La morale di Draghi: col mercato, costi quel che costi

Ho letto tra le righe del discorso di Mario Draghi a Rimini, al “Meeting per l’amicizia tra i popoli” di Comunione e Liberazione, e tra i tanti messaggi lanciati...
Mario Draghi

Ho letto tra le righe del discorso di Mario Draghi a Rimini, al “Meeting per l’amicizia tra i popoli” di Comunione e Liberazione, e tra i tanti messaggi lanciati dall’ex governatore della Banca Centrale Europea, mi sembra che si faccia largo un riferimento pluriconcettuale sui giovani. Più volte, infatti, il richiamo alle generazioni del presente, proiettate in un futuro tutt’altro che roseo, è il sottofondo di un ragionamento articolato che mira a disegnare uno scenario di stabilità economica legato alla solvibilità del “debito buono“, quello che viene accumulato in questo anno di pandemia e che si rovescierà tutto sulle spalle delle prossime generazioni di forza-lavoro.

Nell’incipit del suo intervento, Draghi ha detto: “I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione“.

Il timore di base è la “qualificazione” della forza-lavoro, la mancanza oggi e domani di intelligenze e manovalanze che possano far andare avanti una economia che non viene minimanente ripensata tra pubblico e privato, che non prova ad affacciarsi al dettame dell’articolo 4 della Costituzione repubblicana: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società“.

Questo articolo è sempre stato oggetto di ampie discussioni e dibattiti con al centro la domanda: come mai non si riesce ad applicarlo? La risposta è abbastanza, realisticamente semplice: quanto i Padri Costituenti hanno auspicato per la società italiana è incompatibile con il sisterma capitalistico. Quell’articolo, per essere davvero messo in pratica, necessiterebbe di una rivoluzione, di uno stravolgimento dei rapporti di proprietà: della fine della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Come legge fondamentale, tanto morale quanto civile e politica, è l’unico punto di partenza per qualunque ricostruzione economica del Paese. Ma è ovvio che Draghi non vi possa fare esplicito riferimento: il suo discorso è di tutt’altro tenore e mira a sostenere che hanno diritto di avere un futuro tutti coloro che si renderanno compatibili con la “pragmaticità” delle necessità del libero mercato in tempi di pandemia e di crisi economica globale.

Da un lato Draghi fa una premessa che pretende, molto gentilmente e altrettanto molto infingardamente, essere rassicurante: con la convergenza di tutti i concorrenti nel costruire una società priva di incertezze economiche e sociali così devastanti come quella odierna, quindi con la collaborazione tra istituzioni, sindacati, imprenditori e lavoratori, si dovrebbe essere in grado di generare tutta una serie di compatibilità che consentano – si spinge molto in là l’ex governatore della BCE – ai giovani di oggi di vivere meglio dei loro genitori.

Dietro questa perorazione all’impegno del governo per evitare una politica di sola ricerca di sussidi a fondo perso, sta una visione europeista molto spinta, dove la storia delle difficoltà nell’elaborazione prima e nell’edificazione poi del mercato unico è l’unica storia possibile entro cui l’Italia e gli altri Paesi del Vecchio Continente possono pensare di vivere, consolidarsi e progredire tanto sul piano economico quanto su quello sociale.

Draghi sottolinea ripetutamente il richiamo alle giovani generazioni perché vede bene tutte le difficoltà emerse con la pandemia e il rischio che, oltre alla questione tecnica del debito, si aprano ferite sociali non rimarginabili soprattutto nel mondo dell’inattività, del lavoro precario, della parcellizzazione del medesimo e dello sfarinamento di tutti quei diritti che sono stati fatti venire meno proprio negli anni in cui dalla sua BCE venivano i dettami per applicare anche in Italia le rigide norme della Troika.

Non si esprime come Boccia, non ha la mano pesante di Romiti e fa intendere che l’Italia del mondo del lavoro, volente o nolente, deve adeguarsi ai cambiamenti, non riferendosi soltanto all’inaspettata modificazione dei comportamenti del mercato davanti alla fortezza del virus e al suo essere capace di paralizzare intere economie per mesi, ma individuando molto chiaramente una nuova etica capitalistica al nuovo corso degli eventi.

Cita le imprese soltanto poche volte. Per il resto il discorso è molto trasversale e tende ad essere appositamente ecumenico, per lanciare il messaggio dell’uniformità totale cui sono chiamati tutte e tutti, nel nome della “flessibilità” e del “pragmatismo“. Niente sogni, niente idee di alternativa, niente ricerca di conquiste di diritti persi o nuovi: soltanto un adeguamento per l’appunto pragmatico alle dipendenze delle oscillazioni del mercato in balia degli eventi pandemici e del riposizionamento geopolitico dei capitali nei grandi poli continentali pronti alla ripartenza. Non appena il vaccino avrà messo fine alla tempesta del coronavirus.

