In una analisi molto più generale e approfondita della situazione economico-sociale attuale tanto in Italia quanto in Europa e, non di meno, in larga parte del resto del pianeta, si deve anzitutto rilevare come la sperequazione dei redditi sia un dato oggettivamente reso strutturale da una impostazione fortemente liberista del capitalismo che agisce ovunque gli è possibile come sistema di rapina dal reddito da lavoro a quello da impresa. Questo processo dinamico è una delle peculiarità non solo del capitale di oggi, ma in questa nostra presunta “modernità” trova una realizzazione molto più feroce rispetto, ad esempio, alla seconda metà del Novecento.
L’economia di mercato e la proprietà privata sono inscindibili: non può esistere nessun imprenditorialismo senza la premessa fondante e costituente del privatismo che, ben al di là della detenzione dei mezzi di produzione, si irregimenta e diviene il paradigma quasi unico dell’uniformità (anti)sociale. Se qualcosa nel pubblico non funziona, non si pensa a riformare lo stesso settore, ma lo si converte nel privato e, così facendo, si crea un sempre maggiore spazio per la concorrenza interna per beni e servizi che, invece, dovrebbero essere una garanzia costituzionale emanazione dei diritti fondamenti sanciti come base egualitaria che si ispira non tanto al socialismo e al comunismo, quanto al liberalismo.
La funzione del pubblico in economia è anzitutto di tutela, di protezione, di difesa per tutti quegli ambiti sociali che, altrimenti, impossibilitati ad accedere a servizi ad alto onorario, sarebbero esclusi dalle cure mediche (come, per l’appunto, avviene abbondantemente oggi), dalla previdenza, dalla scuola, dagli spazi di socialità, di cultura, di costruzione della propria personalità nel contesto più ampio della comunità tanto locale quanto nazionale. Quando si parla di tassazione delle rendite finanziarie e dei capitali ingenti dei super ricchi, sobbalzano ministri, deputati e senatori che hanno come missione la protezione e lo scudamento di questa esigua porzione della società.
Una parte della politica, per naturale missione dettata da una afferenza intrinseca con il mondo delle imprese (visto che molti di questi esponenti sono a loro volta imprenditori), si muove per davvero nel solco di una lotta di classe che ottiene dei successi tutt’altro che inaspettati. I governi che si sono succeduti fino ad oggi, fatta salva la parentesi del Conte II, hanno improntato la loro azione sempre e soltanto in direzione della protezione di privilegi profittuali a scapito del monte salariale, di quello pensionistico e di ogni altro comparto del residuo stato-sociale della prima Repubblica, ormai abbondantemente eroso.
Per quanto si affermi di ritenere giusta una tassazione progressiva, così come previsto dalla Carta costituzionale, oltre che dalle esigenze di politica economica interna (con tutti i contraccolpi subiti nel contesto contraddittorio dei Ventisette), alle parole non seguono mai i fatti: come potrebbe essere altrimenti, se si pensa che soltanto due formazioni politiche si sono da sempre spese per la richiesta di una patrimoniale sulle enormi ricchezze con un prelievo fiscale, del resto, molto basso… Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista sono rimaste isolate, insieme alle altre formazioni minori, come Potere al Popolo!, nel prospettare una via di uscita sociale dalla crisi antisociale e incivile dell’oggi.
Ogni manovra finanziaria è stata approvata, a seconda delle maggioranze, con voti che hanno escluso sempre interventi di questa natura. Una perequazione è stata ipotizzata, discussa, proposta anche con raccolte di firme e presentazioni di leggi di iniziativa popolare per una introduzione di correttivi di base, come il salario minimo garantito; ma alla fine è sempre stata ostacolata e messa all’angolo nel nome delle compatibilità tra le ragioni dell’impresa e quelle del lavoro. La crescita della disuguaglianza economica è stata determinata proprio dall’aumento dei rendimenti del capitale, da una valorizzazione costante dei patrimoni ereditati che si sono ricapitalizzati e che sono quindi cresciuti ad un ritmo molto più veloce e quantitativamente alto rispetto alla produzione in generale e, nemmeno a dirlo, del salario.
Ora, si può anche fare riferimento ad una illogicità quasi morale quando si parla di sperequazione, di allargamento della forbice tra profitto del padrone e paga del lavoratore, ma non si potrà mai pretendere una assunzione di responsabilità in tal senso da parte del mondo imprenditoriale. L’oggettiva conseguenza, da quando esiste il capitalismo, è l’effetto sul lungo termine di tutto quello che in questo preciso momento sta avvenendo: non un punto sulla linea del tempo preso a caso, ma individuato secondo parametri macroeconomici che parlano di crisi multilivello e multipolare. Come a monte di ciò vi è un capitale precostituito, frutto dell’accumulazione originaria, così vi è un impoverimento che subisce fluttuazioni in alto e in basso e che, oggi, risale vertiginosamente.
Quando si assiste a questa esponenzialità verso l’alto, si può affermare di essere in una più che certa fase di crisi economica per le grandi masse popolari che subiscono gli effetti di una divergenza delle diseguaglianze patrimoniali che è su scala mondiale, globale e che determina i diversi livelli di sviluppo di un’economia nazionale (o transnazionale) piuttosto che un’altra. Tutti i governi italiani, dalla fine della prima Repubblica ad oggi hanno inseguito il mito della doppia stabilità: economica da un lato e politica dall’altro. Le differenze si sono soppesate, tra centrodestra e centrosinistra, nel contenimento di alcuni eccessi: per il primo nei confronti dell’impresa, per il secondo nei confronti del lavoro.
Ma la bipolarizzazione della scena politica italiana, sulla scorta di quella americana, non ha fatto registrare grosse differenze in materia di attuazione di nuovi piani economici. Se era già difficile aspettarsi dalle vecchie alleanze uliviste e unioniste prodiane una possibilità di concreta messa in discussione degli impianti liberisti portati avanti con prepotenza dal berlusconismo, è stato ancora più impensabile anche solo vagamente (e ingenuamente) sperare che una politica di riforma fiscale e di intervento sui redditi da capitale la potessero fare, in un’ottica di tutela delle lavoratrici e dei lavoratori, i governi di centrodestra successivi e, più ancora, Draghi e poi Meloni.
Oltre ad essere il governo più retrivamente conservatore mai avuto nella ultraottantennale storia della Repubblica Italiana, quello attuale è un esecutivo che sfacciatamente premia la ricchezza e umilia la povertà. Non c’è da stupirsi, ma c’è da indignarsi. Smentendo tutte le roboanti affermazioni comiziali dai palchi delle piazze in cui ha girato tre anni fa in campagna elettorale, Giorgia Meloni ha portato il suo partito e la sua coalizione ad un piano di compatibilismo pressoché totale con le istituzioni europee, con l’atlantismo più violento del riarmo a tutto spiano, con una corsa verso l’arrendevolezza più completa all’economia di mercato che era nelle corte di Forza Italia, sorpassando l’ispirazione iperliberista berlusconiana e divenendo la rassicurante alfiera per l’italico padronato e l’alta finanza.
Giorgia Meloni vanta risultati che non esistono: senza il PNRR oggi la crescita economica del Bel Paese sarebbe quasi allo zero. Triste rilevare, da un punto di vista di sinistra, progressista e, se si vuole, comunista, che i fondi europei, vincolo ineludibile per l’Italia, sono un’ancora di salvezza per un’economia che, sebbene consapevole dei propri limiti, dati dall’insopportabilità del peso fiscale sulla maggioranza del ceto medio, nonché per l’esiguità sempre maggiore del potere di acquisto dei salari e delle pensioni, non si dà per vinta e prosegue indefessa sulla strada dell’esigibilità non dai redditi maggiori ma sempre e soltanto da quelli più bassi (per quanto possa definirsi basso un reddito annuo anche lordo di cinquantamila euro…).
ISTAT, Banca d’Italia e Commissione parlamentare per il bilancio hanno praticamente detto all’unisono che l’85% delle risorse previste dalla finanziaria 2026 del governo Meloni andranno alle famiglie italiane più benestanti e ricche: due quinti della popolazione. I restanti tre si spartiranno ciò che rimarrà di una manovra peraltro molto scarna, priva di qualunque visione anche soltanto di medio termine. Il 20% delle famiglie con oltre cinquantamila euro di reddito annuo riceverà 411 euro in più all’anno. Il 20% delle famiglie più povere riceverà invece 102 euro in più. Di più a chi ha già di più e di meno a chi ha sempre meno. Si può considerare lungimiranza fiscale, economica e sociale questa?
Non parliamo di giustizia, ma di obiettività relativamente ai dati di fatto, alle cifre concrete che dovrebbero far dire ad un governo responsabile: siccome i prezzi aumentano, la domanda si contrae, i servizi fondamentali sono sempre meno accessibili, investiamo maggiori risorse qui ed ora. Invece ci sono soldi per l’economia di guerra per arrivare al 5% del PIL in dieci anni, ma non ci sono soldi sufficienti per le infrastrutture, per il miglioramento delle condizioni della scuola, degli ospedali, della ricerca medica e, in generale, scientifica. I dirigenti delle aziende avranno, grazie al governo Meloni 408 euro in più di sgravi nel 2026; gli operai soltanto 23 euro.
La soluzione giusta sarebbe una imposta progressiva annua sul capitale. Si eviterebbe un crollo economico derivato dalla contrazione pesante dei rendimenti da capitale con una tassazione ingente sugli stessi e, ugualmente, si andrebbe ad attenuare la perversa spirale della disuguaglianza che aumenta di continuo e si allarga grazie alla competizione globale tra i poli, alimentando un circuito di affari bellici che oscura le vere necessità sociali di interi popoli. Purtroppo per mettere in pratica una imposta progressiva sul capitale occorrerebbe qualcosa di più dell’impegno di un singolo governo. Servirebbe una dimensione plurale, internazionale. Non è un alibi questo, però, per non agire localmente.
Se un domani la sinistra dovesse tornare a governare questo Paese, dovrebbe tenere in conto l’esercizio di politiche sociali improntate anzitutto alla diminuzione della sperequazione con riforme che impattino sui redditi molto alti che, come osservato, si alimentano da soli nella loro crescita bancaria e finanziaria grazie alle ingentissime somme che li concernono. Parimenti andrebbe rivalutato il salario come prima fonte di ricchezza nazionale. La lotta alle diseguaglianze non può altrimenti essere impostata se non agendo là dove queste si formano, individuandone le cause e muovendo nella direzione opposta per limitare i danni di un’economia aggressiva che preleva dai poveri e, di conseguenza, aumenta due, tre, quattro volte tanto la povertà diffusa.
MARCO SFERINI
7 novembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







