L’eco della Rivoluzione francese non si perde nei secoli ma, ogni tanto, riemerge quando si parla della libertà dei popoli nel nome di una laicità repubblicana che è ispirata da una voglia di egualitarismo che, pure, molti governi di Parigi hanno negato più e più volte con politiche che hanno penalizzato le classi popolari e privilegiato quelle un tempo borghesi e oggi platealmente inserite nel più torbido contorsionismo liberista. Emmanuel Macron non è certamente un presidente del popolo. Tra i sostenitori più ferventi del teoricismo e delle pratiche del modernissimo capitalismo di rapina, una cosa giusta può farla e sembra volerla fare: il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Ma a settembre… Perché non ora, non si comprende. Non è probabilmente una questione di vacanze estive della politica d’oltralpe. O forse in parte. Ma, a pensare con un piglio più pragmaticamente rivolto ad una realpolitik dell’oggi e del domani, è sicuro che il presidente voglia accreditare alla causa palestinese qualche altro Stato dell’Unione Europea e, quindi, rafforzare una decisione che, al momento, è piuttosto solitaria e non del tutto consolidata nel suo essere tale. Di sicuro c’è che in Israele l’hanno presa malissimo, anche se, ad oggi, a riconoscere lo Stato di Palestina sono già in parecchi.
Si fa prima ad elencare chi non lo riconosce: Stati Uniti, ovviamente Israele, Gran Bretagna e paesi residui del Commonwealth, Giappone, Birmania, paesi baltici e altri paesi europei, Italia compresa. La Francia, nel riconoscerlo, si unirebbe alla Spagna, all’Irlanda, alla Svezia, alla Norvegia, al Vaticano, a Cechia, Slovacchia, Slovenia e praticamente tutto l’Est del Vecchio continente. Si diceva della reazione israeliana: nella migliore delle espressioni si tratterebbe di un sostegno al terrorismo di Hamas, nella peggiore una sorta di abominio, di qualcosa di simile sempre al solito antisemitismo richiamato dal governo di Tel Aviv ogni volta che una critica lo riguarda apertamente.
L’impressione è che, oggi, i sionisti più di destra della configurazione politica della Knesset e del gabinetto di guerra utilizzino proprio gli argomenti storici e della più recente attualità (proprio il 7 ottobre 2023) per giustificare qualunque loro atto criminale contro il popolo palestinese. Potrà sembrare banale scriverlo e dirlo, ma è bene rilevare come, al netto della crisi verticale dell’ANP, proprio lo sterminio in massa dei palestinesi abbia ancora una volta spinto questi ultimi a sostenere Hamas. Del resto, se ti bombardano, ti radono al suolo le città, ti distruggono tutto, ti tolgono ogni possibilità di curarti, di bere, di mangiare e ti voglio annientare, che fai, non ti aggrappi a quelli che, lì sul campo, sono i soli a resistere militarmente all’invasione?
Giulio Andreotti lo disse una volta parlando al Senato della Repubblica, nel luglio del 2006: «Nel 1948 l’ONU ha creato lo Stato di Israele e lo Stato arabo: lo Stato di Israele esiste, lo Stato arabo non esiste. Chiunque di noi, se non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista». Ciò non significava ovviamente giustificare nessun atto di terrorismo, ma inquadrare proprio storicamente la questione e non assegnare facili etichette con cui distinguere draconianamente le parti senza tenere conto dei processi logici e cronologici che sono via via intervenuti. La questione palestinese non è più ad un bivio, come lo è stata molte e molte volte. È davanti ad un passaggio veramente epocale. Sopravvivenza o fine.
La reazione dei coloni israeliani in Cisgiordania alla notizia del riconoscimento della Palestina indipendente data da Macron, è stata brutale: hanno tagliato le risorse idriche ad una trentina di villaggi della West Bank per riempire una piscina considerata sacra. Da parte del governo criminale di Netanyahu la tentazione è precisamente quella caldeggiata dai peggiori suprematisti e fomentatori dell’odio tra i due popoli: annettere completamente quelle che vengono biblicamente chiamate le province di Giudea e Samaria e quindi smetterla di considerare la Cisgiordania come un qualcosa di ancora separato da Israele. Si limitano ad attaccare Parigi con dichiarazioni scomposte: «ricompensa così i terroristi di Hamas».
