Marco Sferini
La RAI senza una vigilanza, divorata dal governo
Persino per la maggioranza di governo è innegabile il problema riguardante il rapporto con l’informazione in generale e, per quanto concerne televisioni, radio e altri mezzi di comunicazione, con quella pubblica. Post e neofascisti, illiberali di varia natura e di origini anche molto differenti hanno una idiosincrasia del tutto propria con la pluralità delle idee e delle proposte: un qualcosa che gli deriva dalla concezione autoritaria del potere e della presa dello stesso (più che della gestione di carattere prettamente democratico). Mussolini a suo tempo ebbe ad affermare che «la cinematografia è l’arma più forte».
Il duce del fascismo aveva capito che la sua voce stentorea poteva anche farsi sentire dai balconi, dagli altoparlanti Radiomarelli sparsi per tutte le piazze d’Italia, ma che la capacità del cinema di sedurre l’inconscio anche (e soprattutto) collettivo della gente era indubitabilmente maggiore perché includeva anche quei corpi che fisicamente si potevano mostrare in una sola piazza e non ad un uditorio pressoché infinito che abbracciasse tutta la nazione. Il connubio, quindi, tra autoritarismo e diretto controllo delle masse si è mostrato in passato e si mostra oggi in un qualcosa di più specifico del generale rapporto che intercorre naturalmente tra potere e ammaestramento propagandistico del consenso.
Sta di fatto che, se un tempo la gestione della RAI – Radio Televisione Italiana era affidata al manuale Cencelli ed alla spartizione partitocratica (che pure garantiva, paradossalmente, una sufficiente pluralità di proposte ed escludeva la monoliticità attuale), oggi l’occupazione quasi militare di tutte le reti generaliste e giornalistiche (tanto televisive quanto radiofoniche) è la cifra su cui si misura per davvero il grado di aderenza o meno al livello minimo di sufficienza di una democrazia liberale. Chiaro che vi è un controcanto calcolato nelle dimissioni di tutti i membri delle opposizioni dalla Commissione di vigilanza per la RAI: la presentazione dei palinsesti della prossima stagione va a coincidere con una notizia che offusca l’evento.
Lo si può leggere, in fondo, come una sorta di protesta scioperante, di un rimarcare che per due anni (su quattro) la commissione citata è stata praticamente boicottata dalle forze di maggioranza che si sono ostinate ad eluderne i lavori dopo la mancata approvazione alla presidenza di un’esponente di Forza Italia. Il segno inequivocabile, anche in questo frangente, è il grandissimo problema che questa destra ha con i pesi e i contrappesi che consentono il buon funzionamento del regime democratico. Se con il referendum contro la Magistratura Meloni e Nordio hanno tentato di mettere all’angolo un potere dello Stato obbligato al controllo costituzionale sull’applicazione delle leggi da parte degli organi della Repubblica, con lo stallo della Commissione di vigilanza RAI si è impedito, di fatto, la garanzia del pluralismo.
Ciò che denuncia la ormai ex presidente della commissione, Barbara Floridia del M5S, è che si è venuto a creare nell’ultimo biennio un vero e proprio impedimento nei confronti di un organo istituzionale di primaria importanza. Un po’ come se Giorgia Meloni avesse voluto tenere il telecomando senza mai mollarlo, senza condividere le scelte e questa fosse stata – perché nei fatti questo è avvenuto – la linea dettata dal governo ai suoi rappresentanti nella Commissione di vigilanza. Pare evidente che la vecchia spartizione partitocratica delle grandi reti RAI oggi impallidisce di fronte alla totale presa in carico del servizio pubblico da parte della maggioranza che, oltretutto, in questo modo si pone al di fuori delle normative europee racchiuse nel “Media Freedom Act“.
La normativa continentale, infatti, predispone che gli Stati dell’Unione debbano nominare in questi frangenti persone indipendenti dalla politica nella gestione del pluralismo dell’informazione e che debbano altresì garantire un servizio pubblico finanziato con fondi tracciabili, certi, privi di qualunque opacità nei riferimenti primi, ossia nella loro diretta provenienza. Tutto questo ad oggi non è stato fatto e l’Italia, pertanto, corre il rischio di incorrere in una ennesima procedura di infrazione. Non viene solamente meno un rapporto fiduciario tra le forze politiche espressione della volontà popolare (seppure artefatta nella sua proporzionalità tra voto e presenze in Parlamento) e le aziende che fanno diretto riferimento allo Stato.
Ad essere compromesso è in tutta evidenza l’insieme delle regole democratiche a cui si ispirano (e si devono ispirare secondo la Costituzione) tutte le istituzioni, tutte le loro derivazioni, ogni singolo comparto amministrativo. In realtà tutti questi impedimenti hanno in origine un vizio tutt’altro che di forma: mostrano come la componente leghista, che aveva espresso, in sostituzione dell’esponente di Forza Italia non eletta, come sostituto (ex lege) Antonio Marano, già direttore del TG2, si è oggettivamente indebolita e affronta tutt’altro che con facilità la nomina dei direttori delle testate regionali del TG3, giudicate piuttosto appetitose proprio per il rapporto stretto tra l’informazione locale e le comunità altrettanto tali.
Dopo le dimissioni dei membri dell’opposizione sono seguite anche quelle dei membri di maggioranza. Ne restano pochissimi a presidiare un’istituzione controllata dal Parlamento praticamente svuotata di sé stessa e lasciata cadere in un immobilismo di cui ha potuto godere la maggioranza meloniana nell’assoluto mancato controllo rispetto a ciò che si è fatto in RAI fino ad oggi. Non è del resto un mistero che la qualità dei programmi della televisione pubblica sia notevolmente diminuita (per usare un molto pietoso eufemismo) e che, sostanzialmente, al vecchio rivalismo con Fininvest prima e Mediaset poi si sia sostituita una sorta di pax televisiva. Un non darsi fastidio reciprocamente per ottenere il massimo dei profitti senza investire un qualcosa in più nella qualificazione dei programmi.
