Peculiarità del marxismo è quella sorta di primato dell’azione rispetto alla teoria. Ma di questa caratteristica, prima conseguenza di un approccio della “critica delle armi” (piuttosto che delle “armi della critica“), si è fatto, nel corso dei secoli che ci separano ormai dalla vita e dalla morte di Marx, una specie di contraltare della filosofia. Sì è reso il pensiero e l’opera dell’insuperato scienziato di una economia politica allora non soggetta a letture alternative, un qualcosa di esclusivamente dedito ad una praxis che non ammetteva nessun tipo di elucubrazione ideale circa il mondo che lo riguardava.
In sostanza, i benevoli critici di Marx, i più attenti prosecutori della sua impostazione analitica, del suo studio meticolosissimo che ha permesso la scoperta del funzionamento del sistema di produzione delle merci e di accumulazione dei profitti, hanno concluso – o hanno provato a concludere – che la filosofia di Marx è solo prassi e pare quindi essere più afferente allo scientismo che ad un primo, ragionato costrutto fatto di tanti pensieri sull’interpretazione del reale.
O, per meglio dire, non è una filosofia nel senso classico del termine: quello che ha attraversato il corso dei millenni passando per le più diverse menti che si sono confrontate con i dilemmi più atavici, come con quelli evoluti, contestualizzati di epoca in epoca.
Ma Marx non ha mai affermato di voler superare la vecchia filosofia con una nuova concezione tutta improntata al solo materialismo, alla sola carnalità corporea umana, facendo del pensiero un accessorio privo di qualunque possibilità di domandarsi utilmente il perché dell’esistenza. Semmai ha sollecitato l’intelligenza a divenire uno strumento che, insieme alla contemplazione dei grandi dubbi metafisici, si ponesse tutta una serie di problematiche strettamente attinenti i rapporti sociali di questo piccolo mondo, ben sapendo che l’esistenza di ognuno è un qualcosa di altamente inconoscibile e che, visto che si vive, tanto vale migliorare questa vita e renderla il meno tribolata possibile.
Dunque, rivalutiamo anzitutto le fonti cui Marx attinge per dare seguito allo studio, condiviso sempre con Engels, sul cammino umano, sulle civiltà che si sono susseguite le une alle altre e sugli ultimi accadimenti di un tempo in cui il capitalismo è la struttura economica che ha preso a dominare l’Europa e il mondo. Sappiamo che da Hegel proviene l’eredità della dialettica, come concezione di quella continua, inarrestabile mutazione di qualunque cosa: gli eventi sono dentro una materialità oggettiva; sostanzialmente hanno un rilievo e li si può “vedere” con gli occhi non solo della mente, perché modificano i rapporti di forza esistenti.
Quando si parla di cambiamento sociale, lo si può fare, proprio partendo da Marx, con una declinazione nuova dei vari elementi che lo caratterizzano: all’interpretazione meramente metafisica – questo è piuttosto evidente – si va affiancando, fino poi a prevalere, la chiarificazione quasi rivelatrice che l’essere umano non è un qualcosa di astrattamente concepibile, idealizzabile e concettualizzabile entro i termini di una realtà assolutamente inconoscibile. Al contrario: per il Moro non esiste astrazione dell’umanità e dell’uomo, ma ciò che esso è lo diviene proprio nel suo rapporto costante con una realtà ben definita e comprensibile.
Siamo, si intende, in una contestualizzazione tutta materiale dell’esistenza singolare e collettiva della specie sapiens che, separandosi dall'”essenza a-temporale” enunciata da Feuerbach che è una delle tre grandi fonti filosofiche cui Marx attinge da giovane e che saranno benevolmente responsabili del successivo sviluppo del suo articolatissimo, complesso e così utile pensiero-studio. Qui entra in gioco, pare abbastanza evidente, un salto di qualità filosofico nella concezione stessa della materia. Non si tratta più di un qualcosa che viene astratto dal tempo presente, dal passato o dal futuro, per intendere la concezione del fluire degli eventi post-ellenica.
