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Marco Sferini

La prudenza presidenziale e il costante pericolo autoritario

L’excursus storico non poteva non avere le tinte e i tratti dell’agiografia: non si può, del resto, chiedere ad un Presidente della Repubblica di non avere parole di elogio nei confronti della Repubblica stessa, dell’Italia e della sua storia. Sia chiaro: gli ottant’anni del regime repubblicano, parlamentare e democratico che festeggeremo il 2 giugno prossimo non sono quel fallimento che alcuni vorrebbero rappresentare. C’è tanta ingenerosità, e forse anche un pizzico (o molto più di questo) in chi biasima il complesso del patto istituzionale, sociale, civile e morale fondato sulla Carta del 1948; tanta di questa ingenerosità la avevano, manco a dirlo, coloro che oggi siedono a Palazzo Chigi.

I primi asperrimi critici della dialettica parlamentare, del confronto fra le divergenze, tra maggioranze e minoranze, erano proprio quei neofascisti del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale che avevano accolto tra le loro fila (proprio adottando questa doppia dicitura) i resudui monarchici presenti nelle Camere. Difficile dire con certezza quale sia stata quella punta massima di conservatorismo raggiunta proprio dagli ambienti della destra più estrema nell’ambito parlamentare. Un po’ tutta la loro vicenda narra di intersezioni con soggetti ben noti per il loro passato eversivo, per il disconoscimento della Repubblica in quanto fondata e quindi nata in seno all’antifascismo, alla Resistenza partigiana.

Fa bene quindi Mattarella nel suo discorso di fine 2025 a ricordare che nelle ventiquattro ore del Padre e della Madre Costituente c’era quel mattino in cui si discuteva con veemenza, ci si divideva anche fortemente su temi un po’ più seri rispetto a quelli odierni e, poi, al pomeriggio si provava a fare la sintesi, a ricercare il compromesso non unico ma unificante, così da scrivere al meglio le nuove parole su cui si sarebbe dovuta costruire l’Italia del dopoguerra portandola dal distratro toatalitario di oltre vent’anni di fascismo ad una democrazia propriamente detta. Forse il racconto storico del Presidente della Repubblica è apparso tanto agiografico: forse lo era e lo voleva essere per dare una iniezione di ottimismo a chi ha ben ragione di averne perso tanto.

Putroppo non è sempre così che si risolvono i grandi problemi sociali di un popolo: ma, in fondo, si trattava di un discorso in parte di prammatica (gli auguri per il nuovo anno) e in parte politicamente inteso come un richiamo ad aspetti della vita in comune che vengono sovente messi da parte in nome di una urgenza pragmatica su proposte date per dirimenti dalle maggioranze di governo, di volta in volta. Così si costruiscono le leggi di bilancio: con un occhio privilegiato alle esigenze macroeconomiche e un occhio sbilencamente rivolto ai fastidiosi capitoli di spesa su quelle necessità quotidiane che sono per decine di milioni di italiani il mantenimento (sottolineato: mantenimento e non, purtroppo, accrescimento) dei diritti sociali e civili.

Il Presidente regala quindi un ritratto degli ottant’anni della Repubblica che, partendo dal suffragio universale femminile, dovrebbero restituirci quella voglia di non smettere di lottare per l’emancipazione costante e continua: di chi? Visto l’indietreggiare di molti dei diritti un tempo dati per acquisiti nell’ordinamento repubblicano, verrebbe davvero da dire: di tutte e di tutti, tranne quei privilegiatissimi padroni, imprenditori, finanzieri e speculatori che non hanno bisogno di rivendicare un profitto minimo garantito. Ne hanno di profitti: massimi e super privilegiatamente tutelati proprio dalle politiche iperliberiste dei governi. Quello Meloni compresissimo nell’elenco degli amici del confindustrialismo.

Per tutti gli altri vale la regola del non attendersi nulla che non sia rivendicato, per l’appunto, con le lotte sociali: Meloni e ministri non regalano nulla alle lavoratrici e ai lavoratori, ai pensionati, agli studenti, a tutte e tutti coloro che versano in condizione di allarmante indigenza. Dalla grande massa di coloro che non detengono la proprietà dei mezzi di produzione, esigono e anche piuttosto prepotentemente: per finanziare, oggi e ancora più oggi rispetto a ieri e certamente meno di domani, un comparto bellico che anche Mattarella, pur con altre sfumature di linguaggio e di pensiero, ritiene importante nell’attuale contesto: non si può essere d’accordo col Presidente quanto individua nella NATO uno dei cardini della sicurezza europea.

