La Lega tra sovranismo decadente e governismo rampante

La ricollocazione politica e (anti)sociale della Lega è sotto gli occhi di tutti, L’esperienza, ancora breve, in un governo dalle forme e dai contenuti molto differenti rispetto a quelli...
Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti

La ricollocazione politica e (anti)sociale della Lega è sotto gli occhi di tutti, L’esperienza, ancora breve, in un governo dalle forme e dai contenuti molto differenti rispetto a quelli cui era abituato l’intero ruspante Carroccio dei tempi del berlusconismo, ha smosso le anime del partito e ha esaltato il rapporto speciale avuto un po’ da sempre – almeno in questi ultimi trent’anni – con l’industrialismo nordico.

Una peculiarità che si era appannata con la seconda vita, con il nuovo corso salviniano del sovranismo che pareva aver definitivamente superato la ragione originaria della nascita delle formazioni federalistico-autonomiste, evolutasi fino alla minaccia del secessionismo padano.

La crisi leghista non è soltanto ascrivibile al draghismo che ha fatto il suo ingresso prepotente nella seconda fase del biennio pandemico, ma di sicuro ne è figlia illegittima, perché senza la fine dell’asse PD-Cinquestelle (e Renzi) sarebbe stata rimandata di molto la diatriba interna tra la fazione dei presidenti di regione protesa verso il governismo e l’istituzionalismo ad ogni costo e quella di Salvini che se ne nutre, ma che, allo stesso tempo, vorrebbe tenere a bada le spinte più tradizionaliste da un lato e quelle meno “popolari” dall’altro.

Non che la dirigenza salviniana non abbia trascurato il dialogo con l’imprenditoria, rassicurando costantemente i padroni della fedeltà della Lega nei confronti del liberismo e delle politiche nazionali che vi si devono uniformare. Ma, anche questo è un dato sufficientemente oggettivo, il carattere populista del nuovo corso sovranista ha bisogno di far marciare di pari passo propaganda e istituzionalismo, fronte di piazza e fronte parlamentare.

Un binomio difficile da mantenere senza soluzione di continuità, soprattutto se la cosiddetta “responsabilizzazione” dell’azione di governo pone davanti a decisioni che i ministri devono ottemperare scendendo a compromessi tra le forze politiche più varie che compongono la “maggioranza di unità nazionale“: da Speranza a Tajani, passando per Letta, Renzi e Salvini, l’incastro delle differenze è un gioco di equilibrismo che necessita davvero di tutta la maestria burocratica di un ex banchiere continentale, abituato a mediare addirittura tra le esigenze di interi Stati.

Sta di fatto che i mesi passano, l’autunno economico del governo entra nel vivo e la Lega si contorce, si lacera, si divide anche se, ufficialmente, tutti giurano e stragiurano che non esistono due partiti, che alla fine Giorgetti e Salvini vanno d’accordo e che si tratta di una sorta di normalissima dialettica interna. Nessuno ci crede, perché è impossibile crederlo: le parole sono pietre e pesano sempre di più soprattutto se si prova a nasconderle dietro bizantinismi e circonlocuzioni che appaiono goffi nel cercare di tirare fuori d’impaccio questo o quel leader cui è scappata qualche parola di troppo.

La mancata partecipazione dei ministri leghisti alla seduta del governo che ha discusso della delega fiscale è un segnale chiarissimo della navigazione a vista della dirigenza del Carroccio.

Urgeva mettere un po’ d’ordine nella casa del povero Alberto Da Giussano e, quindi, seppure intempestive, le parole di oggi di Salvini provano a regolare il volume della polemica interna che si trasmette esternamente ad un elettorato prima sovraeccitato dalla galvanizzazione del capitano su temi che hanno intercettato la rabbia popolare: migranti, Europa, Euro, tasse, Covid, green pass; e poi lasciato in un limbo di disperazione nel momento in cui la Lega sceglie di non scegliere e, per sfuggire anche alla condivisione della sola opposizione con Fratelli d’Italia, accarezza la condivisione di un potere nel nome (ipocrita) della difesa degli interessi popolari e del Paese intero.

Non è la prima volta che i leghisti si fronteggiano per stabilire quale condotta mantenere per rafforzare l’asse con il padronato e con il fronte liberista. La partita in gioco, però, questa volta appare plurima e non riguarda soltanto la leadership del Carroccio, ma una diversa concezione del radicamento anche territoriale della Lega: una maggiore penetrazione al nord contro una estensione nazionale del movimento ex indipendentista padano.

Il che significa spostare il baricentro dell’interesse politico-economico (anche programmatico) dalla visione esclusivamente mitteleuropea a quella di una Lega nazionale che rende equipollenti le ragioni del vecchio asse piemontese – lombardo – veneto a quelle del resto del Paese.

Una tendenza, quella rappresentata da Giorgetti, che sembra pragmaticamente più realistica, visto che, ben prima della attuale crisi di consensi registrata un po’ ovunque, in mezzo alla debacle milanese di questi giorni, le ragioni degli industriali del nord-est e quelle più generali del resto del padronato italiano coincidono nella fase di uscita dalla crisi pandemica.

Si sta ridisegnando un complicatissimo intreccio di interessi internazionali entro cui l’Italia deve collocarsi, obbedendo ai dettami di Bruxelles, alle linee guida del PNRR, alla seconda fase rifondatrice del liberismo che rimette in gioco le economie nazionali e le fa gareggiare nel più grande scenario globale.

Non è detto affatto che il sovranismo salviniano sia sul viale del tramonto: resurrezioni di movimenti, partiti e tendenze politiche date per spacciate ve ne sono state moltissime e piuttosto imprevedibili. Per mantenere ancora luccicante la sua stella, il capitano dovrà – per ora – far buon viso a cattivo gioco: forse nel suo partito ha ancora la maggioranza, ma nei gruppi parlamentari e nell’asse tra presidenti di regione e governo Draghi è nettamente in minoranza…

MARCO SFERINI

7 ottobre 2021

foto: screenshot

categorie
Marco Sferini

altri articoli