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Americhe

La politica del disordine permanente

Una sequenza di iniziative tattiche. Improvvisate, spesso scollegate tra loro, talvolta ostentatamente capricciose, fondate su una politica del movimento permanente. Cosa raccontano le ultime mosse di Donald Trump?

Che l’uomo forte del nostro tempo debole non ha una visione strategica di medio-lungo periodo. Confermano una modalità d’azione ormai riconoscibile: tenere tutti sulla corda – negli Stati Uniti e nel mondo – trasformando il mix d’imprevedibilità e di sfide sfacciate alle regole in metodo di governo. In un sistema internazionale sempre più privo di baricentro e di un ordine condiviso, Trump occupa il centro della scena non come architetto di un nuovo equilibrio, ma come acceleratore del disordine. La sua centralità è insieme politica e mediatica: una presenza totalizzante, ventiquattr’ore su ventiquattro, che marginalizza e oscura ogni altro attore, quando non è tirato in ballo per essere schernito o ridicolizzato, e rende la politica estera un flusso continuo di annunci, rotture e rilanci.

È in questo quadro che si colloca l’intervento militare statunitense in Venezuela. Un’azione che s’inserisce in una dinamica di pressione costante, capace di alimentare la già elevata instabilità regionale e di produrre nuove contraddizioni sul piano interno.

L’operazione, combinata con le pressioni su Cuba e con le fragilità strutturali della Colombia, rischia di innescare reazioni a catena nell’area, amplificando, tra le altre conseguenze, proprio quella pressione migratoria verso gli Stati Uniti contro la quale l’amministrazione è letteralmente in guerra. Se l’azione in Venezuela non dovesse risolversi rapidamente, il rischio concreto più immediato è quello di una nuova ondata di rifugiati, prima diretta verso i Paesi confinanti – già in difficoltà nel gestire la folta diaspora venezuelana – e poi inevitabilmente verso il confine meridionale degli Stati Uniti.

Oltre un milione di venezuelani risiede oggi negli Stati Uniti; centinaia di migliaia beneficiano di strumenti temporanei di protezione, come il Temporary Protected Status. L’amministrazione Trump ha già avviato azioni legali per revocare queste tutele, sostenendo che le condizioni in Venezuela non giustificherebbero più la protezione. Il paradosso è evidente: mentre un’azione militare statunitense rischia di destabilizzare ulteriormente il Paese, si creano le condizioni legali per rimpatriare forzatamente chi fugge proprio da quella destabilizzazione.

La combinazione di una politica estera interventista che produce instabilità “alla fonte” e di una politica interna sempre più restrittiva crea le premesse per un doppio flusso disordinato. Da un lato, nuovi rifugiati in fuga dal caos; dall’altro, una vasta popolazione di immigrati oggi regolari destinata a scivolare nell’irregolarità, con un aumento della pressione sul sistema di detenzione e deportazione. Un esito che finisce per alimentare proprio il caos migratorio che l’amministrazione dichiara di voler prevenire.

Sul fronte politico, l’intervento in Venezuela allarga la frattura ormai vistosa all’interno del Partito Repubblicano. Esponenti come Steve Bannon, Tucker Carlson, Candace Owens e Marjorie Taylor Greene, con un enorme seguito tra i Maga duri e puri della prima ora, denunciano l’operazione venezuelana come un tradimento della promessa di evitare “guerre infinite” e come un ritorno al copione fallimentare di Iraq e Libia. Lo stesso Maduro, peraltro è considerato personaggio – “socialista conservatore” – vicino a certe posizioni care alla destra evangelica: contrario all’aborto, ai diritti LGTBQ, combatte la pornografia e l’usura e ha “la grande colpa” di essere contro Israele: insomma, per Tucker Carlson, non merita il trattamento a cui è sottoposto.

A queste voci si affianca anche quella di John Bolton, simbolo dell’ala neocon interventista, che pur sostenendo il cambio di regime ha espresso riserve sull’assenza di una strategia chiara e di una definita via d’uscita. Insomma, gli isolazionisti contestano l’interventismo in sé, gli interventisti ne denunciano l’improvvisazione. Questa opposizione trasversale prolifica proprio all’interno della base che ha portato Trump al potere, per il quale la promessa dell’“America First” coincideva con la fine dell’espansione militare globale.

In un anno elettorale segnato da tensioni interne – dal costo della vita all’assistenza sanitaria – l’azzardo venezuelano mette alla prova la coesione del partito del presidente e pone, in prospettiva, in posizione vulnerabile, quando e se si candideranno, i due principali contendenti per la successione a Trump, il suo vice J. D. Vance, significativamente poco presente in questa fase, e Marco Rubio, invece iperattivo e spesso ripreso in pose d’imbarazzo al fianco del commander-in-chief nei suoi momenti da psicopatico o nei momenti in cui, come capita ultimamente, s’appisola, anche letteralmente in piedi.

Il contesto internazionale amplifica ulteriormente il peso del dibattito interno statunitense. Di fronte all’inerzia catatonica e alla frammentazione europea, perfino in presenza della minaccia di conquista di un pezzo importante del suo territorio, la Groenlandia, sono le dinamiche domestiche a diventare il principale fattore di contenimento democratico di un’amministrazione sempre più autocentrata e irresponsabile. In assenza di un ordine globale condiviso, il conflitto interno agli Stati Uniti finisce per sostituirsi, anche come argine democratico, al venir meno di forme e regole condivise nelle relazioni internazionali.

GUIDO MOLTEDO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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