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Marco Sferini

La memoria è importante, ma da sola non basta

Di quale memoria precisamente stiamo parlando quando ricorriamo a questo termine per indicare il ricordo di quanto avvenuto ottantuno anni fa, allorché i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz furono abbattuti dall’Armata Rossa? Uso e abuso dei termini sono due atteggiamenti molto differenti tra loro e, spesso, anche contrastanti: l’utilizzo è un ragionato connubio tra metodo e merito che si esprime anche nell’attualizzazione del concetto usato. L’abuso, invece, scade sovente nella ridondante celebrazione della celebrazione stessa e, quindi, rischia di diventare assuefazione ad un’abitudine che perde tutte le tinte del colore che contraddistinguono, come in questo caso, un importante ricorso alla memoria.

Ricordare storicamente non può voler solamente dire fare riferimento a fatti che si sono svolti molti decenni fa e che vengono tenuti a mente così, semplicemente. Ricordare è la premessa necessaria per nutrirsi costantemente di anticorpi capaci di evitare che ciò che è avvenuto nei vent’anni di dittatura fascista, nei tanti fascismi sparsi per il mondo allora e nei dodici anni di terrore nazista che portarono alla più orrorifica e omicidiaria guerra della Storia dell’umanità. Ma come si fa ad evitare che, nonostante gli anticorpi, quella che noi ci ostiniamo a chiamare “modernità” non sprofondi invece in una pericolosa regressione dai tratti bassamente conservatori e, quindi, impunemente regressivi sotto tanti, troppi aspetti della vita quotidiana?

Le celebrazioni avrebbero un carattere sinceramente rituale (per niente banale in questo frangente) se noi vivessimo in una società priva di qualunque tentazione autoritaria da parte di chi politicamente aspira a mantenere il potere oltre i perimetri costituzionalmente dati e, per farlo, è disposto a compromessi di qualunque tipo con i poteri economici che hanno come principale scopo il mantenersi tali a scapito dei miliardi di persone che producono ricchezza per pochi e subiscono la miseria quotidiana di un vivere mediocre, indecente, di una sopravvivenza imposta dalle guerre, dai riarmi, dall’assenza di investimenti nel sociale. Ma il mondo, oggi, è ben lontano dall’aver imparato la lezione di Auschwitz, della crimonogenia nazifascista, dell’instaurazione dei regimi autoritari proprio attraverso le vie democratiche.

Una delle sottovalutazioni peggiori è stata quella di dare per scontato che il quadro dell’ordine mondiale uscito dalla fine della Seconda guerra mondiale, quel bipolarismo tra est ed ovest, tra USA e URSS e, in seguito, tra i primi e la Russia post-sovietica, fosse un qualcosa di incontrovertibile o, quanto meno, di leggermente e tenuemente modificabile anche in un nuovo contesto multipolare. Invece, nel giro di pochissimo tempo, ci siamo ben resi conto (o almeno così dovrebbe essere) che il sistema capitalistico, nella sua più feconda e tragicamente energica torsione iperliberista, ha disposto un nuovo adattamento globale, imponendosi così attraverso la riscoperta di conduzioni autocratiche e oligarchiche soprattutto là dove le crisi potevano giungere prima che altrove, dove le sofferenze sociali potevano dare seguito a nuovi sommovimenti di massa.

Il terremoto economico e finanziario del 2008-2009 è stato il punto di avvio di una rimodulazione interna dell’economia statunitense che, a sua volta, si è riversata, nemmeno a dirlo, sull’Europa e ha lambito tutti gli altri paesi che stavano emergendo nel nuovo contesto multipolare e multilaterale. Creato il contesto generale, dati i rapporti di forza mutati e la vittoria del capitale sul mondo del lavoro, per lo meno ancora fino ad oggi e nei prossimi vicinissimi anni, i capovolgimenti nazionali sono venuti a cascata: non è stato sufficiente fare ricorso alla Giornata della Memoria per scongiurare la prepotente riemersione delle peggiori destre simpatizzanti con le vecchie ombre del nazismo e del fascismo in Europa o in America.

La pandemia da Covid19 ha dato una accelerata alla crisi su scala praticamente planetaria e ha giovato, molto cinicamente, ad alcuni grandi Stati mentre è stata di nocumento per altri. Ma, nel complesso, il mondo che ne è venuto fuori si è accorto che nulla sarebbe stato più come prima e che, per riequilibrare le sorti di ciascuno era necessario (ovviamente dal punto di vista del capitale) rimettere in discussione quelle di tutte e tutti. Così le tensioni imperialiste, frutto dell’abbandono delle politiche del disarmo nucleare e della riduzione degli armamenti in generale, si sono acuite, anche grazie ai decenni in cui gli Stati Uniti, presi dalla pulsione unipolarista cui pensavano di poter fare esclusivo riferimento nel contesto della politica internazionale, avevano dichiarato guerra al terrorismo per espandersi in Medio Oriente.