Il che ha lo stesso valore del negare l’attuale situazione di carestia a Gaza. Nemmeno le immagini dei circuiti internazionali sulla fame e l’inedia incedenti mettono al riparo dalla patetica propaganda genocidiaria: gli aiuti arriveranno, ma comunque nella Striscia nessuno muore per mancanza di cibo o acqua… La spudoratezza è ad un livello ancora inferiore rispetto a queste dichiarazioni che fanno parte anche loro del complesso di azioni che portano avanti nel Territorio palestinese occupato una politica di crimini contro l’umanità, di uccisioni indiscriminate, di vera e propria pulizia etnica. E Giorgia Meloni che fa, che dice? Non fa nulla e afferma che è prematuro oggi riconoscere lo Stato di Palestina. Potrebbe complicare le cose, sostiene la premier.
Più complicate di così… Che cosa deve piombare ancora su Cisgiordania e Gaza dopo le 85.000 tonnellate di bombe stimate da un reportage di Al Jazeera? L’azione di Macron potrà anche sembrare tardiva e, oltremodo, rinviata a settembre non giova al considerarla ottima e massima. Ma tant’è la Francia farà quel passo. Se lo farà davvero non potrà non avere il plauso di tutti coloro – noi compresi – che sosteniamo la libertà piena per il popolo che oggi rischia davvero l’esilio, la cacciata dalle sue terre, lo sterminio in massa. Checché se ne dica, pur venendo dichiarata morta e sepolta dall’evidenza delle truculente circostanze, dall’odio irregimentatosi nei due popoli, l’uno nei confronti dell’altro, la formula più opportuna per una soluzione diplomatica è e rimane quella di Oslo: due popoli, due Stati.
Se nascesse davvero una Repubblica palestinese, pienamente indipendente, nei territori delimitati dai confini del 1967, con un corridoio di comunicazione tra West Bank e Gaza, con Gerusalemme Est come capitale, sarebbe sempre più difficile per Hamas sostenere le proprie posizioni. Ma uno sviluppo di questa natura esige che l’Autorità Nazionale sia completamente riformata e che il potere passi nelle mani di una nuova generazione che riesca a superare le reti di corruttele, le incertezze e anche certe acquiescenze nei confronti tanto di Israele quanto dell’amico americano peggiore: Donald J. Trump. Il proposito di Macron apre le porte ad una rivalutazione dell’ANP e le può consentire proprio di dirigersi nel senso obbligato di una trasformazione, di una rifondazione necessaria.
I più esperti analisti internazionali e molti esponenti dell’ANP stessa, nonché dei partiti palestinesi più progressisti, definiscono Hussein Sheikh, delfino di Abu Mazen, proprio come colui che al momento, più che promuovere l’unità della lotta palestinese, è interessato all’ottenimento del consenso da parte tanto di Tel Aviv quanto di Washington. Ma, non c’è dubbio sul fatto che, nonostante tutte lo storture, gli inciampi e gli errori da parte dell’Autorità Nazionale, qui l’imputato della grande tragedia in corso è e rimane lo Stato ebraico. Se la formula “due popoli, due Stati” viene dichiarata morta e sepolta dopo i fatti del 7 ottobre 2023, che cosa rimane, o meglio, che cosa le si può sostituire per intravedere un barlume di futuro?
“Un popolo, uno Stato“? In pratica solo quello israeliano? È quanto si può desumere oggi dai rapporti di forza tra le parti in causa. Uno Stato, oltretutto, quello israeliano, che diventa sempre più il massimo decisore degli equilibri della condizione più generale di un Medio Oriente in cui la trilateralità reciprocamente offensiva – difensiva con Turchia ed Iran non è garanzia di un fragile equilibrio, ma certezza di nuove detonazioni tanto di carattere neoimperiale ottomano da un lato, neoimperiale persiano dall’altro, visto il carattere imperialista della politica di Tel Aviv che muove guerre a sud, a nord, ad est. La guerra di Gaza è l’emblema di questa fisionomia moderna di un sionismo che non si accontenta della pace dentro Israele e per Israele, ma che la pretende nel nome di un progetto altro.
