Marco Sferini
La partita imperialista di Trump e della destra al vertice NATO
Aleggia sul vertice NATO che si apre in queste ore un maleodorante e mefitico dilemma per Giorgia Meloni? Incontrare o non incontrare Donald Trump per provare a chiarire ancora una volta i rapporti tra governo italiano e presidenza statunitense? Ma, soprattutto, domanda delle domande è: perché l’inquilino della Casa Bianca sferza così tanto la vecchia, cara amica, sostenitrice MAGA e quasi portavoce del trumpismo in Italia? E se il presidentissimo avesse deciso di puntare su qualcun altro? Tipo, giusto per fare una ipotesi…, su Roberto Vannacci? Tutto può essere, anche perché, da che imperialismo è imperialismo, la potente Repubblica stellata ha sempre avvicinato a sé i destabilizzatori di turno.
Sì, la Democrazia Cristiana piaceva dalle parti di Washington, ma le sovvenzioni ai neofascisti di turno sono un fatto ormai documentato e appartenente alla storia di una eversione nera che aveva sia sponde in Parlamento sia amici nelle trame segrete e occulte dei Servizi di allora. La prima repubblica è ormai alle spalle, ma i vecchi vizi (e interessi) sono duri a morire. L’impostazione che la Casa Bianca darà al vertice della NATO è sufficientemente evidente: Trump ha preparato il tutto facendo chiaramente riferimento alla questione ucraina e puntando, dopo la telefonata con Vladimir Putin, sul lato del fronte che guarda Mosca piuttosto che su quello che riguarda Kiev.
La contesa italiana del potere esecutivo, della permanenza quindi a Palazzo Chigi, è diventata uno spauracchio insuperabile per una Lega che si contende ormai la sopravvivenza con Futuro Nazionale di Vannacci: non solo in termini di consenso elettorale ma proprio di contestualità all’interno di un ambito di destra in cui Salvini sembra aver perso completamente il mordente. Al peggioramento del livello del primitivismo politico non c’è davvero mai fine: se il leader della Lega ex padana e portata al livello patriotticamente nazionale ci sembrava – perché era ed è – costantemente dedito alla più trucida delle rozzezze politiche, Vannacci lo supera senza ombra di dubbio.
Questo piace ad una gran parte dell’elettorato leghista che, infatti, sta facendo armi e bagagli per passare al nuovo movimento del generale e ingrossarne le fila. Alcuni sondaggi lo danno in crescita anche rispetto a quel 5,4% cui era accreditato in queste ultime settimane. Se Meloni e Salvini si sono posti il problema di come regolarsi in vista della campagna elettorale vera e propria, quindi quella già ampiamente cominciata, è anche probabile che lo stesso Trump o chi per lui abbia osservato i sommovimenti interni alla destra italiana e abbia deciso di puntare sempre in quel torbidume ma non più nella stessa zona stagnante. Al vertice NATO, dove terrà banco il tema del riarmo sempre e comunque (Rutte lo ha confermato più e più volte), la destra italiana va con tutti questi problemi sul groppone.
Voci tutt’altro che di corridoio sostengono che il presidentissimo americano darà – del resto come fa sempre – le pagelle agli alleati (o presunti tali…) di affidabilità in base alla loro spesa militare che, per quanto riguarda gli armamenti, vuol dire ingresso di milioni e milioni di dollari sonanti nelle casse delle industrie belliche a stelle e strisce. Ma la parola d’ordine di Rutte però, nonostante la dipendenza europea dalla potenza americana, vista anche la pressoché totale assenza di una vera e propria politica estera unitaria dell’Unione, è anche quella di fare in modo che il Vecchio continente possa contare su sé stesso per la propria “difesa“.