Marx, consapevole del fatto che l’interpretazione del mondo ha un suo valore culturale e di continuo sviluppo della dubitabilità umana che fa comunque progredire anche la curiosità scientifica, intende rivolgere il suo sguardo ad una analisi materialistica: non domandarsi perché esiste il tutto, ma come funziona il tutto che esiste. Si intende che il campo si restringe: non ci si proietta più nell’Universo, nel dilemma cosmico di chi siamo, del cosa facciamo qui e del perché esistiamo. Approssimandosi e oltrepassando la dialettica hegeliana, il mutamento dell’esistente è affidato, almeno qui ed ora su questa terra, ad una produzione storica che è tutta umana.
Lungi dall’accusare il marxismo di essere antropocentrista, tocca però rilevare come l’acquisizione del metodo hegeliano nella considerazione dei rapporti dialettici tra umanità e mondo, tra idealità e realtà, conduca il Moro ad una quasi assoluta schematizzazione impostata su ciò che è evidente e che molti suoi coevi non notano: per quanto la natura sia madre del mondo e sia il mondo, l’essere umano ha tentato di farne una corollario della propria esistenza tutta materiale e, così, ha impresso un’impronta fuori e dentro di sé che ha alterato gli equilibri stabiliti dalle mutazioni della materia stessa.
Ci siamo, in sostanza, frapposti tra ciò che naturalmente avviene e ciò che antropocentricamente facciamo avvenire: alla sommità della piramide evolutiva ci siamo posti come dominatori di un mondo che non ci appartiene (ma di cui facciamo parte) e abbiamo dato seguito allo sviluppo di un senso completamente proprietario tra di noi (di un popolo su altri, di una etnia su altre) e tra noi e gli altri (dell’animale-uomo sugli altri animali e dell’uomo sulla natura per intero). Siccome Marx evita accuratamente di cadere nella tentazione tutta filosofica di imbrigliarsi in un cortocircuito gnoseologico o, peggio, finalistico e teleologico, il suo approccio alla conoscenza è semmai epistemologico.
Ma l’epistemologia marxiana, anche in questo caso, sfugge al metodo classico o, se vogliamo, al suo modo consueto di svilupparsi come teorizzazione conoscitiva con finalità pure scientifiche. Nel poscritto del 1873 all’edizione de “Il capitale“, il Moro scrive: «…l’elemento ideale non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini…». I più falsamente rigorosi (e ottusi) interpreti di un marxismo divenuto scioccamente dogma politico, fatto quasi esclusivamente di puristica intransigenza, negano che Marx abbia potuto avere un qualche interesse nella correlazione tra la mente umana, la sostanza materiale dell’esistenza e l’Universo come inconoscibile Grande Mistero.
Eppure, per quanto Karl Marx appaia come il filosofo della praxis piuttosto che della theoresis, se lo si rilegge con una disposizione priva di preconcetti politici, le peggiori incrostazioni per una lettura fortemente critica (nel senso più genuino del termine che il Moro avrebbe indubbiamente apprezzato, proprio dialetticamente parlando), si potrà notare che è in lui assolutamente certa la persuasione per cui l’essere umano deriva dalla sua percezione sensoriale tutta una serie di costrutti mentali che non sono astrazioni prive di un significato nel momento in cui passano dalla considerazione oggettiva a quella soggettiva.

Rosa Luxemburg
La constatazione dell’evidente, che, per antonomasia, è il materiale in quanto tale, non viene a diminuire nel momento in cui passa all’elaborazione mentale, passando quindi al livello speculativo che è fatto soprattutto di ipotesi, di dubbi e che approda, ogni tanto, a delle certezze conclamate perché verificabili mediante la sperimentazione o il raffronto tra ipotesi e tesi confermabili dall’oggettiva relazione tra i fatti. Rosa Luxemburg rivendica una idealità del pensiero che non è per forza antitesi dell’azione, ritenuta certamente l’eccellenza del pragmatismo (e viceversa): c’è una fedeltà all’essere sempre sé stessi che trascende l’immersione totale nella razionalità cieca.