Per controllare nuove regioni vaste e passare dall’Occidente all’Oriente nello stabilire nuovi cortili di casa: dalla NATO come presenza fissa nel Vecchio Continente, ai contingenti di stanza in Afghanistan, in Iraq, in Siria, senza alcuna soluzione di continuità con gli Stati arabi amici della grande Repubblica stellata e con tutta una serie di regimi dittatoriali africani. Rimanevano alcuni problemi per lo più locali: Taiwan e la Corea da un lato; Cuba, il Venezuela e gli Stati socialisteggianti dell’America Latina. La modernità cui si faceva cenno poco sopra è venuta progressivamente meno come espressione di un binomio che, almeno fino a qualche decennio fa, ancora faceva riferimento all’unione tra progresso e democrazia. Laddove il primo, nel peggiore dei casi, significava comunque che la classe imprenditoriale e gli affaristi dovevano un qualcosa al mondo del lavoro.

Oggi, invece, questo presupposto pare venuto meno. La crisi globale, soprattutto dettata dai tempi degli sconvolgimenti naturali, ha imposto al capitalismo neoliberista di aggiornarsi in merito per evitare il tracollo definitivo e, quindi, il redde rationem per i popoli ha preso i contorni di nuove strette autoritarie per imporre politiche restrittive fondate sulle demagogie peggiori e sui più triti e ritriti ricorsi a narrazioni populiste sulle invasioni straniere, sul pericolo delle migrazioni, sull’impossibilità delle singole nazioni di reggere il peso dei poveri del resto del mondo. Ed allora, per quanto la memoria sia importante da custodire, tramandare, insegnando tutto ciò che vi è di positivo nel rimandare a mente le atrocità commesse proprio nel nome delle espansioni imperialiste dei singoli Stati, pare evidente che la lezione deve ancora essere imparata.

Purtroppo la virtù rappresentata dalla memoria è per lo più etica e il neoliberismo è antietico per antonomasia, per eccellenza, perché un sistema economico segue leggi che non sono quelle del vivere civile con cui vorremmo si potesse governare non solo la società ma anche la struttura che la sovrasta. Sono le regole del mercato a dettare i tempi della politica e, quindi, l’unica possibilità per onorare la memoria da un lato e metterla in pratica dall’altro è fare in modo che cambi la costruzione del conflitto sociale; perché solamente dallo sconvolgimento dei rapporti esistenti tra le classi sociali può nascere una nuova, anche inaspettata (soprattutto per il capitale) forza di trascinamento tanto degli interessi quanto delle coscienze di chi è sfruttato e che, se non vuole anche essere una donna o un uomo privato dei diritti civili ed umani, ha il dovere di ribellarsi.

Ma la ribellione non può essere un qualcosa di fine a sé stesso. Per comprendere come mai oggi l’avanzata delle destre più retrive ed autoritarie ha un così grande successo e si impone sulle democrazie di un tempo, ed anzi anche sulla “patria” della democrazia, l’America a stelle e strisce, bisogna fare uno sforzo di memoria, certo, ma prima di tutto di analisi storica dei contesti che nel 1922 e nel 1933 diedero inizio ai totalitarismi che unirono all’interesse politico quello economico e fondarono il tutto sul nazionalismo esasperato e sul razzismo conclamato come motore di un nuovo stabilimento di un ordine mondiale che, con meticolosa precisione ragionieristica, distruggesse quello uscito dalla fine della Prima guerra mondiale: partendo dalla crisi della Società delle Nazioni.

Oggi, non parimenti, ma con molte similitudini, si assiste infatti ad una crisi verticale dell’ONU e, come ha più che opportunamente scritto un attento giornalista di inchiesta storica come Siegmund Ginzberg (di cui va apprezzato, tra gli altri, un testo sagacemente critico e analitico al tempo stesso edito da Feltrinelli, “Sindrome 1933“), queste analogie possono anche farci ritenere di condurci fuori strada ma sono necessarie perché gli elementi strutturali (proprio marxianamente parlando) permangono nell’essere le fondamenta su cui le vecchie e le nuove dittature si inseriscono, si formano, nascono, crescono e si sviluppano divenendo il migliore alleato – per qualche tempo – di un capitalismo che affronta crisi cicliche e, vista la sempre maggiore povertà naturale, maggiormente aggravate dal contesto.

