Marco Sferini
La piena saldatura tra tradizionalisti cattolici e neofascisti
La questione riguardante l’ennesimo scisma della Fraternità San Pio X (i cosiddetti “lefebvriani“), con annessa ovviamente l’altrettanto conseguentemente ovvia ennesima scomunica da parte del Vaticano, è interessante soltanto – per un punto di vista laico – come fenomeno che si va ad incastonare nel sommovimento continentale europeo di un qualcosa di più di una semplice frangia superconservatrice riguardante la Chiesa cattolica. Infatti, i seguaci di monsignor Marcel Lefebvre, rappresentano la punta più tradizionalista di un clero che fa il paio con una destra estremissima che si riconosce nel trittico tanto caldeggiato anche dalla maggioranza di governo in Italia: dio, patria, famiglia.
Se si prova a sovrapporre il programma politico e l’impostazione moralistica dei partiti conservatori, non solo italiani, alle idee professate dai seguaci della Fraternità, si noterà che vi è una perfetta comunanza riguardo al rapporto che intercorre tra uomo e donna, maschio e femmina, marito e moglie, uguaglianza e diversità, maggioranza e minoranza, singolarità e specificità della sfera sociale e civile. Infatti, all’evento tenutosi ad Ecône, in Svizzera, dove ha sede la casa madre dei lefebvriani, preparato con tutta la dovizia del caso, come una kermesse spettacolare con tanto di sito Internet, di invito al pellegrinaggio, diretta streaming e molti gadgets a corredo di tutto, erano presenti esponenti dell’ultradestra italiana.
Volti noti come Mario Borghezio, ex Lega e ora di area vannacciana, ed esponenti di Forza Nuova. Questa destra che affonda le sue radici nell’ordinovismo nuovo e nella “Jeune Europe” degli Anni Sessanta, fondata dal belga Jean-François Thiriart, in cui si professavano apertamente euronazionalismo e neofascismo, nonché nei movimenti eversivi che hanno segnato il lungo cammino del confronto delle democrazie con i piani di sovversivismo nero nel nome della lotta contro il comunismo, fa letteralmente il paio con il lefebvrismo e, in un certo qual modo, quest’ultimo diviene la sponda religiosamente politica di un’area di conservazione che pretende la rimessa in discussione di tutta la storia della Chiesa di Roma dal Concilio Vaticano II in avanti.
I lefebvriani rifiutano infatti di riconoscere le trasformazioni che sono intervenute nel frattempo e che, soprattutto con Giovanni XXIII e con Francesco si sono manifestate meglio nell’ambito di un avvicinamento tra la Curia romana e quello che viene genericamente definito il “santo popolo di Dio“. Questa lotta tra conservatori – tradizionalisti e conciliari – modernisti è un po’ alla base anche delle scelte che si sono alternate nella successione dei pontefici degli ultimi cinquant’anni. Esattamente il mezzo secolo che intercorre tra l’impostazione anti-conciliare di Marcel Lefebvre e la sagace capacità della Chiesa di farsi – si direbbe oggi – “resiliente” rispetto ai tempi sempre più moderni.
I lefebvriani, a chi rimprovera loro una mera contestazione liturgica riguardo lo svolgimento della messa tridentina, in latino e con il sacerdote che guarda l’altare e il tabernacolo, rivolgendo le spalle ai fedeli per non offendere Dio, obiettano che non si tratta esclusivamente di una differente visione del rituale: loro rappresentano la vera Chiesa romana, quella davvero cattolica, quella che non si discosta dalla tradizione. I pontefici che li hanno scomunicati (compreso Giovanni Paolo II, che di certo, al pari di un teologo come Joseph Ratzinger, non era ascrivibile e annoverabile nell’albo dei modernisti) sono nell’errore e sono quindi essi stessi a separarsi dalla Chiesa vera.
