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Marco Sferini

La guerra totale di Israele contro Gaza: il principio dell’isolazionismo

Purtroppo si rischia di fare l’abitudine alle truculente, feroci e disumanissime dichiarazioni dei ministri del governo Netanyahu riguardo il genocidio e la distruzione della popolazione palestinese a Gaza. Ma, nonostante questo, siccome ogni affermazione è sempre più orrorifica della precedente, ci si deve per forza indignare maggiormente e non si è mai – per fortuna – del tutto assuefatti a questo stato criminale di cose che imperversa e non accenna in nessun modo a diminuire.

Le ultimissime davano Itamar Ben-Gvir, famigerato ministro della sicurezza israeliana, tutto proteso a minacciare la Global Sumud Flotilla: se tenteranno di forzare il blocco navale dello Stato ebraico sulla Striscia di Gaza saranno arrestati e trattati a carcere duro, esattamente come i terroristi di Hamas. A stretto giro di posta, invece, arriva alla Palestina e al mondo l’anatema quasi biblicamente religioso di Israel Katz, ministro della difesa: per Gaza, ormai occupata per la metà dai carri armati, si aprirà l’inferno se non ci sarà il rilascio degli ostaggi ancora vivi e la deposizione delle armi.

Osservando da lontano tutto ciò, comunque viene da pensare che un inferno più inferno di quello già patito dalla popolazione di Gaza sia anche solo difficile da immaginare: ci sono pochissimi edifici ancora in piedi; quelli rimasti sono alcuni grattacieli che, proprio in queste ore, l’esercito israeliano sta minando senza curarsi della presenza all’interno di civili che, quindi, sono le vittime che contiamo quotidianamente e che si aggiungono a quelle dei campi profughi che vengono sistematicamente bombardati. Di quale inferno parla Katz? Di uno peggiore ancora?

Esiste una ammissione più genuinamente oggettiva, cristallina e lampante di quello che ormai un po’ da molte e diverse parti viene sempre più tragicamente descritto come il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato formato da quegli ebrei che, a loro volta, hanno subito un olocausto (quindi un genocidio) durante la Seconda guerra mondiale da parte del Terzo Reich di Adolf Hitler e della sua cricca di criminali nazisti? Non c’è spazio a Gaza per nessun briciolo di umanità, di convenzioni internazionali per la protezione della popolazione civile. Non c’è regola alcuna se non quella che detta il governo israeliano.

Non esiste possibilità per la comunità internazionale di essere ascoltata: l’ONU viene irriso, sbeffeggiato, trattato alla stregua di un pagliaccio sulla scena di una multipolarizzazione dei rapporti che, tuttavia, non riesce ad incidere sulla prepotenza israeliana. Gli interessi sono tanti, sparsi per tutto il globo e, quindi, ci si guarda bene dall’offende o ferire economicamente il piccolo Stato nato nel 1948 su proclamazione del Consiglio nazionale ebraico presieduto da Ben Gurion.

Qualche voce dissonante si fa sentire: alcuni deputati della Knesset, peraltro sospesi proprio per questo, condannano le azioni criminali del governo e denunciano proprio tutto questo in relazione alla storia del popolo ebraico e a quella dello Stato che era stato creato per tutelare una minoranza che è rimasta tale, etnicamente parlando, nel contesto mediorientale e che, nonostante ciò, si credeva potesse trovare in Palestina una convivenza proprio con i palestinesi stessi e poi con gli altri Stati arabi. Le considerazioni che oggi si possono fare il relazione alla politica estera di Israele, sono tutte negative.

Tel Aviv sta gettando le basi per un isolazionismo marcato che, pur partendo da premesse molto differenti, somiglia tanto a quello statunitense della seconda era trumpiana. Non è una buona notizia per nessuno questa attitudine ormai venuta palesemente a galla: naviga in mezzo ai cadaveri di sessantamila palestinesi, di cui quasi ventimila sono ragazzi sotto i diciotto anni. Per quanto ancora si potrà tollerare l’omicidio di massa, la carneficina quotidiana, la violenza a tutto spiano come elemento fondativo di un nuovo Israele, del “Grande Israele” auspicato da Smotrich e Ben-Gvir?

In un certo qual modo la storia della formazione dello Stato ebraico torna a ripetersi perché, per quanto siano mutati i tempi, le condizioni basilari su cui i primi contraddittori rapporti tra israeliani e palestinesi si svilupparono nel triennio 1947-1949, non sono affatto venute meno ma si ripropongono ed eternizzano una rivalità che non si può risolvere se non con il riconoscimento reciproco del diritto di vivere nella terra dal fiume al mare. Israele nasce e si consolida nel momento in cui oltre 750.000 palestinesi vengono letteralmente espulsi dalle loro case, dai loro villaggi e città.

La Nakba e la Naksa sono esattamente ciò. Ma oggi siamo andati oltre quei fatti, perché il progetto manifesto è la risoluzione definitiva della annosa questione cacciando non una parte dei gazawi e dei cisgiordani, bensì tutta la popolazione, esiliandola oltre i confini del Mandato britannico, espellendola spietatamente mostrando la brutalità della forza di Israele che, tuttavia, potrebbe, proprio nell’isolamento internazionale che sta predisponendo per sé stesso, ottenere da tutto questo un clamoroso effetto boomerang.

C’è stato meticoloso lavoro di indottrinamento culturale, chiaramente socio-antropologico, per abituare gli israeliani di nuova generazione al fatto che gli arabi, quindi anche e soprattutto i palestinesi, sono esseri inferiori con cui non ci si può mescolare e che vanno tenuti a debita distanza per la sicurezza dello Stato e, anche, per una sorta di purezza razziale o, se vogliamo, etnico-religiosa. Gli ebrei osservati si ritengono tutt’ora “il popolo eletto”. Ed ogni religione gioca sempre con l’arte del baro facendo credere ai propri adepti di essere l’unico credo giusto e sacrosanto. Gli altri sono infedeli.

Il dialogo interreligioso vale quel tanto per affermare a volte dei buoni propositi: ma oggi a Gaza non esiste più nessun luogo dove poter professare una fede, acquisire una cultura, ritrovare una identità: l’80% degli edifici delle città della Striscia è crollato sotto il peso delle bombe. Metaforicamente, ma anche plasticamente, questo orizzonte piatto e basso è sinonimo di annientamento totale. Nei libri di scuola dei ragazzi israeliani si trova scritto che gli arabi sono vili, deviati, criminali, gente che non paga le tasse, gente che vive parassiticamente a spese dello Stato: praticamente dei sottosviluppati.

Francesca Albanese ha riportato, nel suo libro “J’accuse“, lo studio fatto in proposito dalla semiologa israeliana Nurit Peled Elhanan, docente dell’Università ebraica di Gerusalemme nel 2003. La chiosa oggi è tristemente questa: sono trascorsi oltre vent’anni e la situazione in Palestina è cambiata soltanto in peggio. Possiamo pensarla, circa l’attuale conflitto genocida in corso, in tutte le maniere e modi possibili, con tutte le più distinguibili sfumature storiche, intellettuali e politiche. Ma nessuno può negare, se non in aperta malafede, che dal 1947 i palestinesi sono tenuti sotto scacco e che, almeno a far data dal 1967, sono soggiogati da quella che a tutti gli effetti è classificabile come una “potenza straniera“.

Nessuno ne fa mai cenno, ma sarebbe bene ricordare che, guerra o non guerra, prima o dopo il 7 ottobre 2023, oltre la metà della popolazione palestinese si trovava (e si trova tutt’ora) in un regime di assoggettamento ad regime di legge marziale in cui, per l’appunto, il diritto civile e penale è piegato alle cosiddette “necessità” di difesa dello Stato e, quindi, ad una normazione speciale dei rapporti di esistenza comuni, tanto singolari quanto sociali. Questo per dire che nel Territorio occupato da quasi sessant’anni non vige nessuna legalità propriamente intendibile come tale, ma solo il potere israeliano che dirige, detta, impone e non chiede mai.

L’obiezione di molti amici del governo criminale di Netanyahu è la seguente: Israele è l’unico Stato democratico e di diritto dell’area. È una repubblica parlamentare e il pluralismo è garantito. Peccato che nelle sue prigioni soltanto il 25% dei detenuti sia formato da terroristi conclamatamente tali. Oltre sette incarcerati su dieci sono civili che si sono opposti ai soprusi dei coloni in Cisgiordania, alla militarizzazione del territorio, alla negazione dei diritti più elementari, alla guerra, se può sembrare così grave… Israele si è comportata dopo il 7 ottobre come uno Stato con il diritto all’autodifesa.

Non è un punto secondario questo. Il diritto internazionale riconosce quello di resistenza all’oppressione, all’occupante, al repressore. Le forze di Hamas sono state sostenute dal governo israeliano in funzione anti-ANP. Lo sanno anche i sassi del deserto e quelli occidentali di casa nostra. Dopo l’assassinio di oltre milleduecento civili, lo Stato ebraico scatena apparentemente l’offensiva contro Hamas, respingendolo dal proprio territorio e ricacciandone i combattenti entro i confini della Striscia di Gaza. Ma qui ci si doveva fermare, soprattutto per l’altro crimine compiuto dalla formazione jihadista: il rapimento e la detenzione degli ostaggi.

Le tante, troppe dichiarazioni propagandistiche sulla capacità israeliana di “eliminare Hamas” (non di distruggerne la potenza militare soltanto…), davano già settecento giorni fa (tanto sta durando la guerra…) l’idea che l’obiettivo era non solo l’organizzazione terrorista ma l’intero popolo palestinese di Gaza che veniva fatto coincidere esattamente con Hamas stessa. Ogni persona era un bersaglio possibile. Ed infatti non c’è stata esclusione di colpi, distinzione di obiettivi: si è colpito chiunque, si è massacrato indistintamente, si è polverizzato qualunque edificio.

Il risultato è stato quello che il governo di Netanyahu voleva che fosse: proteggere il suo leader dalle inchieste di corruzione, allargare il conflitto all’intera regione mediorientale per stabilire un nuovo ordine regionale a trazione occidentale (con l’asse statunitense e dei paesi arabi più compiacenti) con a capo ovviamente Tel Aviv. Il prezzo pagato dai palestinesi è l’esistenza stessa di loro stessi come popolo, come comunità nazionale davanti al tentativo di atomizzarla al punto da creare una diaspora moderna. Ma questa volta non più ebraica…

MARCO SFERINI

6 settembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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