Termine che fa sorridere alquanto, visto che la NATO è oggettivamente un patto offensivo che non difende, bensì, spingendosi ai confini della Russia, ne ha provocato una reazione uguale e contraria: la teoria dei due imperialismi che si fronteggiano sulla pelle del popolo ucraino è qualcosa di più di una semplice ipotesi. È un dato di fatto, una evidenza manifesta. Se da un lato i russi sono praticamente fermi sulla linea del fronte, dall’altra l’Alleanza atlantica non fa altro se non sostenere il riarmo per equilibrare il contrasto tra i due blocchi e fare in modo così di stabilizzare una situazione che, altrimenti, finirebbe con la vittoria russa e l’umiliazione occidentale.
Ma davvero ci troviamo davanti ad un bivio, ad una scelta che è una non scelta, al ricatto dettato dal principio del più forte per cui l’aut auto è continuare a combattere armandosi sempre di più oppure arrendersi al fatto che una guerra di aggressione ne scatena altre e per forza si termina con la prevalenza di chi ha scatenato quella guerra? Lo scenario, così dato, mostrerebbe una sorta di sillogismo storico per cui chi pianta il pugnale nella schiena della malcapitata nazione, alla fine l’ha vinta e, quindi, ha anche ragione da vendere. Se per gli ucraini è, oggettivamente, una questione di libertà, che non gli sarebbe garantita ad Occidente se non seguendo le posture neoliberiste e neoatlantiste, per noi è una questione di continuità della guerra.
Più il conflitto prosegue nella sua pure desolante latenza, più vale la considerazione dell’economia di guerra come dell’unico stato possibile di un movimento di capitali che si sviluppano in ragione soltanto dell’alimentazione dei contrasti interstatali, nelle macroregioni che, messe insieme, compongono quella Terza guerra mondiale paventata da papa Francesco a suo tempo e definita “a pezzi“. Se si guarda alle élite di ogni Stato che ha in mano quel tanto di potere per disporre la fine della guerra, ci si renderà conto che i contrasti sono la cifra costante di qualcosa di tutt’altro rispetto a poteri monolitici: Zelens’kyj non fa ormai più mistero del fatto che la compagine di governo e anche quella militare abbiano forti divisioni interne sul se e come proseguire nel conflitto.
Putin e la sua corte al Cremlino sono più o meno nello stesso solco: le perdite sono importanti, l’economia inizia a segnare il passo; mancano, dopo recenti attacchi a raffinerie russe, anche le materie prime come il petrolio. Tuttavia Mosca, che uscirà dalla guerra certamente molto provata, non sembra sulla soglia di un cambio di regime e con questa impostazione oggettiva di un potere non disarcionato – al pari del fallimento trumpiano con l’Iran e di quello Israeliano con un Hamas che è, almeno apparentemente inspiegabilmente, ancora non battuto mentre il genocidio del popolo palestinese è in atto – dovranno fare i conti tanto l’Europa quanto la NATO. La presenza statunitense nel nostro continente è finalizzata esclusivamente al proprio interesse.
C’è chi ritiene che siamo alle soglie di un abbandono dell’Alleanza atlantica da parte di Washington. Siamo ormai abituati a non dare più nulla per scontato con Donald Trump. Ma, stante le problematiche attuali, quindi la mancata chiusura della partita con l’Iran, con il resto del Medio Oriente e la questione di Gaza altro che aperta…, apertissima, è difficile credere qui ed ora che il magnate-presidente si sfili dalla NATO aprendo un altro fronte interno (ed estero ovviamente) per cui sarebbe certamente attaccato da filoatlantisti di prima maniera come i suoi storici avversari democratici. Scriveva Tolstoj che quando ci si trova in disgrazia, questa proviene da tante di quelle cause che, però, sono percepite come un qualcosa di unico e di incontrastabile.