La memoria è assolutamente necessaria. Ma non possiamo ritenere che esista ancora la democrazia perché possiamo celebrare il giorno che le è dedicato nel nome delle tragedie novecentesche sotto qualunque bandiera, sotto qualunque colore, sotto qualunque tiranno moderno e contemporaneo. I primi a celebrare la memoria degli orrori dei campi di concentramento e di sterminio sono gli stessi che, pur definendosi “post” si rifanno ai modelli autoritari del fascismo e del nazismo come esempi di ordine e disciplina e che, oggi, rappresentano una destra che non ha niente di liberale e che, infatti, tenta l’assalto alla Costituzione della Repubblica italiana per tante vie nemmeno poi così traverse.

Questi soggetti di una classe dirigente impropria, davvero indegna di potersi fregiare di questa titolazione, puntano, in Italia, in Europa, in America, in Israele, alla decostruzione delle democrazie e alla loro trasformazione nei fatti in regimi in cui la maggioranza è al comando di tutto e le minoranze hanno, al massimo, un pallido diritto di tribuna ma nessuno di critica e tanto meno quello di compartecipazione alla formazione della politica nazionale, così come previsto – almeno – dalla nostra Costituzione. Quando si parla di pericolo neofascista, disgraziatamente si finisce nella facile retorica replica che vuole dimostrare che oggi è impossibile che ritorni un Mussolini, che ritorni un Hitler, che ritorni un regime di quella fatta.

Ma è ovvio che in quelle forme non ritornerà più nessun fascismo, nessun nazismo. Si chiamerà, e già si fa chiamare, altrimenti in, se non mille, almeno molti altri modi: trumpismo, putinismo, teocraticismo degli ayatollah, talebanismo, nazionalismo, patriottismo, alternativa identitaria per questo o per quello, remigrazione, no-gender, orgoglio nazionale, e così via… Con tutte le distinzioni che devono essere fatte, caso per caso, paese per paese, continente per continente, c’è un fil noire che lega i presidenti (…che i re paiono persino oggi quelli più affezionati alle democrazie costituzionali imposte dalle rivoluzioni dei secoli ormai trascorsi… che paradossi!) eletti democraticamente e che agiscono con pigli autoritari e più che autoritari: si chiama controllo sociale.

Dall’Argentina di Milei all’irriconoscibile America di Trump, l’asse portante delle politiche predatorie nei confronti dei poveri e degli sfruttati è la premessa per il consolidamento di una economia altrettanto predatoria sul resto del mondo globalmente parlando e nei limitrofi dintorni dei singoli Stati per rimanere in chiave continentale. Dove maggiore è la crisi strutturale del capitale, lì la politica viene a salvare (o a provare a tutelare) gli interessi e i privilegi delle classi dominanti spargendo il terrore anche con mezzi polizieschi e con il massimo della repressione per impedire l’organizzazione sociale, la presa di coscienza e lasciando pure che la memoria venga esercitata, ma giusto quel tanto per impedire che venga anche messa in pratica, tradotta in azione sociale e politica.

Quindi, sintetizzando, celebriamo la Giornata della Memoria, ricordiamo Auschwitz, Birkenau, Bergen Belsen, Treblinka, Sobibor, tutti i campi di concentramento e di sterminio nazisti (e fascisti in Italia, da Fossoli alla Risiera di San Sabba). Ricordiamo i milioni e milioni di assassinati perché ebrei, omosessuali, apolidi, rom, sinti, oppositori politici, Testimoni di Geova, “asociali“… Ricordiamo ogni olocausto, ogni strage perpetrata durante la Seconda guerra mondiale. Ricordiamo il profondissimo significato dell’orrore nazifascista: il forte che deve prevalere “naturalmente” sul debole, senza invece condividere l’esistenza, sostenendo chi è più fragile, aiutando chi rimane indietro.

Ma, dopo aver ricordato, non ritorniamo il giorno dopo alla nostra molto poco tranquilla esistenza quotidiana. Trasformiamo la memoria in qualcosa di fattivo, di concreto: in un impegno di qualunque tipo che che sia rivolto a contrastare ogni tentativo di restringere le libertà e i diritti sociali, civili, umani, comprimendo gli spazi di partecipazione, di espressione, di critica, di opposizione. Questo è il miglior servizio che possiamo fare alla memoria: continuare per molte e molti, ritornare per molte  molti altri ad agire ogni giorno per essere davvero vivi e protagonisti del cambiamento e non disillusi, stanchi, frustrati spettatori di un mondo che va alla malora e che solo un’altra catastrofe planetaria potrà risvegliare.

Al prezzo alto, davvero troppo alto di sofferenze che paiono, viste le premesse novecentesche, oggi persino inimmaginabili, forse inenarrabili…

MARCO SFERINI

27 gennaio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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