Un progetto che oggi, dopo oltre cinquantamila morti e quasi duecentomila feriti nella Striscia, dopo l’apartheid cisgiordano e la recrudescenza coloniale, viene ad assumere i connotati di quel “Grande Israele” già ricordato come emblema storico di una attualizzazione degli antichi sogni di gloria della predestinazione divina per il popolo ebraico in terra di Palestina. Gli attacchi israeliani alla Siria, nell’ottica di un più generale consolidamento delle posizioni anti-Hezbollah nel sud del Libano, giocano a favore di una Turchia che vuole espandersi nella zona curda, da Kobane a Mosul, riprendendo – seppure molto impropriamente – il “Patto nazionale” di Atatürk del 1920.
Non c’è attore della scena mediorientale che non sogni un’espansione oltre i propri attuali confini. Quelli di Israele sono storicamente quelli più incerti e, quindi, in un certo senso anche quelli più suscettibili di mutamento a piacimento, secondo l’andamento delle feroci guerre che lo Stato ebraico intraprende di volta in volta. La domanda, a questo punto, è piuttosto scontata, anche se non poi così del tutto, visto che in pochi se la pongo realmente: con questi poteri costituiti, con questi dittatori, premier fintamente democratici, capi di Stato oggettivamente criminali e genocidi, si può sperare in un cessate il fuoco vero e proprio? Le trattative sono sempre naufragate e le tregue hanno retto poche ore fino ad oggi.
La guerra, quindi, quando terminerà? Nemmeno a dirlo, quando vorrà Israele. Ma questo punto temporale a che livello dell’appetito imperialista del gabinetto di guerra è fissabile? Il prezzo pagato dai palestinesi non sarà mai abbastanza per Tel Aviv? Se l’obiettivo è, come del resto è, la cacciata dei gazawi dalla Striscia e l’annessione della Cisgiordania, allora occorrerà ancora molto tempo e la scia di sangue sarà ancora molto, molto lunga. La tragicità di questo Netanyahu è peggiore persino di quella che lo aveva visto pianificare la rovina dell’ANP sostenendo quelli che oggi vuole annientare come nemici: Hamas.
Se quest’ultimo non gli avesse offerto il 7 ottobre, come salvacondotto dal capolinea che aveva raggiunto personalmente e politicamente parlando (con scandali di corruzione, frode e violazione della fiducia), oggi è probabile che il destino dei due popoli sarebbe stato profondamente differente da quello di una guerra permanente, di un genocidio incessante. La guerra ha compattato gli israeliani attorno ad un governo di cui oggi la percentuale di fiducia presso la popolazione è bassissima: la gente sostiene l’IDF ma non l’esecutivo. Il 72%, secondo l’Institute for National Security Studies, ha una buona opinione dell’operato dell’esercito e delle forze armate; ma soltanto il 21% degli israeliani ha ancora un briciolo di fiducia in Netanyahu e nel suo gabinetto di guerra.
Un dato altamente disomogeneo che però offre una chiave di lettura piuttosto netta: la popolazione non pensa che la guerra debba finire. Pensa che debba essere condotta differentemente. Tra le pieghe della tragedia mediorientale anche un orientamento di questa natura può apparire meno disumano dell’approccio del trio sanguinario Netanyahu -Smotrich – Ben-Gvir. Ma purtroppo non è così. La guerra di Gaza prosegue e uccide senza alcun riferimento a convenzioni internazionali, senza alcun riferimento al diritto in generale e tanto meno ai diritti umani. La democrazia di Israele è oramai soltanto più un pallido nome scritto su nuove tavole di una legge che bestemmia tanto il dio dei padri quanto la Storia più recente.
MARCO SFERINI
26 luglio 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria















