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Marco Sferini

La rappresentazione violenta del mondo per un mondo più violento

La Spezia. Una mattina di inverno come tante. Una scuola: l’Istituto Statale di Istruzione Superiore “Enaudi – Chiodo“. Due ragazzi: uno di diciotto anni, uno di un anno appena più grande. Un coltello. Una lite seguita forse ad altre liti. Per una foto di una ragazza, forse per uno sguardo. Non si sa ancora bene. Ma si sa che il coltello, impugnato, ha procurato lesioni così gravi da causare la morte di Youssef Abanoub. «Volevo ucciderlo, lui non doveva permettersi di pubblicare una foto con la mia ragazza». Gelosia, rabbia, morte. Così, di conseguenza, il dolore si prende le vite che restano, mentre i ricordi iniziano ad affastellarsi e a riempire bigliettini, a mostrarsi nella luce delle candele che vengono deposte intorno alla scuola.

Quell’informazione che si nutre dei fatti, piuttosto che raccontarli, e li tramuta in una tragica continua rappresentazione di un mondo che si sostituisce al mondo stesso, amplifica i toni, li esaspera e mostra addirittura le foto del giovanissimo omicida che impugna il coltello davanti ai banchi e alla cattedra dell’aula scolastica. Un ritorno alla cronaca nera lo si ha quando si cerca di capire come è avvenuto materialmente il fatto. Il professore al momento presente ha disarmato il ragazzo, ma ormai era troppo tardi.

Violenza come metodo di risoluzione di controversie, problematiche, questioni irrisolte. Violenza e non dialogo, non confronto anche aspro. Non ci si ferma al litigio e non si fa nemmeno più soltanto alle classiche botte fra ragazzi. C’è la lama, c’è il coltello lungo, affilato che separa l’esistenza del prima da quella del dopo: quella in cui non è più normale nulla, non è più vita, ma morte materiale, morte morale, morte dentro e fuori. Ci si interroga: come è potuto accadere? Come è accaduto molte altre volte. Come avviene ogni volta che, tanto un giovane quanto un adulto, non accetta una realtà.

Non accetta che qualcosa non gli torni, non vada per il verso giusto: l’unico possibile. Il suo. Se non è contemplato un altro versante di possibilità, è perché in questa nostra società fatta di violenza e di prevaricazione, vige la legge dell’individualismo esasperato, dell’ottenere quello che si vuole e del pretenderlo al punto da considerare la proprietà come un bene assoluto, indiscutibile, non contrattabile né a parole, né nei fatti. Le uccisioni violente di tante donne hanno, tra gli altri motivi riscontrabili nelle tristi pagine delle sentenze che le ricostruiscono come verità giudiziarie, il rifiuto all’accettazione della fine di un qualcosa: un rapporto breve o lungo, una relazione estemporanea o un matrimonio consolidato.

La gelosia spicciola di due ragazzi per una ragazza può avere la stessa valenza? Forse sì, forse meno. Ma sta di fatto che, se basta uno sguardo, una fotografia, un apprezzamento, quello che un tempo ormai lontano si sarebbe chiamato “corteggiamento” per far scattare la molla dell’annullamento dell’altro come pericolo per la propria certezza di ottenere l’amore di una persona, allora la risposta al quesito è sì. Forse è sufficiente anche solo un cenno di saluto a mettere in cortocircuito un processo mentale, a generare una insicurezza insopportabile e a determinare poi gli epiloghi tragici cui si assiste.

Non c’è dubbio sul fatto che le responsabilità debbano essere condivise e che la scuola, in senso lato, abbia quindi le sue colpe: ma, il più delle volte, le derivano da una trascuratezza istituzionale che si riverbera sul ruolo civile e sociale dell’istruzione pubblica come momento quotidiano di condivisione di tutto ciò che riguarda la vita delle ragazze e dei ragazzi che entrano così, piano piano, a far parte del mondo “grande e terribile“. Certo, giocano altri fattori, come la situazione familiare, il contesto in cui si cresce, tutto sacrosantamente vero.

Però il limite invalicabile della violenza omicidiaria e, più in generale, della violenza tout court, dovrebbe essere messo davanti agli occhi di tutte e tutti rappresentandolo come lo aveva molto bene espresso uno dei più grandi scrittori di fantascienza (che conosceva molto bene la condizione umana). Sosteneva Isaac Asimov che la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci. Ovvio che si riferiva più che altro alle azioni umane compiute nella loro più complessa espressione di massa con la mediazione della politica, del militarismo che sfocia sempre nelle guerre.

Ma il principio, di per sé, vale anche per noi singoli se prendiamo come buono l’assunto che se non siamo capaci di fare od ottenere qualcosa, siccome non vogliamo prendere atto del fallimento e riprovare negli stessi modi, allora facciamo ricorso alla drasticità della violenza che sembrerebbe essere risolutiva: draconianamente tale. Invece è un moltiplicatore di inganni, di ulteriori problemi che non metteranno fine alle angosce, alle ansie, alle turbolenze mentali e sentimentali se in ballo c’è l’affetto di un altro, l’amore di un’altra persona.

Se, però, si prova ad allargare un po’ lo sguardo ad ogni singolo attimo di una giornata tipo, sarà abbastanza evidente il fatto che la violenza è parte costituente di molta parte del nostro vivere: anche il più mansueto dei giovani studenti deve fare i conti con un bombardamento costante da parte della televisione e dei social che rimandano serie, immagini, brevi video in cui si mostrano storie che non hanno nemmeno più le caratteristiche del vecchio poliziesco, del giallo, perfino dell’horror. Le insidie maggiori vengono dal lasciare intendere che c’è sempre spazio per la violenza. Che si tratta di qualcosa di assolutamente connaturato nella natura umana.

Come negarlo? Dall’origine della specie è sempre stato così: ma l’evoluzione avrebbe dovuto condurci per mano verso un approdo meno primitivo, meno conflittuale, assolutamente meno divisivo. Invece, a tenere banco alla violenza come possibile diretta conseguenza è la causa rappresentata dalla competizione. In famiglia, in amore, sul lavoro, a scuola, negli eventi sportivi. Forse meno sui campi di calcio e negli stadi di atletica, ma sugli spalti e fuori nelle strade si assiste spesso al confronto barbarico, allo scontro veramente armato di tutto punto tra certe frange di tifoserie.

La violenza, quindi, non è una eccezione, non è nella ciambella priva del buco. Pare essere una caratteristica molto più che moderna, strettamente legata ad una attualità dove, del resto, oggi padroneggiano i conflitti armati più sanguinosi che insegnano ad odiare il diverso da noi, le altre culture, paesi vicini e lontani, persone, cose, idee. Nel momento in cui la prepotenza di certi presidenti, la loro oggettiva cattiveria è parte persino del linguaggio istituzionale, che dovrebbe conservare invece un galateo di un certo tipo, fingendo anche ma rimanendo sul piano del civile confronto tra le parti, ci si può aspettare che i giovanissimi imparino diversamente?

Cosa può preservare i giovani dall’essere incessantemente infarciti di sospetto, inimicizia, abbandono di qualunque ipotesi di relazione alla pari con i propri coetanei, con chiunque si venga a contatto durante le ore di lezione come durante quelle del cosiddetto “tempo libero“? Se, inoltre, a tutto questo si aggiunge un corollario di preconcetti che partono da presupposti etnici (quindi razzisti), tipici della destra più abituata ad essere xenofoba piuttosto che liberale (come vorrebbe apparire), per cui l’uso del coltello riguarda di più gli stranieri rispetto agli italiani o certe culture piuttosto che altre, allora pare quasi di non avere scampo.

Di non averlo per spiegare che sono proprio le istituzioni, tutte quante, a dover dare un esempio civico, civile e culturale, quindi sociale, in merito: riflettendo il messaggio per cui è a partire dal rispetto reciproco che si costruisce una maturità tanto individuale quanto collettiva. Si tratta di un processo molto complesso per comunità che vivono nella tensione costante della competitività a tutto tondo: dall’avere buoni voti a scuola al conquistarsi l’affetto; dal poter arrivare ad ambire un buon posto di lavoro all’ottenere un riconoscimento eguale nella propria cerchia sociale.

Lo spirito della competitività è sano soltanto se non prevarica niente e nessuno e se viene vissuto “sportivamente“, ossia accettando preventivamente l’ipotesi, dunque la probabilità, che non si riesca, che si fallisca.

Ed il fallimento viene sempre considerato soltanto in chiave negativa, mentre è utilissimo. Senza gli inciampi non conosceremmo mai il valore prezioso del riuscire a rialzarsi con le proprie forze e, a volte, se necessario anche con l’aiuto di chi ci vuole bene di chi ci sostiene non per coccolarci e non farci crescere, ma per fare un pezzo di strada con noi e imparare anche dai fallimenti altrui così da evitare i propri e lavorare unitamente in una costruzione comune di esperienze più mature e certe.

Si dirà che un ragazzo di diciannove anni è ovviamente ancora acerbo, non ha la consapevolezza del quando, del come, del dove fermarsi davanti ad uno scoppio d’ira. Ma all’origine di questa tragedia, come di tante, troppe altre simili e dissimili al tempo stesso, vi è il timore di perdere qualcosa che si possiede, che si ha e che è una “proprietà“: la ragazza in questo caso. Non si riflette mai sulle conseguenze, perché si da per scontato che il gesto sia risolutivo e metta fine al problema che tormenta. Forse su questo occorre lavorare tutte e tutti: prima di agire, fermarsi a considerare le conseguenze.

Non vale solo per i giovani studenti che vivono le contraddizioni del mondo grande e terribile nel loro piccolo mondo di aula scolastica. Non vale solo per i giovani che giocano a calcio nei campetti e sono incitati allo scontro fisico dai genitori che stanno sugli spalti a sostenerli ciecamente, dimenticando il vero valore dello sport. Vale per chiunque e in qualunque momento. Sì, è vero: tra il dire e il fare c’è di mezzo sempre qualcosa anche di più del mare. Ma, visti i risultati, si può comunque provare ad insegnare non la tolleranza dei problemi, ma la ricerca delle soluzioni insieme: parlandone prima e lasciando all’impulso il minore spazio possibile.

Si può iniziare magari estromettendo dalla televisione e da Internet tutta questa marea di violenza che non corrisponde alla realtà e che, anzi, la esaspera al punto da farci credere di vivere nel mondo delle tante serie “crime” che vengono proposte e riproposte ad ogni ora del giorno e delle notte. Anche qui, la verità è vittima della rappresentazione di una società che non è così ma che noi siamo stati ormai abituati a pensare come tale e per cui non vediamo, purtroppo, nessuna via d’uscita…

MARCO SFERINI

17 gennaio 2026

Foto di Nathan J Hilton

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