Ma, anche qui, non ci si può non attendere il pizzico di prammatica: chi mai ai vertici di uno Stato criticherebbe apertamente l’Alleanza atlantica? Forse lo avrebbe fatto solo Sandro Pertini. Ma l’eccezione (e che eccezione!) conferma la regola. Quindi anche Mattarella conferma: bisogna garantire quella difesa che è oggi sempre più necessaria per contrastare i venti di guerra. Ma, ahinoi, si legge “difesa” ma si intende aumento delle spese militari per una “offesa” nei fatti: l’ingentissimo rifornimento di risorse e di armi verso l’Ucraina non ha fatto altro se non procrastinare il conflitto e servire agli interessi di una contesa imperialista in cui a fronteggiarsi sono il settore occidentale-atlantico da un lato e quello russo-orientale dall’altro.

Se la guerra in Ucraina la si legge esclusivamente attraverso le lenti del torto e della ragione non se ne esce se non con la facilonissima traduzione dei buoni e dei cattivi che, molto sempliciottamente, ci rende un insieme di considerazioni altrettanto banali: non c’è da una parte il bene contro il male, le democrazie contro le dittature, una cultura superiore contro una cultura barbaricamente inferiore (seppure dotata di enormi capacità tecnologiche e di autoproduzione di altrettante armi devastanti). Il quadro, come detto tante altre volte, è molto più complesso rispetto a ciò che appare e a quanto viene raccontato nelle estreme sintesi giornalistico-televisive in cui la propaganda di governo per alcuni versi e quella dei molti condiscendenti opinionisti raccontano che noi abbiamo ragione e tutti gli altri torto

Quando si fa la guerra ha torto certamente chi attacca e, non di rado, anche chi deve difendersi perché viene a trovarsi nella posizione di superare l’elemento della “difesa” e a farne, per l’appunto, un grimaldello che si impunta come un cuneo nella assurda complessità degli eventi e controverte molti aspetti bellici, senza dubbio quelli civili e sociali in mezzo alla grande influenza di quelli economici. Il Presidente Mattarella da un lato auspica che si ponga attenzione alle spese per la difesa, dall’altro richiama le parole di Prevost sul disarmo delle parole, sulla necessità del dialogo, dell’apertura di spiragli di trattative.

Trattative che, per la verità, non sono granché affidabili se lasciate nelle sole mani di un Trump che afferma di avere già un piano di pace al 95% ma di non riuscire a trovare la quadra su un 5% dirimentissimo per la chiusura delle premesse degli accordi per il cessate-il-fuoco. Nuovamente ha ragione Mattarella, pur dentro le contraddizioni delle compatibilità istituzionali nazionali e internazionali, a richiamare la pace come una interpretazione mentale riguardo un vivere civile che sia comprensivo, includente, che richiami alla vicendevole solidarietà tra i popoli. Sono tutte belle affermazioni di principio, certamente sentite e provate interiormente, lasciate alle considerazioni di una nazione di cui si vedono tanti acciacchi e pochissime cure.

La mentalità di pace è – afferma il Presidente – il contrario di una dialettica oppositiva, di un continuo rigurgitare sentenze inappellabili fatte di un oggettivismo delle idee che è presuntuosamente esibito dalle parti politiche come unica verità rivelata dal proprio credo ideale congiunto ad opportunismi vincolati ad una brama di potere che tralascia le necessità dell’impianto democratico e, anzi, le sospinge nell’angolo di un ring su cui si combattono troppi nemici e pochi corretti avversari. Mattarella evita accuratamente di parlare degli attacchi del governo alla Magistratura, della riforma Nordio, del referendum che si terrà in primavera. Comprensibile, da arbitro super partes quale è la funzione della sua alta carica.

