C’è un pensiero, fra i tanti, che mi ha colpito facendo varie letture di cronache dall’Iran nei mesi scorsi quando prese avvio la ormai celebre “Guerra dei dodici giorni“. L’ha pronunciato una giovane ingegnere, una delle appartenenti ad una generazione che sta a metà tra lo sviluppo pieno della Repubblica islamica per come la conosciamo oggi e una prospettiva di immediato futuro tutt’altro che certo e sicuro proprio per chi oggi ha un’età tra i venti e i trent’anni e si ritrova nel mezzo di una contesa asiatico-mediorientale che fa parte di un più complesso risiko di scala mondiale.
Ecco quel pensiero: «…i più giovani tra noi non hanno vissuto quello che abbiamo conosciuto noi. C’è più di una generazione in Iran che non ha paura di affermare i propri diritti. Si tratta di una generazione che vive a stretto contatto con Internet e ha accesso ad ogni tipo di informazione su ciò che accade nel mondo. Non possono controllare un popolo chiudendo le porte e pensare di durare». Lo si è visto molto chiaramente nelle rivolte scoppiate nei bazar durante gli ultimi giorni del dicembre 2025. Nonostante il pugno duro degli aytollah, che minacciano la pena di morte e che fanno sparare sulla folla, le proteste in Iran continuano ogni notte, ogni giorno.

La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Alì Khamenei
Le organizzazioni non governative parlano di almeno cinquecento morti. Fonti diverse tra loro attribuiscono una parte delle vittime a spari sulla folla da parte di “agenti” al servizio delle potenze occidentali; ovviamente l’intento sarebbe quello di destabilizzare ancora di più la situazione e offrire un pretesto a Donald Trump per far intervenire gli Stati Uniti, bombardare siti governativi, dei pasdaran e, magari, pure altri centri di produzione dell’uranio impoverito. La rivolta dei bazar contro l’aumento del costo della vita, contro la povertà crescente è diventata una nuova forte fiammata di opposizione al regime.
Quanto questa fiammata possa durare sotto il maglio pesante della repressione governativa è difficile da poterlo pronosticare. Ma un dato è più che sicuro: la questione iraniana, alla luce degli sviluppi della politica americana in Medio Oriente, in America Latina e nei confronti di Pechino, apre un fronte di crisi internazionale se non nuovo quanto meno rinnovato e, per questo, tutto da giocare per i cinici competitori nell’era del multilateralismo e del multipolarismo: la Cina, che è tra i maggiori acquirenti del petrolio iraniano, ha già dichiarato di sostenere Teheran.
Trump e gli occidentali, Israele compreso, si muovono in una direzione piuttosto offensiva: le dichiarazioni dei giorni scorsi non lasciano, del resto, adito a molte interpretazioni. Non si aspetta che l’occasione buona, sorretta da un ottimo pretesto come le morti di centinaia e centinaia di innocenti negli scontri di piazza in tutte le città iraniane, per muovere un nuovo attacco e sbarazzarsi una volta per tutte degli ayatollah che sono recalcitranti rispetto al divenire, e quindi essere, una colonia dell’impero americano così come sta accadendo per il Venezuela.
L’alternativa al regime clericale e teocratico potrebbe essere la riproposizione della monarchia dei Pahlavi, con il figlio del deposto Scià a fare la voce grossa invitando il popolo allo sciopero generale per abbattere la dittatura del clero sciita. Questa, più che una soluzione, sarebbe un cadere dalla padella nella brace: peraltro già sperimentata e, proprio per questo, abbattuta dalla rivoluzione khomeinista. Così come è impensabile una Repubblica islamica che muti in un regime laico (saremmo davanti ad una contraddizione in termini, ad un vero e proprio ossimoro istituzionale, politico e cultural-sociale), è altrettanto impensabile ad una monarchia costituzionale moderna rispettosa dei diritti di tutti.
La monarchia sarebbe un regime proconsolare dell’impero americano, influenzabile perché debole e necessitante di un sostegno estero che esigerebbe in compenso un totale controllo sull’economia e sulla produzione delle materie prima nel ricco Golfo Persico. A sinistra ci si divide, seguendo ormai una delle peggiori tradizioni “campiste“, tra sostenitori della rivolta e sostenitori dello status quo: come è possibile questa seconda opzione? È possibile perché non si crede più nell’autodeterminazione dei popoli e, con qualche ragione, si legge nella situazione attuale della ribellione un elemento utile all’imperialismo statunitense per avanzare ulteriormente ed espandersi.
Questa lettura non è sbagliata, ma lo diviene nel momento in cui finisce per negare il fatto che anche la teocrazia degli ayatollah è un grave problema: come ha molto ben scritto Patrick Zaki, «…ci si può opporre all’imperialismo senza difendere la tirannia». Se la scelta è tra questi due campi, allora non è una scelta, ma un obbligo a schierarsi con due attori che, sulla scena tanto locale quanto globale, non prospettano alcun cambiamento in favore delle condizioni di un popolo che da troppo tempo vive sotto il tallone di ferro di una dittatura teocratica la cui accettazione anche passiva non può essere ammessa nel nome dell’opposizione all’impero statunitense.
Si giocano nell’area mediorientale ed asiatica le opposte tendenze tra sfere di egemonia che sono molto impari fra loro: quella iraniana tende a diminuire la presenza americana nell’area e non guarda ad una influenza globale; quella di Washington, invece, punta ad acquisire un nuovo territorio da sfruttare, da colonizzare politicamente, su cui investire economicamente, legando il tutto all’asse esistente tra Israele e paesi arabi compiacenti, quelli pronti a stipulare ancora una volta un vincolo pattizio abramitico che metta un punto fermo sullo sviluppo anche finanziario degli attori di questa farsa che viene celebrata ora nel nome della pacificazione, ora in quello della democrazia e dello sviluppo.