Le accuse, perciò, sono reciproche. Il pontificato di Francesco, oggettivamente, è stato quello che più si è scostato dal tradizionalismo tout court, tanto che il cardinale Ruini, poco prima di morire, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera nel febbraio del corrente anno, affermava che non poche perplessità avevano suscitato in lui le posizioni di Bergoglio di cui, però, teneva a precisare, ammirava il coraggio. Un coraggio certamente più progressista, anche se, come è ovvio, sui temi come famiglia, aborto e riconoscimento di unioni familiari altre da quella tradizionale, il pontefice argentino non ha mai mostrato particolari differenze rispetto ai suoi predecessori.
Dalle parti di Ecône, così come dalle parti di Palmar de Troya in Spagna, dove si trova quella che è una vera e propria “altra” Santa Sede, la Chiesa cattolica palmariana, che ha un suo proprio pontefice (Pietro III, al secolo l’elvetico Markus Joseph Odermatt) e che ovviamente è scomunicata da Roma, hanno visto in papa Francesco una traditore non solo della tradizione ma della Chiesa in quanto tale: i palmariani arrivano a parlare di intrecci tra massoneria e comunismo, definiscono la Curia romana come un qualcosa di satanico e di perverso. Salvo poi scoprire che il loro fondatore, Clemente Domínguez y Gómez, veggente mariano e proclamatosi papa col nome di Gregorio XVII, negli Anni Novanta fu accusato di abusi sessuali con vari preti e suore.
Un’accusa gravissima per un papa… Nel 1997 ammise di aver commesso quei peccati (e reati…) e domandò perdono alla sua comunità. Il tentativo di saldarsi con i lefebvriani andò male, nonostante una piuttosto condivisa montagna di accuse nei confronti del Vaticano come “falsa chiesa“. Parimenti a Lefebvre, feroce anticomunista e, per contro, ammiratore di Pinochet, sostenitore di Jean-Marie Le Pen, fondatore del corrispettivo francese dell’MSI italiano, il Front National, i palmariani di Pietro III sono vicini al falangismo spagnolo, al franchismo di nuovo modello: conseguenza questa di una perfetta coerenza che origina fino al tempo della morte del Caudillo. Nel 1976, infatti, i seguaci di Gregorio XVII, lo hanno dichiarato santo e protettore della Chiesa contro il comunismo durante la Guerra civile.
L’impianto condiviso tra queste confraternite o chiese scismatiche è, nel nome del conservatorismo più becero, il connubio con l’espressione più di destra possibile delle istituzioni, della politica, di una complessiva idea di società in cui il patriarcalismo è rimesso al suo vertice, in cui il maschio domina sulla femmina, il marito sulla moglie come “capo” della famiglia, mentre alla consorte è concesso di essere la portatrice di un amore del focolare, una dedizione da esprimere nei confronti dei figli senza alcuna altra distrazione. Per quanto la Chiesa di Roma esprima comunque un potere che travalica la missione evangelizzatriche si sarebbe dovuta dare, al di fuori del temporalismo, è oggettivo il fatto che le contraddizioni interne ormai sono ineludibili e che Leone XIV deve fare i conti con le differenti spinte.
Prevost è un pontefice che non disconosce il progressismo bergogliano ma non nega l’importanza della tradizione cui Joseph Ratzinger aveva dedicato gran parte del suo ministero petrino. Si situa quindi a metà strada da i suoi due predecessori ed ha raccolto una eredità da entrambi che lo pone, viste anche le questioni internazionali, in un centro cattolico spostato un po’ a destra se dobbiamo tracciare una geopolitica della curia romana e, più in generale, della Chiesa e delle altre Chiese che le si contrappongono. Rimane curioso il fatto – anche se è spiegabile – che, trentotto anni dopo il primo scisma, i lefebvriani ripropongano pressoché lo stesso schema nella frattura con Roma: l’ordinazione di altri vescovi senza l’approvazione del pontefice; il che prevede la scomunica “latae sentetiae” (ossia “di sentenza emessa“).