L’appuntamento del vertice NATO dovrebbe provare a fare sintesi in un mondo in cui si attorcigliano su sé stesse tante di quelle problematiche che rischiano non tanto di inficiare il processo di pace, cui peraltro questi potenti signori (e signore) della guerra non tengono in considerazione nell’immediato degli interessi che difendono, semmai di attenuare gli effetti del riarmo a tutto spiano che hanno sino ad oggi prodotto, aumentato esponenzialmente e che continuano a caldeggiare a tutto discapito delle spese sociali, dell’inquinamento climatico, della destabilizzazione complessiva del pianeta in una crisi ambientale che diventa irrimediabile. Date tutte queste premesse, è logico domandarsi se sarà sufficiente per Giorgia Meloni sbandierare il 2,8% del PIL italiano come record assoluto di spesa militare per rientrare nelle grazie di Trump.
Non è da escludere che la crisi oggettiva del governo Meloni, che pure mantiene salde posizioni percentuali come coalizione nei sondaggi di tutti gli istituti di rilevamento delle opinioni, abbia indotto a riflettere anche l’amministrazione americana, ripensando al diretto collegamento con Palazzo Chigi, smarcandosene anche per non apparire sulla stessa linea declinante verso un istituzionalismo che è tipico dell’opera di governo e che, soprattutto se si dura a lungo (per disgrazia dell’Italia e degli italiani in questo caso), in un certo qual modo inevitabilmente logora. Il recupero della foga comiziale può servire per rigalvanizzare gli animi infiacchiti di una parte di popolazione rudemente attaccata alla violenza come metodo sbrigativamente risolutivo dei problemi tanto sociali quanto civili (e umani…).
Lo registrano molti commentatori statunitensi riguardo Donald Trump. La vera minaccia che lo riguarda è la morte per sfinimento. Alla potenza muscolare del linguaggio presidenziale, ai toni eccessivamente ottimistici, ai superlativi assoluti si contrappone lo stato di un Grande paese che non è affatto così grande come sembra e viene descritto. Tutte quelle minacce dirette che Trump impone al popolo americano come diretta motivazione del continuo enorme sforzo richiesto alla nazione (in termini economici, militari e sociali) non sono in pratica reali. L’Iran non avrebbe mai mosso guerra gli Stati Uniti, non avrebbe mai attaccato le sue basi nell’area del Golfo Persico, così come non avrebbe mosso un dito contro gli alleati delle petromonarchie se non fossero stati per primi Netanyahu e Trump a muovere guerra a Teheran.
In questa complessa determinazione di contingenze e di eterogenesi dei fini si inseriscono anche caratteri di natura prettamente ideologica: la destra MAGA osserva quella europea e quella italiana e si pone certamente delle domande sulla stabilità di poteri che devono sottostare ai princìpi del liberalismo che, essenzialmente, sono princìpi democratici. Questo è, perché almeno così sembra, il vero nemico di Trump: il dover sottostare a delle regole che ne possono limitare il potere praticamente assoluto. Anche riguardo i rapporti interni all’Alleanza atlantica, il presidentissimo si è espresso spesso e volentieri con toni aggressivi, oggettivamente ricattatori. Rimane poi, tutt’altro che a margine del vertice, la questione orientale, in due parole: la Cina.
Per quanto le relazioni siano di pax armata, rimane imperativa la convinzione di Trump sul fatto che Pechino vuole “fregare” Washington. Tradotto: la contesa mondiale rimane aperta e Xi Jinping e i suoi non sembrano affatto intenzionati a ridimensionare l’espansionismo dell’impero del drago per far posto ad un multilateralismo e multipolarismo equilibrato. Nemmeno Trump lo è, quindi, in realtà, l’equilibrio precario è dato da una equipollenza che però è difficile poter dire quanto rimarrà tale. La NATO che vuole il presidente statunitense è sempre meno finanziata dagli Stati Uniti; sempre però sotto l’egida di Washington e al servizio delle avventure imperialiste e neocoloniali che intenderà portare avanti.
Il baro gioca la sua partita e non vuole perdere. Per niente al mondo. Fosse anche la fine del mondo…
MARCO SFERINI
7 luglio 2026
foto: elaborazione propria




















