindi, alla ritenuta d’acconto del 20% va aggiunto come aggravio tutto questo.
Quanto ti resta del poco meno di mille euro al mese se lavori sette giorni su sette per dodici ore al giorno? Calcolati gli imprevisti, la cifra media può aggirarsi intorno ai sette-ottocento euro… Qualcuno rimprovera pure i riders: se non vi va bene come lavoro, cercatevene un altro. Entrati in modalità zen, per non esplodere definitivamente, si potrebbe obiettare: offriteci un lavoro migliore. Metteteci nelle condizioni di poterlo trovare e forse noi, che ogni sera ci muoviamo per le vie delle città e dei paesi, fin sopra le colline più sperdute, a portare capricci gastronomici del momento per chilometri e chilometri, accetteremo una mansione diversa.
Dei quarantamila lavoratori che hanno protestato a Milano, di cui molti sono stati ascoltati dalla Procura della Repubblica, la gran parte sono originari di paesi africani ed asiatici. Tuttavia vi sono anche molti autoctoni, in particolare quarantenni e cinquantenni che hanno perso il loro lavoro precedente e che tentano di mettersi un po’ al riparo con un lavoro che sembrerebbe lasciare dei margini di gestione personale e che, invece, nel momento in cui ti metti online e sei a disposizione, sei costantemente controllato e richiamato all’ordine se tardi in una consegna o se ti fermi troppo in un luogo.
Non tutte le aziende che fanno consegne a domicilio adoperano gli stessi metodi di ingaggio e di sfruttamento. Perché di quest’ultimo sempre si tratta. Su questo punto nessuno sfugge alla sentenza già più che evidente: lavorare per meno di otto-nove euro all’ora (peraltro lordi…) è sfruttamento senza se e senza ma. I riders portano a casa qualche centinaio di euro al mese. Le aziende di questo settore fatturano centinaia di migliaia di euro ogni anno. I magistrati accusano le dirigenze di aver portato avanti «una politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità». Il tutto senza che esista, come già sottolineato poco sopra, senza che queste enormi multinazionali aprano delle filiali o dei punti di affiliazione in cui è possibile avere un contatto diretto tra impresa e dipendente.
Tutto viene gestito algoritmicamente mediante un programma che decide la qualità delle prestazioni date in base ai tempi che tu tieni nelle consegne, all’accettazione degli ordini (se li rifiuti vieni penalizzato nella riassegnazione immediata mentre stai pedalando o guidando) e, ovviamente, in merito alle disponibilità che tu dai. Per alcune aziende, poi, i magistrati registrano un vero e proprio comportamento discriminatorio in base alle condizioni personali di bisogno: i più indigenti, prigionieri della mancanza di un permesso di soggiorno, di un affitto esoso, di una famiglia magari a carico, venivano individuati come soggetti-oggetti ancora più ricattabili.
Se piove non ti risarcisce nessuno. Ma nemmeno se ti ammali. Non ci sono quindi le condizioni minime, garantite dalla Costituzione, per considerare tutto questo un lavoro vero e proprio (che di per sé nel sistema capitalistico è sfruttamento), ma un vero e proprio regime di caporalato. Così come dichiarato dai pubblici ministeri che si sono occupati del caso di cui nessun governo, nessun altro si è occupato. Quando Sebastian Galassi, un rider di ventisei anni era morto durante il lavoro a causa di un incidente stradale, l’algoritmo aziendale ha pensato bene di mandare sul suo telefonino un messaggio: quello in cui si annunciava la sospensione del suo account e, dunque, il suo licenziamento perché la consegna non era stata portata a termine.
Quando si ordina qualcosa a casa, si mette in moto tutta questa catena di supersfruttamento. Sarebbe bene penarci prima e magari rinunciare ad un capriccio gastronomico, protestando con le aziende: anche i consumatori possono esigere che per la lavoratrici e i lavoratori siano messe in essere condizioni di impiego migliori, con tutte le tutele e i risarcimenti del caso. Dalle giornate di pioggia al riconoscimento dell’indennità per malattia o, nei casi in cui il rider sia una donna, anche per maternità. Sono queste le nuove frontiere delle rivendicazioni di una lotta di classe che non va inventata, ma riscoperta, praticata e aggiornata ai tempi. Ognuno di noi può dare un segnale in questa direzione, fare qualcosa e sostenere chi è sfruttato affinché domani lo sia sempre meno e poi… magari… non più.
MARCO SFERINI
10 febbraio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria















