La marcia dei Talebani non ha ostacoli: la capitale è più vicina

Kabul chiama. Conquistati in pochi giorni nove capoluoghi. E con i mezzi sottratti all’esercito preparano la spallata. Governo senza unità né strategia. A Doha riprendono i negoziati, ma Washington non ha quasi nulla da offrire agli studenti coranici

Nove capoluoghi in meno di una settimana: in Afghanistan continua l’offensiva territoriale dei Talebani, che nelle scorse ore sono riusciti a conquistare tre nuovi capoluoghi, oltre ai sei che si erano già assicurati a partire, venerdì scorso, dalla cittadina di Zaranj, provincia sud-ovest di Nimruz, al confine con l’Iran.

Con le conquiste di martedì hanno consolidato il controllo sul nord del Paese, dove rimane pressoché isolata la città più importante, Mazar-e-Sharif, intorno a cui i Talebani aumentano la pressione militare.

I Talebani hanno conquistato anche Pul-e-Kumri, capoluogo della provincia di Baghlan, a soli 200 km da Kabul, lungo la strada che dalla capitale conduce al nord del Paese. Faizabad, il capoluogo del Badakhshan, nel nord-est, a due passi dal confine con Tagikistan e Cina, è perlopiù nelle loro mani.

Lungo un altro importante confine, quello con l’Iran, ora controllano anche la maggior parte della provincia di Farah e anche l’omonimo capoluogo di provincia. Da lì, sarà più facile far avvicinare militanti armati verso Herat, città sotto pressione da giorni ma che rimane sotto il controllo governativo.

In quasi tutti i capoluoghi occupati, i Talebani hanno liberato i detenuti dalle prigioni e sottratto mezzi militari governativi, che saranno usati nelle prossime settimane.

Nei resoconti sugli ultimi successi dell’avanzata dei Talebani, continuano a ripetersi modalità sperimentate nei scorsi giorni: il progressivo accerchiamento dei centri urbani, le richieste d’aiuto ripetute da parte delle autorità locali per rinforzi e sostegno, la mancata riposta di Kabul. Poi, molto spesso, la resa. O il compromesso tra i soldati locali e i Talebani: via libera in cambio della resa.

A contare non è soltanto la strategia e la forza militare dei Talebani, ma la debolezza delle forze di sicurezza di Kabul e della classe politica da cui dipendono.

Vale, più in generale, per la tenuta del movimento guidato da Haibatullah Akhundzada in tutti questi anni: la vera forza dei Talebani è stato il deficit di legittimità delle istituzioni, percepite come distanti e corrotte da parte della popolazione.

Il governo di Kabul è in estrema difficoltà. Si susseguono le riunioni ai vertici. Il presidente Ashraf Ghani solo pochi giorni fa, appena prima dell’offensiva sui capoluoghi di provincia, aveva assicurato che il suo piano avrebbe dato frutti entro sei mesi.

Alcune agenzie di intelligence predicono che Kabul potrebbe cadere prima di allora. Ma le previsioni vanno prese con le molle: a farle sono spesso gli stessi analisti che per 20 anni ci hanno rassicurato sul rafforzamento del quadro istituzionale, sui progressi della guerra, sul successo delle strategie militare.

Rimane vero che a Kabul mancano unità e una chiara strategia difensiva. Lo dimostra il fatto che ieri, nel pieno della spallata militare dei Talebani, è stato nominato un nuovo capo delle forze armate, il generale Hibatullah Alizia.

A capo delle Forze speciali, sulle cui spalle grava gran parte della resistenza all’offensiva talebana, è stato nominato il generale Sami Sadat. Ha trascorso gli ultimi giorni a cercare di stanare i Talebani da Lashkargah, nella provincia sud dell’Helmand dove si continua a combattere in pieno centro.

A Doha, in Qatar, dove nel febbraio 2020 i Talebani e gli Usa hanno firmato l’accordo bilaterale che ha portato al ritiro delle truppe straniere, è ripreso un giro di consultazioni. Cerca di tenere le fila l’inviato di Donald Trump, poi confermato da Joe Biden, Zalmay Khalilzad, artefice di quell’accordo.

Per molti afghani è lui il principale responsabile della situazione attuale, tanto che molti chiedono che venga rimosso dal suo ruolo. È arrivato a Doha con un messaggio: arrivare al potere con la forza trasformerà quello dei Talebani in un governo pariah, senza riconoscimento internazionale.

Ma Washington per portare a casa l’accordo di Doha ha già dissipato tutte le principali leve di condizionamento. Che i Talebani tengano davvero ai soldi della comunità internazionale e al riconoscimento futuro di Washington è tutto da vedere.

Per ora sembrano intenzionati a continuare l’offensiva militare. «Noi vogliamo la pace, loro la resa», ha sintetizzato efficacemente uno dei portavoce del governo di Kabul. Che a Doha ha inviato Abdullah Abdullah, il rivale del presidente Ghani, oggi a capo dell’Alto consiglio per la riconciliazione nazionale.

Nel nord, invece, è tornato il maresciallo Abdul Rashid Dostum, preoccupato per la perdita delle «sue» province e in particolare della città di Shiberghan, finita sotto controllo talebano. Prima di partire da Kabul ha usato toni muscolari, promettendo vendetta. «I Talebani sono finiti in una trappola mortale», assicura l’ex signore della guerra e già vice-presidente della Repubblica islamica.

GIULIANO BATTISTON

da il manifesto.it

foto: screenshot

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