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Marco Sferini

La scuola acritica di Valditara nel solco autoritario delle destre

Non lo scriviamo perché diciamo di essere marxisti (concezione teorica che Marx per primo aborriva, affermando che non avrebbe mai potuto esserlo, criticando quindi una personalizzazione del pensiero e dell’analisi che aveva elaborato nel corso della sua vita). Lo avremmo scritto anche se il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara avesse proposto di tralasciare dai programmi di filosofia pensatori come Giovanni Gentile che, francamente, ci sono molto, molto lontani sul piano ideologico-politico. Cosa avremmo scritto? Che tutta la cultura è importante, che ogni momento storico lo è e che nulla deve essere messo da parte, tanto più se a farlo è un governo.

Il potere che stabilisce cosa si deve e cosa non si deve sapere è degradante per sé stesso e mina le fondamenta plurali del vivere civile, del vivere democratico, del convivere insieme partendo proprio da visioni anche molto differenti della società di oggi come di quella passata e di qualunque proiezione nell’immediato futuro. La proposta di Valditara è di fare spazio più a filosofi come Gentile e meno (se non eliminarli proprio dai programmi di studio degli istituti superiori) a Spinoza, Leibniz e Marx. Non ci si stupisce tanto in termini meramente ideologici: che un ministro leghista abbia in poca simpatia questi tre grandi pensatori può anche venire per logica ritenerlo molto probabile.

Ma ci si deve stupire ed indignare sul terreno della garanzia di una scuola pubblica che offra alle studentesse e agli studenti l’intero spettro della cultura fino ad oggi insegnata; semmai implementando i programmi, potenziando gli organici, istituendo nuovi corsi, dando maggiore rilievo alle figure professionali degli insegnanti tutti. Invece l’opera al contrario delle destre si situa nel viatico del dimagrimento intellettuale, della riduzione nel nome dell’efficienza che risponde ad uno schema valoriale che intende passare dal pluralismo al particolarismo e, in questo caso, con un segno ed un colore ben precisi.

Lo studio della filosofia, già di per sé oggetto di frequenti stigmatizzazioni e critiche, etichettato come un qualcosa di altamente superfluo rispetto alla pragmaticità della vita quotidiana e delle sue problematiche, non ne subirebbe altro se non ulteriori mortificazioni. Invece la conoscenza dell’evoluzione (o anche involuzione) del pensiero umano nel corso dei pochi millenni di storia dei sapiens è una delle principali porte aperte verso la capacità critica di ogni individuo: detta in poche parole è la possibilità di sviluppare un proprio pensiero, una propria visione su ciò che l’esistenza, la vita, il trovarsi qui in questa esperienza che ci è capitata e che, obiettivamente, poteva anche non capitarci.

Le intenzioni di Valditara rispondono ad un disegno classico della perturbabilità delle coscienze, impedendo loro di porsi troppe domande e rispondendo solo al criterio dell’accettazione del presente come unica realtà concreta. Tutto il resto se non è noia, è una perdita di tempo. Quindi il porsi quesiti sulla propria esistenza, sul proprio essere ed esserci, scivolando nell’impietosa heideggeriana ontologia, non differirebbe molto dal vagare con la testa tra le nuvole come un po’ favolisticamente si racconta di Talete che cadde in un pozzo (o un fosso…) perché stava ammirando e studiando gli astri del cielo. I patrioti meloniani cosa vogliono? Che si guardi a terra, che ci si concentri sull’obbedienza a credenze che inducono a lottare.

Lottare per cosa? Per sé stessi nel nome di una nazione che stanno invece umiliando di continuo costringendo gran parte della popolazione a sopravvivere in mezzo ad una economia di guerra che è la vera dominatrice del presente in cui siamo immersi fino ed oltre il collo. In tempi come questi, in cui la verità diventa una variabile dipendente delle propagande belliche, lo sviluppo del pensiero critico dovrebbe essere, insieme alla soddisfazione dei bisogni fondamentali di ciascuno e di tutti, uno dei primi intendimenti di un governo che abbia davvero a cuore il bene comune. Ma di esecutivi che perseguono questo costituzionalissimo scopo se ne trovano davvero pochi: non solo nella recente storia repubblicana d’Italia, ma anche nel contesto europeo.

Per non parlare, quindi, della crisi verticale delle democrazia che nasce e si sviluppa in un contesto di rielaborazione dei sistemi di interazione tra struttura economica e sovrastrutture culturali, politiche, religiose e via dicendo. La scuola del governo Meloni dovrebbe quindi essere improntata ad un a-criticismo che in apparenza permette (ma che buoni che sono!) ciò che è un diritto sancito dalla Carta del 1948, ossia lo studio di tutte le materie e senza limiti di alcun tipo, ma che nella sostanza nega a tante ragazze e ragazzi di poter apprendere come dovrebbero per mancanza di investimenti proprio nella scuola pubblica. Poi, appena terminati gli studi universitari, vista la mancanza di una correlazione tra apprendimento e lavoro che vada nella direzione della tutela proprio di una simbiosi tra talento e opportunità, la maggior parte dei venti/trentenni fugge all’estero.

