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Marco Sferini

La “riforma Nordio”? Una porta spalancata sull’autoritarismo

Nell’incontro diretto con le persone si dovrebbe avere un minimo di riscontro, un percettibile polso della situazione, una sorta di micro-sondaggio personale sullo stato delle cose, sul sentire comune, su quella che è la tendenza che si viene formando da parte dell’opinione pubblica nei confronti, ad esempio in questo frangente, del referendum sulla giustizia (o contro la magistratura che dir si voglia) che si terrà il 22 e il 23 marzo prossimi. I sondaggi vanno presi con le pinze; le opinioni televisive si incrociano, si sovrastano in un vociare fastidioso e, più che approfondire le vere questioni al centro del dibattito (e della controriforma di Meloni e Nordio), ci si ritrova a disarcionarsi da piccole certezze che ci si era creati per ricascare nel mare magnum dei dubbi.

Il miglior confronto è a volte a due, altre volte a tre: per strada, negli uffici medici, dentistici, sugli autobus, nei bar. Insomma, nei luoghi in cui il terra a terra si tocca con mano, si ascolta e si riascolta. Qui si ottiene la prova di quanto la propaganda dell’una o dell’altra parte influisca nelle menti di ciascuno e, in un certo qual modo, partecipi alla formazione di un sentire a volte diffuso, altre volte ancora in costruzione. Stando tra la gente si comprendono anzitutto due cose, almeno in questo momento di passaggio dal pre-campagna referendaria alla campagna vera e propria: le questioni tecniche inerenti il quesito e le modificazioni che la controriforma introduce nella Costituzione e, quindi, nel potere magistratuale, sono largamente incomprese perché oggettivamente incomprensibili.

Solo chi lavora nell’ambito del diritto, della Legge, negli studi degli avvocati, nei tribunali o in uffici pubblici che trattano questioni legali ha indubbiamente tutti gli elementi per comprendere il portato della riforma e quello che, in atto o in potenza, potrà determinare qualora dovesse passare al vaglio dell’elettorato. Vi è poi la categoria di chi, pur non essendo avvocato, magistrato, procuratore, assistente legale o altro di simile, si informa in pratica quotidianamente perché segue le questioni prettamente politiche e sociali, civili e culturali del proprio paese e, quindi, si è fatto una idea piuttosto precisa delle posizioni in campo.

E poi vi è la grande parte di una cittadinanza che, via via che il dibattito si infervora, sta comprendendo soltanto che: chi vota SÌ è la maggioranza di governo, chi vota NO sono (quasi) tutti gli altri. Per la verità esistono parecchie sfumature, ma entrare nel merito sarebbe quasi peggio del tentare di dare prima una spiegazione tecnica del NO al quesito referendario e poi una anche e, forse, soprattutto politica. Nella scala della conoscenza di quello che accade, sull’ultimo gradino in fondo stanno coloro che nemmeno sanno che il 22 e il 23 marzo si andrà a votare. Bisogna quindi stabilire che tipo di comunicazione corretta, tanto dal punto di vista contenutistico quanto dal punto di vista quasi etico della stessa, si debba adottare per far capire la portata della posta in gioco.

Puntare sugli aspetti tecnici della riforma di Meloni e Nordio? Oppure rivelare quello che è il vero intento del governo che ha impedito al Parlamento di discutere seriamente, di apportare modifiche al testo di modificazione di sette articoli della Costituzione repubblicana, di fare in modo che tutto fosse talmente blindato da non consentire neppure alle deputate e ai deputati, alle senatrici e ai senatori della maggioranza di intervenire in merito? Siccome la questione tecnica, la tanto sbandierata “separazione delle carriere” è soltanto un pretesto (visto che nei fatti esiste già) per attuare uno sbilanciamento tra i poteri dello Stato e mettere in una posizione di privilegio l’esecutivo rispetto al Parlamento e alla Magistratura, occorre parlare chiaro con i propri concittadini.