Non si può obbedire solamente al contesto ma, proprio in nome della critica delle armi, si può adoperare la scienza per sostenere la coscienza e fare in modo che si possa anche volare alto ma evitando di fare come Pindaro, passando da un ragionamento all’altro senza un apparente nesso logico. Qui sta, semmai, il tradimento dell’uso della prassi rispetto alla teoria: sta lì dove si fantastica e dove, pur prendendo atto delle difficoltà di un mondo che non è mai riducibile ad una singola volontà da cambiare, è possibile dare all’immaginazione un suo spazio nel rigoroso, enorme lavoro di analisi scientifica fatto da Marx e da Engels.
Proprio nelle “Thesen über Feuerbach” (“Tesi su Feuerbach“) del 1845, si viene analizzando, da parte del giovane Marx, il rapporto tra tutte le sensazioni che proviamo come individui e la realtà materiale che ci comprende. Un pizzico di retaggio metafisico non altera il più rilevante e complesso gusto di novità che anche questa piccola opera introduce nel dibattito soprattutto filosofico dell’epoca: c’è concordanza con la vecchia scuola filosofica che fa della sensibilità della realtà una mediazione intuitiva ottenuta attraverso il contatto propriamente materiale con l’esistenza. Ma – aggiunge Marx – i sensi ci consentono di distinguere tra «oggetti sensibili realmente distinti dagli oggetti del pensiero» e, tuttavia, la praxis collettiva (quindi l’azione composita dell’umanità, prodotto di tante singolarità che si incontrano) ha introdotto nuove mediazioni in tal senso.
Basti solamente pensare alle protesi visive inventate: non è solamente più direttamente l’occhio che guarda ciò che è reale, ma questa azione viene svolta attraverso strumenti come lenti, cannocchiali, telescopi che amplificano il reale, che in parte lo deformano e, quindi, stabiliscono un diverso livello di acquisizione della conoscenza che, con i soli limiti naturali umani, sarebbe impossibile da raggiungere. Quindi, nella considerazione dell’aspetto ideale e dell’approccio altrettanto tale nei confronti della conoscibilità dell’esistente, c’è per Marx sempre un rivolgersi al progresso e mai ad una sola, mera contemplazione.
Teoria e azione, quindi, convivono, e per quanto la contestazione dell’interpretazione – come finalizzata solo a sé stessa – stia nella famosa citazione sui filosofi fino ad allora esistiti, il materialismo storico marxiano non è qualcosa di puramente riconducibile soltanto ad una solitudine esistenziale da cui fuggire dando un esclusivo e solo senso al di sotto della volta celeste. La dimensione orizzontale dello spazio umano, quella che viene presa qui in considerazione come interpretabile, sensibile e mutabile concretamente mediante il cambiamento dei rapporti di forza, non è in contrapposizione alla contemplazione di quella verticale. Le due dimensioni possono convivere.
Soprattutto possono interagire, rendendo oggi il marxismo qualcosa di restituito a sé stesso: di antidogmatico anzitutto. Ciò che proprio Marx avrebbe voluto: non divenire, lui, l’ispiratore di una precisa corrente filosofica e tanto meno scientifica, ma solo rimanere un uomo che, consapevole proprio dei limiti umani, aveva ritenuto possibile, tramite il disvelamento delle leggi dello sviluppo umano e del sistema capitalistico, fornire una opportunità di consapevolezza della infinitudine della Storia e del fatto che nessuna società ne è mai l’ultimo limite, l’approdo finale, ma sempre un nuovo inizio.
MARCO SFERINI
18 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