Nota acutamente Alberto Negri, che è un profondo conoscitore delle questioni internazionali, che Cina, Iran e Russia stanno tenendo esercitazioni navali nelle acque prospicienti il Sudafrica (altro paese appartenente ai BRICS) e quindi si sta consolidando proprio in termini di strategia difensiva (e offensiva) un fronte di azione compatto pronto a controbilanciare la mosse americane e occidentali. Il legame indissolubile tra Stati Uniti e Israele predomina qui ben al di là delle questioni che riguardano la guerra di Gaza, il grande problema palestinese e le relazioni con i vicini Stati mediorientali.
La partita iraniana, dopo essere stata giocata nella prima fase del riassetto multipolare, come una questione essenzialmente legata al depotenziamento nucleare, all’indebolimento su questo versante (proprio con la Guerra dei dodici giorni, partendo dal pretesto dell’inasprimento delle relazioni tra Tel Aviv e Teheran), ora entra in un secondo atto che si annuncia come prosecuzione della spinta neoimperialista della grande Repubblica stellata che gioca le sue partite entrando nelle evidenti contraddizioni di regimi e Stati in cui la penetrazione occidentale è già stata vissuta, conosciuta e messa da parte con rivoluzioni che, tuttavia, non hanno migliorato la condizione generale della società.

Reza Pahlavi, figlio del deposto scià di Persia
Né con gli ayatollah né con il potenziale nuovo scià, gli iraniani hanno conosciuto e potranno conoscere un vero sviluppo democratico, sociale e civile improntato, quindi, su una piena autonomia dai singoli attori del multipolarismo: Khamenei e la sua corte guardano a Putin e Xi, mentre l’erede dei Pahlavi guarda a Washington e all’Occidente. Se la Cina acquista il petrolio iraniano, se la Russia mostra interesse per le risorse in un margine di autonomia politica ed economica della Repubblica islamica, gli Stati Uniti sembrano invece volersi riprendere l’oro nero della regione senza mezzi termini. Senza pagare ma, anzi, facendo pagare un prezzo salato proprio a quella popolazione che, solo a parole, dicono di voler sostenere.
C’è un importante segnale di allarme che riguarda la possibilità che, a breve, Trump e Netanyahu si metteranno nuovamente l’elmetto anche su questo fronte con l’Iran: il fatto che proprio Mosca abbia evacuato la sua ambasciata a Teheran e abbia rimpatriato tutti i suoi funzionari. L’attacco occidentale è quindi qualcosa di tragicamente prevedibile, su cui nessun scommettitore accetterebbe delle puntate alte. A questo punto è anche piuttosto in discussione quella ricerca di deterrenza nei confronti proprio dell’Iran che Israele e gli Stati Uniti avevano voluto mettere in essere con l’attacco ai siti del programma nucleare persiano ma, non di meno, colpendo anche le basi iraniane oltreconfine: principalmente quelle in Libano e in Siria.
La decapitazione dei vertici di Hezbollah ha colpito duramente il regime di Khamenei; così, ancora più duramente sul piano propriamente materiale, i bombardamenti dei siti nucleari e delle Guardie della Rivoluzione non sono stati da meno. Ma il regime non è stato messo, allora, nelle condizioni di crollare definitivamente. Trump decise allora di fermarsi un attimo prima, per riorganizzare le truppe nel resto del mondo e poi, una volta messi a segno colpi come quello in Venezuela, rivolgere l’attenzione nuovamente contro il Medio Oriente e il fronte che ha come ultimo orizzonte la Cina.
Qualcuno ha affermato, osservando la reazione iraniana, rivolta soprattutto contro Israele, che le capacità offensive dell’Iran fossero piuttosto deboli. Altri osservatori hanno invece ritenuto che si sia trattato di avvertimenti e che, quindi, se Teheran avesse davvero voluto portare degli attacchi pesanti e fortemente dannosi, lo avrebbe potuto tranquillamente fare. Si è trattato, quindi, di due avvertimenti: da un lato e dall’altro, sebbene sul fronte iraniana le ripercussioni siano state più dure e durevoli. Khamenei non ha ritenuto, insieme alla compagine militare dei pasdaran, di aumentare il livello dello scontro al punto da generare una reazione americana (e israeliana) ancora più dura e deflagrante per il regime.
Oggi le condizioni sono mutate? Oggi ci si deve attendere questo salto di qualità? Sull’attendibilità delle dichiarazioni di questi capi di Stato non c’è da scommettere un nichelino: le parole di Trump e di Khamenei sono improntate alla più becera propaganda per sollecitare le rispettive opinioni pubbliche a sostenere i passi che saranno fatti l’uno contro l’altro o, caso mai accadesse, nell’apertura di canali diplomatici per rimettere ancora una volta la crisi a tacere nel nome di un rinvio della resa dei conti che, prima o poi, ci sarà. Nel mentre, la sinistra in Italia farebbe bene a scegliere di stare – come auspicato dal partito comunista iraniano “Ḥezb-e Tūdeh-ye Īrān” (“Partito delle masse dell’Iran“) – dalla parte del popolo, per la sua autodeterminazione, evitando miopissime scelte di campo.
Qualcuno un tempo cantava…: «…bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà…». Un errore molto abituale oggi, nell’atomizzazione di una sinistra di alternativa che campa per microbiche posizioni di rendita, tanto autoreferenziali quanto arroganti, isolazioniste e incapaci, per questo, di dare della realtà una lettura onestamente critica, fondando le proprie analisi su una serie di preconcetti quasi atavici: tanto presuntuosi quanto inconcludenti.
MARCO SFERINI
13 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