Questa non è una riforma della giustizia, perché non è stata condivisa nelle Camere in un dibattito anche aspro ma fondato su quella dialettica che dovrebbe essere propria del contesto parlamentare e che, invece, il governo di Giorgia Meloni non vuole che si possa esprimere per evitare che i propri progetti di mutazione dell’ordinamento repubblicano siano anche solo minimamente alterati, mutati e quindi si perda il senso del progetto neoautoritario che le destre perseguono. Questa è una controriforma in tutto e per tutto, perché sovverte la Costituzione nel disequilibrare il rapporto tra i poteri dello Stato, costringendo la Magistratura a non avere più un solo organo di autogoverno e autocontrollo, bensì tre.

Uno dei quali, l’Alta Corte è quello più a rischio di politicizzazione del controllo, di diretta espressione della maggioranza di governo, visto che nelle modificazioni costituzionali previste non si esprime nessun rapporto tra rappresentanza dei magistrati e membri laici. In pratica, a seconda di ciò che conterranno le leggi attuative della controriforma di Meloni e Nordio, ci si potrebbe trovare nel caso in cui una maggioranza politica approva una norma che dispone il giudizio sui magistrati da parte dei suoi rappresentanti. Non serve una laurea in giurisprudenza o una specializzazione in diritto costituzionale per comprendere che quando si paventa il rischio di un controllo da parte del Governo sulla Magistratura non si sta favoleggiando, non si sta sclerotizzando il dibattito e, tanto meno, ci sta esprimendo iperbolicamente.

Il punto quindi è politico. E lo è perché molti dei sostenitori del SÌ che capita di incontrare nei volantinaggi nei mercati e in altri luoghi, accampano come motivazione quasi esclusiva del loro voto il fatto che «i magistrati non hanno nessuno che li controlla»… come se essere sottoposti essi stessi alla Legge fosse un nonnulla. Qui mancano davvero le basi essenziali della minima conoscenza del funzionamento del nostro Stato, della nostra Repubblica. Tantissime persone non conoscono la differenza tra i poteri: pensano che sia il governo a fare le leggi e non il Parlamento. Qualche giorno fa più di un sostenitore del SÌ ha scritto sul social Threads che bisogna lasciar fare all’esecutivo le norme, mettendo alla fine di questa strampalataggine tanti punti esclamativi.

Per significare che i giudici non vogliono, quindi, che la Legge possa essere applicata… Molti di coloro che voteranno SÌ sono persuasi da una vecchia onda lunga del berlusconismo d’antan che la Magistratura sia un impedimento alla risolutezza delle decisioni: non solo quelle legali, quindi ai processi civili e penali che, oggettivamente, hanno dei tempi veramente biblici; ma riguardo temi che ineriscono le prerogative del Governo. Del resto vale un po’ sempre la chiacchiera populista che si sente comunemente esprimersi con frasi del tipo: «I giudici mettono sempre fuori i delinquenti», «Liberano chi dovrebbe stare a marcire in galera», eccetera, eccetera…

Purtroppo ogni problema legato alle questioni dei rapporti tra istituzioni e questioni sociali, civili e pure morali è molto più complesso di come la vulgata comune vorrebbe rappresentarlo. Le destre sono maestre nel convertire la verità profonda di tanti fenomeni in un superficialismo banalizzante capace di indirizzare il malpancismo istintivo della vendetta a livelli nettamente superiori alla richiesta di una vera e corretta giustizia. Il sentimento popolare, in larga parte, segue la prima reazione emotiva e non il raziocinio. Tanto meno segue l’analisi socio-politico-economica se deve fare il paragone tra il proprio disagio quotidiano e il non-futuro che gli si prospetta grazie alle misure introdotte proprio da governi nemici dei più poveri come il governo Meloni.