C’è da parte loro una necessità di perpetuazione dell’organizzazione, del non far venire meno quelli che sono i vertici della Fraternità San Pio X. Dei quattro vescovi ordinati da Lefebvre ne sono rimasti in vita due. Si impone, quindi, un adeguamento numerico che sarà certamente anche il tentativo di espandere, sull’onda proprio del revanchismo di estrema destra che percorre l’Europa e che attraversa il mondo, una visione clericale che esclude qualunque rapporto con le istituzioni laiche o che lo contempla solamente nell’accezione di una nuova subordinazione neoguelfa tra Stato e Chiesa. Per cui l’esclusivismo viene proposto come contraltare necessario rispetto all’ecumenicità e alla condivisione, allo scambio interconfessionale.
Lefebvre e i suoi seguaci erano e rimangono degli acerrimi avversari delle altre religioni rivelate monoteiste. Nonostante si tratti sempre e soltanto dello stesso “dio“, loro e loro soltanto sono la Sede Apostolica e non ammettono un confronto con le altre fedi, con le altre interpretazioni del messaggio cristiano mediato da Paolo di Tarso e divenuto culto dell’Impero romano prima e potere anche politico e totalizzazione morale poi. In questo contesto di rigurgiti neonazionalisti, che apertamente sfidano anche l’internazionalismo socialista, comunista e libertario, ma prima ancora il liberalismo che è considerato satanica traduzione del relativismo (che per Ratzinger era un avversario senza se e senza ma…), persino Leone XIV fa la figura del moderato.
Intorno al “Coetus Internationalis Patrum” (“Gruppo internazionale dei Padri conciliari“), il nucleo dei contestatori delle riforme messe in pratica dal Vaticano II, si raduna ancora di più oggi una visione ultraconservatrice di una Chiesa cattolica che non ammette nessun dialogo con chi è differente da lei e che, infatti, respinge qualunque ipotesi di accoglienza dei migranti dalle regioni più devastate da guerre e carestie, perché portatori del Corano e della misbaḥah (l’equivalente del coroncina del rosario cattolico): si paventa esplicitamente una “sostituzione religiosa“, della fede quindi, che altro non dimostra, per le peggiori forze politiche neofasciste, l’urgenza della prevenzione della “sostituzione etnica“. Questo insieme di fobie, di paure elevate all’ennesima potenza, esponenzializzate senza alcun limite, è un groviglio di pregiudizi perniciosissimi.
Il legame tra laicità delle istituzioni e della vita civile e sociale e l’insieme dei rapporti democratici è l’avversario di questi lucidi paranoici della fede, di questi estremisti di credenze che erano, sono e rimarranno tra gli altri i più fervidi collaboratori e sostenitori dei regimi che negano le libertà tanto individuali quanto collettive; ma soprattutto che negano i diritti sociali e civili che sono alla base dell’uguaglianza che Gesù di Nazareth predicava come profeta disarmato oltre duemila anni fa e che solo l’invenzione del “Figlio di Dio” ha tradotto in un utile pretesto per fondare un potere universale dogmatico, inattaccabile e incontestabile perché metafisicamente posto al di sopra dell’umanità.
Ma qui il punto – si scriveva all’inizio – non è di fede per quel che ci riguarda. La critica è e deve rimanere politica, sociale, civile e morale. Tutte questioni dirimenti per una vita il più libera possibile nell’apprezzare le differenze, le minoranze, le particolarità e le interpretazioni tanto dei pensieri laici quanto di quelli religiosi. Un qualcosa che Lefebvre, Borghezio, Odermatt e chi per loro non potrà mai nemmeno concepire. Da questa inconcepibilità siamo chiamati a difenderci e a difendere le conquiste ottenute dalle rivoluzioni degli ultimi trecento anni. Dall’Illuminismo in poi. Un viaggio a ritroso nel tempo che lefebvriani, palmariani e anche molti nella curia cattolica vorrebbero ripercorrere…
MARCO SFERINI
2 luglio 2026
foto: elaborazione propria




















