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La mente nazi. 12 moniti dalla storia

Nell'”Amleto” di William Shakespeare, atto secondo scena terza, Polonio, riguardo la apparente follia del principe, afferma che «in questa follia c’è del metodo». Ed è questa, in fondo, una domanda piuttosto ricorrente nella Storia di un’umanità in cui le stravaganze del potere si sono spesso, e purtroppo molto volentieri, accompagnate a grandi tragedie, a guerre, a veri e propri omicidi di massa altrimenti detti “stermini“, “genocidi“, “olocausti“. Non è così balzano domandarsi se il tiranno ci è o ci fa, perché la linea di demarcazione tra megalomania del potere e lucida interpretazione di un atteggiamento che pare tutto tranne che normale per una donna o un uomo di Stato, è una linea davvero sottilissima, quasi impercettibile ad occhio nudo.

Quindi, nell’analisi storiografica dei fenomeni più truculenti tanto del passato molto addietro rispetto all’oggi fino ai più prossimi effetti che si sono rivelati in tutta la loro enormità nel Novecento, bisognerebbe tenere conto della “psicologia” dei personaggi che sono stati i protagonisti di catastrofi immani. Per quanto riguarda la Prima guerra mondiale è più semplice individuare delle cause molto pragmatiche, concretamente ascrivibili a rapporti di potere tra potenze imperialiste che cercavano un loro proprio equilibrio in seno alle trasformazioni del tutto evidenti nella modernità che andava dalla ridefinizione dei confini nazionali all’espansione coloniale in Africa e in altre parti di un mondo in cui l’Europa era divenuta nota come conquistatrice assoluta.

Per quanto concerne, invece, la Seconda guerra mondiale, il tema delle cause è ancora oggi molto dibattuto: questo perché il nascere dei regimi fascista e nazista ha un’evidentissimo legame con le personalità che li hanno prima pensati su loro stessi, li hanno quindi fatti nascere e li hanno modellati assolutamente sulla loro volontà senza alcuna possibilità di deviare da essa. Mussolini porta a compimento la simbiosi tra Partito Nazionale Fascista e vecchio caduco Stato liberale italiano dopo la metà di quegli Anni Venti in cui si è realizzata indubbiamente una delle rivoluzioni più conservatrici mai conosciute nella Storia. Il legame tra si viene a creare è utile per imbrigliare il partito nelle istituzioni e, quindi, dare una stretta interna alla politica delle fazioni; ed è altresì utile al consolidamento del regime politico.

In Germania, Hitler non fa alcun mistero, presso la corte che si sta costruendo sulle ceneri del vecchio Partito Tedesco dei Lavoratori (DAP), di avere come fonte ispiratrice il Duce del fascismo e di essere certo che la traballante Repubblica di Weimar avesse avuto tra le sue schiere politiche un uomo come Mussolini in quel primo dopoguerra, il liberalismo democratico non avrebbe avuto quella pur mediocre fortuna di divenire l’asse portante di uno Stato indebitato fino al collo e pieno di problemi a causa del Trattato di Versailles. Hitler non lo sa ancora in quei primi Anni Venti, ma sta parlando di sé stesso. Ciò che emerge con grande nettezza è la comunanza delle crisi sovrastrutturali degli Stati liberali che non riescono a consolidare la democrazia (pure ancora molto viziata da tante diseguaglianze).

Tanto in Italia quanto in Germania le rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori sono represse nel sangue e la borghesia guarda con terrore alla possibilità che accada qualcosa “come in Russia“. L’ascesa dei regimi totalitari poggia quindi su elementi che non solo soltanto frutto di un meccanicismo politico, a sua volta condizionato dalla dettatura e dittatura dei mercati che si fanno sempre più globali. C’è un elemento psicologico che conta e che non può non essere preso in considerazione con tutto il dovuto rispetto che merita. Lo fa molto bene lo storico Laurence Rees in un libro che è una sorta di inchiesta su quelli che lui definisce i “moniti della storia“, consegnatici quindi da eventi che hanno lasciato una gravosa scia di sangue durante un’epoca moderna che si considerava al riparo da grandi tragedie universali.

Un po’ come accade anche oggi. Così, “La mente nazi” (edito da Bompiani, 2025), il saggio di Rees è una serie di domande che in parte rimangono aperte ma su cui viene spontaneo interrogarsi di continuo per non scordare anzitutto quello che è avvenuto e che sta tutto nelle potenzialità disumane dell’umano; ma anche e soprattutto per cercare di comprendere le leve da cui è partita la spinta per il successo di movimenti, partiti, forze sociali e intellettuali che hanno sostenuto un cambiamento radicale non fondato sulla condivisione di valori derivanti dall’Illuminismo, quindi propri dell’egualitarismo, della comunanza, del comunitarismo tanto delle gioie quanto dei dolori, bensì sulla diversificazione tra persone dello stesso paese nel nome della provenienza genitoriale, della casta, dell’etnia, del pensiero filosofico o religioso.