Ha ragione chi ha definito il discorso di Draghi un “manifesto“: non è un discorso da banchiere interstatale; non è nemmeno un discorso politico. E’ una descrizione dei rapporti di forza economici legati alle prospettive sociali del domani. Per questo bacchetta il governo: è insufficiente la gestione dell’emergenza sanitaria. Non può politicamente gestire il tutto come se fosse soltanto ciò: deve avere una “visione” più grande, spalmata nel tempo. Quasi un progetto costituente una nuova Italia tutta dentro la logica del liberismo che esclude qualunque possibilità e margine di azione anche per forze timidamente di sinistra dentro un esecutivo.

Il “debito buono” così è soltanto quello che rimpingua le casse delle imprese e che Draghi incornica, senza mai dirlo, in quella formula che a suo tempo scelse per difendere l’Euro nel 2012: «Whatever it takes» («Costi quel che costi»). Pur citando Keynes, l’insieme del suo discorso a Rimini non diviene meno liberista. Ogni intervento governativo a fondo perso, ogni sussidiarietà e sostegno sociale non legato alla contropartita del sacrificio futuro delle attuali giovani generazioni, ogni prestito senza restituzione è fuori dalle regole spietate del mercato che l’ex governatore imbelletta con frasi di maniera, ma che non pregiudicano una capacità di critica se le si sa leggere dal suo punto di vista. Dal punto di vista di un fedele servitore dell’economia capitalista.

Mettendo in campo le categorie di “bontà” e “cattiveria” del debito, Draghi inserisce nei dettami del suo discorso un elemento di considerazione etica riguardo i sostegni sociali nei varii Paesi, propriamente in Italia: ciò che viene trasformato dalla politica governativa in una forma di “distrazione” rispetto ad un disegno di riqualificazione dell’imprenditoria, è tutto e soltanto “debito cattivo“, perché – a suo dire – investito in aiuti sociali che non danno una prospettiva di lungo termine.

Tradotto: se crei per il padronato una politica di protezione dei fondi europei, direttamente ed esclusivamente destinati all’imprenditoria italiana, allora e solo allora avrai fatto la scelta giusta. Le conseguenti scelte delle singole realtà produttive si riverseranno, come sempre, sull’insieme della società e a pagarne il costo saranno comunque le giovani generazioni. Anche se avranno evitato la formazionel del “debito cattivo“: quindi se avranno ricusato politiche sociali volte a sostenere oggi la decompressione dei diritti dei precari e dei lavoratori.

Il nostro Paese, nonostante l’aulicità di un discorso che mira a disegnare i confini entro cui deve muoversi la politica italiana, è ad oggi l’ultimo in Europa per occupazione giovanile: siamo stati superati anche dalla Bulgaria e della Grecia che versavano in condizioni economiche peggiori fino a poco tempo fa. Di contro, siamo primi, sempre nel contesto continentale, come generazione “NEET” (“Neither in Employment nor in Education or Training“), anglicismo per definire tutte quelle ragazze e tutti quei ragazzi che abbandonano gli studi e si rassegnano a non cercare nemmeno il lavoro.

Sarebbe facile definirli “scansafatiche“, “bamboccioni” e via discorrendo. In realtà sono decine di migliaia di giovani che non riescono a definire la propria vita dentro un sistema che impedisce loro di realizzare tanto la dimensione scolastica, l’amore per la conoscenza e il suo sviluppo nella ricerca di una occupazione che valorizzi il tutto.

E’ una contraddizione tipica del moderno capitalismo liberista: fa appello con Draghi a Rimini alla buona volontà dei giovani, che si dovrebbero sacrificare a favore del libero mercato, delle imprese e del rischio di impresa stesso, mentre fino ad oggi nulla è stato fatto affinché vi fosse, quanto meno, un bilanciamento sociale in merito. Uno su tutti: la possibilità di costruirsi una vita indipendente, pur nell’ambito di uno sviluppo imprenditoriale che ha giovato di qualunque sussidio di Stato.

Quando si tratta di attingere a fondi pubblici, soprattutto se a fondo perso, come reclamato da Confindustria fino a poche settimane fa, allora nessuno parla di “debito buono” o di “debito cattivo“, ma soltanto di “motore per la ripartenza“. Ma di chi? Forse la favola del buon capitalismo che supera le sue crisi epocali grazie alle virtù intellettive e alla forza lavoro dei giovani, sottratte alla lora vera vocazione e regalate allo sfruttamento padronale, saprà darci una risposta in merito. Ma non temete: sarà sempre la risposta giusta per i benpensati e i teorici del libero mercato (soprattutto quello unico europeo) e sarà sempre la risposta sbagliata per tutti noi, per i milioni del cui lavoro vivono lor signori.

«Whatever it takes» i giovani devono sapere che i costi dei futuri disastri del capitalismo italiano (e non solo) li pagheranno: che lo vogliano o no. A meno di non mettere in discussione la morale draghiana: costi quel che costi.

MARCO SFERINI

19 agosto 2020

foto: screenshot

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