Tuttavia un cenno al mantenimento della separazione equipollente dei poteri poteva, doveva essere fatto. Perché non è sufficiente magnificare la storia della Repubblica, richiamare i giovani al ruolo che in allora ebbero i Padri e le Madri Costituenti e poi tralasciare il fatto che oggi una parte istituzionalmente maggioritaria della politica italiana volge il suo sguardo al rafforzamento dell’esecutivo a scapito del Parlamento e della Magistratura. Non che il Presidente non lo sappia, ovvio. Ma sarebbe stato importante lanciare un messaggio velato al governo e fare intendere che nessuna repubblica può veramente dirsi tale se non c’è indipendenza di giudizio verso ognuno e verso tutti là dove si deve far rispettare la Legge.

Senza una piena indipendenza dei magistrati dal potere governativo non si può dire di avere la garanzia di vivere in un regime assolutamente democratico. Anche un arbitro deve, alla fine, fischiare quando viene commesso un fallo. Se non lo fa rischia di viziare involontariamente l’esito del gioco. Qui la partita è davvero considerevole: i sondaggi dicono che il NO alla riforma di Nordio sta prendendo campo. Il Paese è praticamente spaccato a metà su un referendum che è confermativo e che sarà importantissimo per due motivi: bocciare naturalmente la controriforma sulla giustizia e sbugiardare un governo eversivo davanti a tutta la nazione.

Se, inveve, a prevalere dovessero essere i sì, allora non solo la magistratura avrà meno indipendenza nel proprio autogoverno interno, ma verrà piano piano messa sotto l’egida dell’esecutivo di turno. Siccome quello attuale è il peggiore mai avuto nella storia della Repubblica Italiana, non è inopportuno affermare che gli auspici in merito sono tutt’altro che rosei. Mattarella richiama a rivivere la grandezza di quasi un secolo di democrazia: dopo così tanto tempo il bilancio del regime repubblicano non è univoco, ma presenta molti punti di osservazione, altrettante interpretazioni che sono quasi inevitabili perché, a partire dalla citata “notte della Repubblica“, tanti misteri non sono stati risolti e tutt’oggi sono elementi su cui vi è una dicotomica divisività.

Un discorso più coraggioso si sarebbe forse scostato dall’attuale realtà dei fatti: impietoso resoconto di anni di crisi globale che si riverberano certamente sul contesto europeo e su quello italiano (il Presidente parla di “interconnessione” su scala planetaria). Ma sarebbe stato più corretto accostare il tanto giusto prodotto dal regime repubblicano, partendo dalla redazione della Costituzione, dai troppi scostamenti che oggi si registrano in merito esattamente agli alti livelli di governo dello Stato. Le parole per dire tutto questo senza usare toni diretti e aspri si trovano sempre: il galateo istituzionale è ricchissimo di metafore a tale proposito. Il profilo prudentissimo nel discorso del Presidente poteva essere evitato.

Non per arrivare ad un nuovo scontro tra Palazzo Chigi e il Quirinale; semmai per dire chiaramente che il Colle non è lì a guardare passare il cadavere della democrazia nel nome della libertà di ferire o, peggio, uccidere la democrazia stessa. Ma è lì a fare tutto quello che gli compete per preservarla. Soprattutto dalle ambizioni di coloro che si pensano padroni del potere e non pro tempore amministratori dello stesso in nome e per conto del popolo. Nessuno si deve illudere: il caos ci circonda, ci pervade, ci induce a non considerare possibile la pace. Esattamente partendo da un principio prettamente mentale.

Fuoriuscendo dall’agiografia presidenziale sulla storia della nostra Repubblica e fatte tutte le dovute critiche, diciamoci però una cosa: noi pretendiamo che Mattarella difenda la democrazia, ma i primi a doverla difendere siamo tutte e tutti noi. Questo è il messaggio più importante che ci dobbiamo dare per questo 2026: ieri come oggi. Nessuna conquista è per sempre. Nemmeno la Repubblica che diamo per assolutamente scontata come forma democratica dello Stato italiano. Corsi e ricorsi storici ce lo avrebbero dovuto insegnare. Per quanto solido possa essere un impianto sociale e politico, gli agguati di chi vuole approfittarne per rafforzare i privilegi di pochi a scapito dei diritti di tutti, sono pericoli da non sottovalutare. Mai.

MARCO SFERINI

2 gennaio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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