La controriforma di Nordio è nettamente impostata su una torsione autoritaria delle istituzioni e su un classismo veramente esasperante: con le modifiche che il ministro meloniano vorrebbe introdurre in Costituzione il rischio che si possano difendere solo i più abbienti, i più benestanti e ricchi è non concreto, ma concretissimo. L’idea di fondo sta tutta nel progetto di una repubblica non più parlamentare ma governativa, non più democratica ma autocratica e, quindi, in uno scivolamento istituzionale verso un “maggioritario” a tutto tondo, in cui vale solamente l’opinione della maggioranza mentre alle opposizioni, al più, sarà concesso un diritto di tribuna.

Mettendo insieme lo squilibrio tra i poteri dello Stato, il disequilibrio della riforma dell’autonomia differenziata tra regioni ricche sempre più ricche e regioni povere sempre più indigenti, il premierato come madre di tutte le riforme, il disegno di decomposizione del sistema repubblicano, così come uscito dall’Assemblea Costituente del 1946-1948, trova la sua concretizzazione. In ballo c’è quindi la tenuta sostanziale della democrazia italiana, di una nazione in cui il governo non ha il potere ma lo gestisce e deve rispondere alla Legge tanto quanto devono risponderne i giudici, i pubblici ministeri, gli avvocati, chiunque si occupi di diritto. Nordio si domanda chi controlla la Magistratura. La Legge, è la risposta.

Se a controllarla domani sarà il governo, i nemmeno tanto primi passi verso l’esaurimento e il processo di inedia della democrazia saranno compiuti. La prevalenza del NO al referendum è quindi necessaria per una serie di motivi che sono tanto tecnici quanto politici: ma occorre avere ben presente che l’insieme dei rischi è anzitutto politico e sociale. Riguarda ognuno di noi e, nell’insieme, concerne un funzionamento della giustizia che oggi riesce ancora a sfuggire ai controlli terzi di poteri che sono quelli cui fa riferimento l’esecutivo meloniano, protettore dei ricchissimi e dell’alta finanza che investe in una economia di guerra nel nome della quale si cerca la pace e il dialogo tra le nazioni… Ma domani, se dovesse prevalere il SÌ, questa autonomia della Magistratura sarebbe compromessa. Non è una probabilità. È una certezza.

Non c’è dubbio, altresì, sul fatto che, poiché il governo Meloni scommette molto del suo portato eversivo su questa controriforma, il risultato del referendum è un segnale politico: la vittoria del NO sconfesserà l’insieme dell’impianto autoritario delle destre, producendo certamente uno sconquasso che non potrebbe che rimettere in gioco una serie di forze democratiche il cui compito è dare al Paese una alternativa netta e chiara a questo sovvertimento delle regole, a questa impostazione classista in cui i ricchi hanno sempre più privilegi, mentre lavoratrici, lavoratori, precarie e precari, pensionate e pensionati, studentesse e studenti si trovano in una ascendente difficoltà a mantenersi.

Votare NO il 22 e il 23 marzo è un atto di alto civismo, di vero e proprio amore per un’Italia che può tornare ad essere, pur nelle mille contraddizioni e ingiustizie in cui si trova oggi, democratica, rispettosa formalmente e praticamente di una uguaglianza dei diritti tutti, rimettendo al centro delle istituzioni il Parlamento della Repubblica: il luogo in cui la volontà popolare si esprime con una delega che deve tornare ad essere chiara e non alterata da leggi elettorali truffa, piene di premi di maggioranza che permettono a forze politiche che ottengono un terzo dei voti validi di poter governare come se avessero ottenuto il doppio dei consensi.

Oggi, la priorità è fermare questa controriforma che spiana la strada all’autoritarismo del governo Meloni. Si parte da qui per affrontare poi, nel 2027, un voto politico in cui un ampio fronte democratico e progressista, in discontinuità con tutto quello che abbiamo subito fino ad oggi non solo da tre anni, ma da decenni a questa parte, si impegni ad una ricostruzione delle reti sociali, delle difese delle garanzie e delle tutele dei diritti. Intanto, battiamo il tentativo di sovvertimento della Magistratura da parte del Governo e poi, dopo la vittoria del NO, potremo pensare ad una nuova Italia della giustizia. Soprattutto sociale.

MARCO SFERINI

17 febbraio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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