Rees lo precisa con grande nettezza, quasi volesse farne un postulato: «Mi concentro sui moniti perché non credo che la storia offra insegnamenti universali e assoluti». Qui sta la sua intuizione originale: recepire le lezioni di quello che è accaduto in modo asciutto, senza offrire al lettore delle posizioni politiche da prendere in merito, ma fermandosi sul limitare di una eticità dei comportamenti umani che, seguendo proprio il filone dell’evoluzione della civiltà, va declinata attraverso le categorie ancestrali del bene e del male, così come su tutti gli sviluppi che ne sono seguiti nei secoli dei secoli. L’impianto del saggio di Rees si concentra sulla terribile domanda rivolta alla coscienza di ognuno di noi e, più in generale, a quel conscio collettivo che dobbiamo comunque in qualche maniera fingere di avere e che, purtroppo, spesso risponde ad un inconscio altrettanto tale, del tutto indecifrabili con i soli metri della razionalità diurna.

Se nelle caratteristiche dell’umanità abitano tanto il massimo del bene quanto il massimo del male, è possibile che, pur non prescindendo dai fatti e della loro genesi, si possano ripresentare i grandi drammi del Novecento e, nello specifico, quello messo in essere dai dodici brevi e intensissimi anni della dittatura nazista e fascista? Sociologi e storici, un po’ unitamente, hanno condiviso il ragionamento riguardante la perdita progressiva della libertà: non la sua scomparsa a ciel sereno, come una folgore che all’improvviso piomba sul benevolo andamento delle democrazie occidentali. Siamo e rimaniamo esseri abitudinari e, purtroppo, ci abituiamo anche alle erosioni di spazi di condivisione, di partecipazione nel nome di un adattamento alle circostanze.

Pezzo dopo pezzo, passaggio dopo passaggio, la libertà viene decostruita e ci si ritrova a vivere in oligarchie, autarchie e regimi autoritari quasi senza accorgersene. Questo vale certamente per una gran parte della popolazione che subisce le questioni concernenti la politica, che la sente molto lontana da sé e che, quindi, si affida al primo populista di turno che ha intuito che le condizioni sono vicine ad essere favorevoli ad una svolta che premi l’accentramento dei poteri nella mani del governo, di un capo che lo dirige, di una donna o di un uomo che possano ancora una volta divenire l’emblema della salvezza nazionale mentre tutto intorno si mostrano tutte le lacune delle democrazie, i loro inciampi, le loro inadempienze e, quindi, una inadeguatezza che è il marchio di una irrimediabile disperazione popolare.

Rees, proprio come fece a suo tempo Hannah Arendt, cerca di capire la mentalità nazista non certo per giustificarla, ma per non farne quella mostruosità altra da noi stessi che, per porre una distanza tra il male e il bene, per mettere una intercapedine tra loro i cattivi e noi i buoni, rischia di divenire un alibi ottundente le vere ragioni delle torsioni autoritarie appoggiate dalle masse. Ciò che sono stati i nazionalsocialisti, inebriati dalla loquacità di Hitler e sostenuti dalla grande industria tedesca, da una economia che voleva credere nel potenziale salvifico di un uomo venuto a proteggerli dalla minaccia del bolscevismo e delle repubbliche dei consigli, possiamo esserlo anche noi oggi. In forme, modi, espressioni e simboli molto diversi. Ma, alla fine, gli effetti rischiano di essere molto simili a ciò che si è vissuto tra la prima e la seconda metà del “secolo breve“.

Uno dei punti più scottanti dell’oggi, che riguarda forze politiche che sono al governo di democrazie considerate dei baluardi per la solidità di una Europa che si è unita nel nome del mercato e sulla base di un principio di esclusione di nuove prevalenze autoritarie di uno Stato su altri, su nuove tentazioni imperialiste, sta nel fatto che formazioni postfasciste, proprio perché tali, guardano ancora ai modelli totalitari come esempi da reinventare o imitare: il motto missino “non rinnegare, non restaurare” è il massimo di una voluta finta ambiguità. I neofascisti del dopoguerra italiano sapevano benissimo che era impossibile riportare l’Italia al fascismo dei primordi come a quello ultimo che riprendeva il programma sansepolcrale immettendolo nel truce grigioscuro dell’orrore repubblichino, nell’occupazione nazista dell’Italia del centro e del nord.

Così hanno fondato la loro esperienza politica su quella capacità di adattamento ai tempi che, oggi, definiremmo “resilienza“. Si sono mostrati credibili alleati dell’atlantismo e della grande Repubblica stellata d’oltreoceano per sovvertire l’ordine democratico, per creare le condizioni dell’instabilità istituzionale con tentativi di colpi di Stato, con trame segrete note all’agenda di una politica che, in parte, condivideva il timore di un governo del Partito Comunista Italiano e delle sinistre in generale nell’Italia del secondo dopoguerra. La risposta, dunque, alle domande di Rees è: sì. Quegli orrori possono rimanifestarsi ma seguendo altre strade, facendosi intendere oggi come percorsi di tutela delle nazionalità nel rispetto di princìpi democratici che, in realtà, disprezzano nel loro profondo nero animo.

Saggi come quello di Rees ci aiutano ad alimentare più di un interrogativo per non dare mai nulla per scontato. Soprattutto quello che ci pare più consolidato: dalla forma repubblicana di uno Stato alla sua democrazia che si avvicina al traguardo del secolo e che, visti gli accadimenti tanto europei quanto globali di questi ultimi anni, rischia di non festeggiare non tanto il suo centesimo, ma neppure il suo novantesimo compleanno.

LA MENTE NAZI
12 MONITI DALLA STORIA
LAURENCE REES
BOMPIANI, 2025
€ 22,00

MARCO SFERINI

18 febbraio 2026

foto: particolare della copertina del libro


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