Fino ad oggi gli ultimi governi hanno trascurato di mettere a valore le conoscenze specifiche: hanno investito più negli armamenti e privilegiato il privato piuttosto che dare risorse a scuole ed atenei dando una spinta propulsiva alla specializzazione in ogni campo. Non è forse la ricerca scientifica una delle vittime predilette del neoliberismo che la indirizza quasi esclusivamente verso il settore delle armi e delle tecnologie capaci di svilupparle? In realtà, ben prima di Valditara, vi hanno pensato altri ministri a fare controriforme scolastiche che hanno aperto la strada a praterie di incamminamenti ancora peggiori: proprio come quello dell’esclusione diretta, senza più infingimenti, dei filosofi maggiormente critici nei confronti dei pensieri dominanti.

Spinoza in quanto immanentista, Leibniz per la ricerca di un compromesso tra fisica e metafisica, Marx…beh, nemmanco a dirlo… I tempi in cui Gianfranco Fini – è proprio il caso di dirlo: “per altri fini” – annoverava persino Antonio Gramsci nel pantheon neoculturale della destra alleantista-nazionale che aveva sciacquato i suoi panni sporchi a Fiuggi, sono finiti. Oggi la congiuntura politico-finanziaria-militare multipolare, favorevole alle destre che si giovano della predilezione che il grande capitale riserva nei loro confronti per mantenere un ordine falso e bugiardo e contenere quindi tanto la critica quanto le manifestazioni di una ribellione sociale, consente di sfidare apertamente il liberalismo non solo istituzionale ma anche culturale.

Ci troviamo, dunque, in una fase ulteriore rispetto al “semplice” (si fa per dire…) revisionismo storico tentato (e in parte riuscito) degli ultimi decenni: quello della rivendicazione della “memoria condivisa” nell’interesse nazionale, nel nome di una unità popolare in un nuovo sentimento più generale di elaborazione dei fatti storici sotto la lente di rimpicciolimento delle cause che hanno portato l’Italia, l’Europa e il mondo verso due catastrofi mondiali nel Novecento. Il salto di squalificazione è qui davvero molto negativamente importante: si oblitera quella parte di conoscenza che è reputata troppo incidente nelle menti dei giovani sul lato della perserveranza dubbiosa, della critica della critica stessa (per dirla col giovane Marx).

Il governo Meloni, quindi, agisce nella direzione di una riscrittura dei programmi scolastici e universitari non con il fine di migliorare l’apprendimento – come sarebbe tenuto a fare un esecutivo che si riconosca pienamente nella valorizzazione (anche costituzionale) del sapere dato dalle scuole della Repubblica – ma con lo scopo di adeguare alla presunta nuova era del sovranismo e del populismo a buon mercato anche le coscienze più riottose, meno permeabili e decisamente indipendenti rispetto alla narrazione di Stato. La scuola pubblica dovrebbe, tra l’altro, più che insegnare, diseducare rispetto ai valori che sono stati ritenuti tali fino ad oggi: non tanto quelli che formano l’insieme del patto comune repubblicano.

Quanto semmai quelli del conformismo monotono, dell’uniformità nel nome della maggioranza dei pensieri come dei comportamenti. Nell’epoca del melonismo siamo, come è piuttosto lampante e lapalissiano, estremamente all’opposto rispetto ad una visione sociale della scuola e ad una sua declinazione altamente pluralistica e, se vogliamo, intimamente libertaria. Questo perché la destra di governo è tanto lontana dalla Costituzione quanto è invece ancora vicina all’antivalorialità di un autoritarismo che le rimane appiccicato addosso naturalmente: sono e rimangono gli eredi di un neofascismo che oggi si fa chiamare “post“, ma che ha sempre in mente di trasformare la Repubblica da parlamentare a premieristica e, quindi, spostare il fulcro attorno a cui le istituzioni girino proprio sul governo.

Dunque, il proponimento di Valditara è perfettamente consono ad una coerenza pseudo-storica e piuttosto attualistica di una ristrutturazione del vecchio sogno presidenzialista che non ha nessuna intenzione di lasciare che possa essere ancora contemplata la possibilità di rispettare una società italiana in cui la provvisorietà del potere sia uno dei cardini della garanzia democratica: ottenutolo tramite il voto popolare, tramite una delega che è stata ampiamente disattesa e tradita, proprio mortificando il ruolo delle Camere, le destre mirano a mantenerlo per portare a compimento quelle controriforme che sono necessarie per strutturare ancora meglio il piano di torsione autoritaria che hanno in mente.

La pesante sconfitta nel referendum di fine marzo ha fermato (o se vogliamo ha decisamente rallentato) questa marcia al passo romano verso la consacrazione del governo come centro di inviluppo politico della moderna Italia dell’economia di guerra. Ma, ogni giorno, la maggioranza che siede a Palazzo Chigi, seppure ammaccata, non ancora ripresasi del tutto dal colpo subito (anche dal suo stesso elettorato), prova a rimettere in campo misure che spostino sempre più in su la sfida tra democrazia e autocrazia. Per questo la vigilanza non va attenuata, l’allarme non va abbassato e non si deve dare per scontato nulla. Soprattutto in vista delle politiche del 2027. Mancano diciotto lunghi mesi.

Lunghi per Giorgia Meloni, ma lunghi anche per noi che ne siamo decisi oppositori.

MARCO SFERINI

15 maggio 2026

foto: elaborazione propria

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