Marco Sferini
La lotta tra i riders la vincono le grandi aziende di delivery
Una sera come tante. Moto, biciclette di vecchia generazione, altre elettriche. Qualcuno utilizza l’automobile, però sono sempre in meno. Difficile raggiungere tante vie e viuzze strette, di collina, di campagna. I riders, moderni fattorini che consegnano ormai un po’ tutto e a tutti, stanno appollaiati (o se preferite, accovacciati) sulle selle dei loro mezzi; altri ciondolano qua e là. Altri appoggiati alle ringhiere che circondano la grande catena di distribuzione di panini con mille salse, insalate iceberg belle croccanti e carni che – garantiscono – provengono solo da allevamenti (intensivi) italiani.
Del benessere degli animali non umani nemmeno a parlarne. Di quello di noi animali umani se ne può forse discutere: nell’ottica di che? Di una rinnovata lotta di classe? Perché qui parrebbe entrarci tutta quanta la problematica del rapporto tra un capitale impersonale che ti impiega, ti dirige e ti fa apparire come datore di lavoro di te stesso sfruttandoti a più non posso e ingrassando gli ingranaggi di un meccanismo profittuale che rimane molto, molto nella penombra. Chi è in regime di partita IVA lavora pressoché mattina, pomeriggio e sera. Si fanno anche dodici ore al giorno.
A giocare alle percentuali si finisce sempre col non azzeccarne una o, per lo meno, approssimare tanto da sbagliare comunque. Tant’è, ad occhio, così a percezione visiva, siamo settanta a trenta: i primi in maggioranza quelli che ancora oggi vengono etichettati come “extracomunitari“, i secondi gli autoctoni italiani. Pochissime le ragazze. Qui sono gli uomini a dominare la scena di un lavoro che diviene sempre più precario, sempre meno garantito, nonostante i pannicelli caldi del governo o la compiacenza di certi sindacati che hanno in passato stipulato l’attuale contratto e che, niente meno, rispondono all’area della destra-destra che, come è notorio, è sociale solo a parole.
Passa qualcuno anche in monopattino: sulle spalle ha lo zaino grande, quello che contiene anche più ordini. Se ti va bene ci stanno anche sei pizze, oppure tre sacchetti su sushi o due pienissimi di patatine, panini, piadine e così via… Le statistiche dicono che almeno un fattorino moderno su quattro si è fatto male nel corso della sua attività lavorativa nell’arco temporale di un anno solare. Un dato allarmante che, tuttavia, si tende sempre a trascurare. La serata sembra promettente: le temperature di un maggio fino ad ora freddo stanno segnando il passo e lasciano il posto ad un discreto tepore.
I piccioni cercano un po’ di cibo nei dintorni, tra i tavoli. Alcuni, ardimentosi, saltano sui tavoli vuoti e conquistano piccoli bocconi più prelibati rispetto alle semplici briciole lasciate in terra dagli avventori. Bambine e bambini, ragazzi, adolescenti entrano dall’altro lato della piazza: fanno una piccola fila al totem, compilano la loro ordinazione, vanno alla cassa e pagano. Poi aspettano che tutto sia meccanicamente pronto: solitamente, se non ci sono grandi intoppi, nel giro di pochi minuti si è serviti. Bevande gassate a profusioni, salse e dolci in quantità: sali e zuccheri manco a parlane… Cibo spazzatura è ormai una definizione persino eufemistica.
Ma la frenesia delle giornate, il poco tempo che si ha a disposizione per sedersi a tavola e assaporare, oltre alle pietanze, anche il piacere della compagnia, sono ormai dei ricordi per tante persone che obbediscono alla invivibilità dell’esistenza senza potersi spesso ribellare, seguendo una corrente che li spersonalizza, che rende i loro giorni davvero disumanizzanti: tutti uguali come una catena di montaggio produce i pezzi che vanno sul mercato. Non è una razionalizzazione del lavoro, ma una gabbia nemmeno poi tanto salariale (visto che le paghe dei lavoratori dipendenti in questa Italia della supermodernità dell’economia di guerra sono quelle più basse e ferme d’Europa…).
Sono quasi le sei di sera e ci si prepara in massa a lavorare. La richiesta è ancora classificata come “bassa“. Quindi si può sperare che ogni tanto arrivi qualche ordine sui cellulari in cui è stata aperta l’applicazione della piattaforma che gestisce le consegne. Si aggiorna ogni dieci minuti. Tutto è regolato al secondo: anche quando è tempo di “bonus“, il timer è impietoso. Se ritorni da una consegna e non sei ancora in zona per poter entrare nell’area di assegnazione degli ordini, quelle poche decine di centesimi in più te le scordi. Per chi va in bicicletta c’è la fatica, per chi usa quelle elettriche il costo della ricarica della batteria. Per chi va in moto e in macchina c’è lo spauracchio del costo della benzina.
Devi calcolare un po’ tutto: la distanza dal punto in cui sei al ristorante dove devi andare a prendere l’ordine e, ovviamente, i chilometri da fare per arrivare a destinazione e quelli per tornare indietro. Ogni tanto succede che, se ti trovi sulla via del ritorno, arrivi un ordine da portare vicino alla tua “base” di partenza. È un piccolo vantaggio, ma accade di rado, perché solitamente la maggior parte degli ordini sono dalla città capoluogo o dal centro più grande che ospita il maggior numero di ristoranti e centri commerciali verso le località comprensoriali naturalmente minori. Sono passate le sei di sera da dieci minuti e inizia ad arrivare qualche ordine. Puoi scegliere: accettarli o rifiutarli.
Se li rifiuti è probabile (ma non è certo) che tu sia penalizzato per qualche minuto dal sistema, che preferisce chi accetta indefessamente le proposte che gli vengono fatte. A volte sono delle “doppie” (altrimenti dette anche “doppiette” nel gergo dei riders) a dare più grattacapi: da un lato massimizzano il lavoro per un ciclofattorino che ritiene di avere così più guadagno, dall’altro invece sottraggono ordini agli altri colleghi. In genere le doppie sono pagate meno delle singole: le piattaforme puntano ovviamente a sfruttare questo sistema per avere maggiore profitto e impiegare un solo rider per più consegne e ad un costo naturalmente minore rispetto al pagamento di due ordini separati.
Nella macchina tritatutto dei diritti c’è spazio per la guerra tra chi lavora: un conflitto in cui vincono sempre e soltanto gli invisibilissimi datori di sfruttamento, più che di lavoro. Le discussioni de visu e nelle chat sono infinite: c’è chi biasima chi prende le doppie, chi sostiene di poter agire autonomamente (in quanto lavoratore autonomo, almeno sulla carta…), chi le rifiuta per principio e chi le scarta perché le ritiene una fregatura a prescindere. Certe volte il sistema si fa anche più perverso e ti propone delle “triple“: sono rare come i quadrifogli in un prato, ma accade anche questo nel mondo del ciclofattorinaggio. Qui si rifiuta davvero a priori, non fosse altro perché il subissamento è mentalmente ingestibile.
Sono le sei e venti, sull’applicazione iniziano ad inscurirsi i puntini che marcano le postazioni di ritiro: la richiesta aumenta e diventa “moderata“. Molti sono già in giro per consegne. Ed ecco che ne arriva una anche a te. Devi andare a dieci chilometri di distanza (quindi venti in totale) per consegnare due panini. Niente bevande. Qui c’è un riflesso psicologico non di poco conto: se almeno la consegna fosse sostanziosa ti sentiresti un po’ meno incazzato rispetto al fatto che macini così tanti chilometri per soddisfare veramente un minuscolo capriccio alimentare… Piove sempre sul bagnato: chi ha fatto quell’ordine è perché vuole una cosa che viene prodotta solo in un determinato ristorante o catena pseudo-alimentare. Non c’è altra storia!
Vuole quello e tu, per una paga di appena otto euro (tolto il 20% di tasse per chi lavora in regime di prestazione occasionale, con la relativa ritenuta d’acconto), a cui devi sottrarre il costo della benzina (dati gli attuali costi, prendendo quello più basso, quindi circa 1,89 euro al litro, calcoliamo per venti chilometri fatti con uno scooter o una moto almeno 125 di cilindrata, di spendere 1 euro e qualche decina di centesimi), parti e arrivi a destinazione. Se non ti hanno dato già sull’applicazione un po’ di mancia, speri ancora che siano generosi e almeno il costo della benzina te lo rimborsino, regalandoti appunto uno o due euro. Ma se non succede… beh, torni indietro che sei ancora più incazzato.
Poi, mentre viaggi, siccome sei purtroppo abituato ai rischi del mestiere, ti metti a canticchiare o istintivamente il tuo pensiero si sposta su altro: saluti qualche collega che incroci e, nel giro di una decina di minuti torni al campo base che ti sei scelto. Se la richiesta moderata aumenta e diventa “alta“, gli ordini sono pressoché continui e c’è lavoro. Se rimane moderata, invece, tra un ordine e l’altro possono passare anche dieci, quindici, venti minuti. Ti giri i pollici e aspetti mentre leggi qualche notizia sul telefonino, guardi la gente passare che, a sua volta, ti guarda, vede che fai il rider e ha sempre qualche sguardo un po’ compassionevole.
Sembrano dire: guarda questo che lavoro deve fare per vivere o, come nel caso di molti, per arrotondare. In tre, quattro ore di lavoro serali il bilancio è vario: c’è chi riesce a fare una media di dieci euro (lordi) l’ora e chi invece anche un po’ di più. C’è chi, naturalmente, fa anche di meno. Mentre sei lì che aspetti i panini da portare per l’ultima consegna della sera, ti si avvicina un collega. L’impressione è che sia irritato per i pochi ordini fatti quella sera… La conferma arriva dalle prime parole che pronuncia: «…abbiamo fatto una riunione sindacale giorni fa. Adesso basta! Devono lavorare solo quelli che si aprono la partita IVA. Gli occasionali fuori dai coglioni. Ci rubano il lavoro…». Le macchine vanno e vengono, i piccioni continuano a beccare per terra.
«…quelli della CGIL sono tutti dei comunisti di merda…». L’altro rider a cui si rivolge a questo punto gli replica: «Io sono comunista, sto con la CGIL e sono un lavoratore occasionale». Sfrontatamente, senza nemmeno un po’ di sorpresa, che sarebbe propria di chi non è solamente preso dalla propria arrogante ignoranza, risponde: «…avete delle idee di merda, dovete morire». «Ma muori tu!», gli risponde l’altro. Arrivano gli ordini ed ognuno va alla propria moto, per la propria strada. Quando manca una vera coscienza di classe, il rispetto per il lavoro di ciascuno e di tutti, si finisce così: col vedere nel proprio collega il nemico per eccellenza. Qualcuno asseriva giustamente che la guerra tra i poveri la vincono sempre e soltanto i ricchi.
Quella tra i riders la vincono le piattaforme di consegne a domicilio e anche un po’ quei sindacati che le compiacciono, nonché i governi che fanno finta di tutelare dei diritti, di ampliarne lo spettro e che, invece, separano le lavoratrici e i lavoratori con mezzucoli che richiamano tempi in cui la divisione nelle stesse categorie era uno dei principali metodi di feroce controllo della manovalanza sfruttata. Inizia a farsi sera e viene l’ora di andare a casa. I piccioni hanno abbandonato l’area dei tavoli. Qualche gabbiano vola libero e si lascia andare nel vento, verso la costa dove il mare appare calmo. Tutto il resto, al di qua delle onde, invece, è molto, molto agitato…
MARCO SFERINI
22 maggio 2026
foto: elaborazione propria




