Al netto di Rai Storia e Rai Scuola, la programmazione culturale è affidata nelle grandi reti sempre e soltanto a Rai3 dove le repliche imperversano, dove si vanno a chiudere programmi come “Via dei matti numero Ø” (che dovrebbe ritornare nel 2027…) o dove si riducono le puntante della trasmissione giornalistica di punta: il “Report” di Sigfrido Ranucci. Se si vuole assistere a qualche dibattito intellettualmente onesto, non rimane che guardare La7 che, infatti, viene accusata dalla destra di governo di essere sostanzialmente quello che era Rai3 e il suo TG ai temi di Sandro Curzi: “TeleKabul“.Allora democristiani e liberali, pentapartito in generale, stigmatizzavano così un telegiornale che veniva descritto come un fortilizio inespugnabile, al pari della capitale afghana da parte dei sovietici.
Una metafora infelice, così come infelice politicamente era chi la andava sparpagliando in giro mentre controllava le altre reti pubbliche in maniera molto più partitocratica rispetto alla qualificazione di stampo comunista della Terza rete. Ovvio che è difficile il confronto tra le gestione della RAI di allora e quella di oggi: non fosse altro perché la televisione di Stato è sempre stata lo specchio della politica del momento e oggi questo specchio riflette esattamente lo stato comatoso della pluralità democratica dell’informazione in Italia. Meloni non concede interviste se non a giornalisti che la compiacciono, che le rivolgono domande che non la mettono in difficoltà. Alte cariche dello Stato si fanno gioco delle prerogative tanto dei giornalisti quanto delle opposizioni.
Tanta è stata la delusione in questi decenni per le attività mal gestite della e dalla Commissione di vigilanza che verrebbe quasi da augurarsi che non riapra per niente e che finisca qui. Invece di garantire la pluralità del servizio pubblico non ha fatto altro, fin dai tempi del primo berlusconismo, se non esercitare pressioni indebite nei confronti della dirigenza della RAI e permettersi un ruolo più di censura rispetto a quello di controllo non senza limiti che le era stato affidato. Quei limiti imposti dal Parlamento, quando nel 1975 la commissione vide la sua nascita, raramente sono stati rispettati e per questo la qualità dell’informazione è diventata più che altro quantità: dando ampi spazi alle maggioranze di turno e un timido diritto di tribuna al resto.
I dati di presenza dei vari segretari di partito nei telegiornali lo dimostrano ampiamente e per un lunghissimo arco di decenni. Differente è il discorso se si include in un più ampio ragionamento sulla condizione del servizio radiotelevisivo in Italia anche il comparto privato: Mediaset, La7, Discovery, Sky… Sommando il tutto, ne viene fuori un quadro plurale garantito dal rispetto minimo delle regole. Oltre il contesto e i poteri della Vigilanza che ha delle responsabilità che si amplificano enormemente se si va nella sede parlamentare. Tre volte il Presidente Mattarella ha richiamato i membri della commissione per addivenire ad una soluzione delle problematiche intercorse in questi anni. Tre richiami praticamente inascoltati dalla maggioranza di governo. Nemmeno questa è una novità.
I sorrisi e le strette di mano dovute dal galateo istituzionale sono solamente la manifestazione esteriore di un rapporto sempre più conflittuale tra Palazzo Chigi e il Quirinale, anche e soprattutto in vista del tentativo di proposta e di approvazione di una nuova legge elettorale che sovverte oggettivamente il principio di rappresentanza uguale del voto popolare. Del resto, la questione dell’informazione riguarda direttamente le compagne elettorali e se l’autoritarismo delle destre deve essere coerente con sé stesso, mica può consentire che le opposizioni abbiano gli stessi spazi, le medesime opportunità dei partiti di governo. Chi ha il potere e ha una concezione proprietaria dello stesso (Berlusconi lo ha insegnato ampiamente) intende tenerselo a tutti i costi.
Se riesce a farlo facendo intendere che tutto sommato in Italia esiste ancora una democrazia, allora meglio ancora. Nel 2025, appena un anno fa, il nostro Paese era al 49° posto nella classifica sulla libertà di stampa stilata da “Reporter Senza Frontiere“. Oggi si trova al 56° posto su 180 paesi. Ci siamo separati dal grosso dei paesi europei occidentali per rientrare in quelli orientali che non hanno mai brillato per pluralismo dell’informazione. Se prima i nostri compagni di cordata erano la Francia, la Spagna, la Germania, la Gran Bretagna, il Portogallo, il Belgio e i Paesi Bassi, oggi lo sono l’Ungheria ex orbaniana, l’Ucraina immersa nel conflitto con la Russia, la Romania, la Grecia di Nuova Democrazia (partito di estrema destra) e la Bulgaria.
Ancora un salto indietro e rischiamo di essere tra non molto ai livelli di dittature come l’Iran e la Cina, di autocrazie come la Turchia, di paesi come Israele, Arabia Saudita, Afghanistan, Corea del Nord, Pakistan, Khazakstan. La questione della presidenza della Commissione di vigilanza per la RAI è, a ben vedere, un pretesto che tuttavia ricalca un problema non di poco conto. Ne va della libertà di espressione e di pensiero, di scrittura, di lettura, di informazione che diventa disinformazione. Non ci si salva pensando di costruire delle nicchie di controinformazione; semmai riportando la RAI nel suo ruolo originario: quello del servizio pubblico, mentre tutto intorno il privato, continuamente, avanza…
MARCO SFERINI
3 luglio 2026
foto: elaborazione propria




















