La necessità della guerra über alles. Non c’è altro se non questo estremo presentimento che viene ispirato nella fragile mente del disagiato sociale, di colui che è preda indiscutibilmente prima di un complicato meccanismo di sudditanza della soggezione al potere, in quanto tale, in quanto espressione orogenetica di una monumentale, quasi archetipa costruzione di tanti pregiudizi che si insinuano dentro le profondità di un abisso montagnoso che ci sovrasta, ci schiaccia. Macigno su macigno, per farci sentire inutilmente adepti di una volontà che scema nel momento in cui prova, appunto con una parvenza di volontarietà, simulandosi e dissimulandosi di continuo, a scontrarsi con l’apparato degli apparati: quello che fa la guerra.
Collaborano tutte e tutti a questo scopo che ha, si pensi!, persino dell’erotico; perché, sì, lo dice la Signora, che l’unico modo per smuoverli questi soldati e mandarli alla carneficina è prospettargliela questa possibilità intrisa di adrenalinica, impetuosa voglia di combattere, di affrontare il nemico e di farlo pigliandosi poi qualche malattia della pelle nel migliore dei casi e, se va male, la morte. Ai soldati e ai tanti singoli anonimi che costituiscono i popoli, di quell’umanità che “si fa tanto per fare” (CB), rimane la gloria. Agli altri, spregiudicamente ammesso, rimangono i profitti. Non c’è nemmeno bisogno di estorcerle queste confessioni: sono oggettività rivendicate con orgoglio.
Il Generale ne sa qualcosa: a lui e al Presidente tocca disincagliarsi dalle secche in cui incappa la ferrea, indefessa volontà del fare qualunque guerra. Tipo quando gli studenti reclamano di tornare ai loro studi; ma pur sempre sono pronti a fare la prossima di guerra. Non quella appena dichiarata, iniziata con un colpo di fucile sparato in aria da un civile. In questo caso, la Signora. Sgargiantissima emozione! Come lo start sparato con la pistola nelle gare di atletica. Lì non muore nessuno, ma che sarà mai. La guerra non la si spiega, del resto, la si combatte, le si obbedisce, perché bisogna stare indiscutibilmente nella catena di comando. Lo dice la parola stessa: c’è chi comanda e chi no, chi detta e chi scrive, chi ordina e chi esegue, chi non combatte e si appunta le medaglie, chi muore sulla linea del fronte e la medaglia l’avrà da morto.
Non c’è pertugio alcuno da cui la diplomazia, fastidiosissimo ingombro, può penetrare per reclamare un briciolino di coerenza: l’Ambasciatore deferentemente domanda di chi è la responsabilità della guerra. Non a noi, si spera. Sì a noi, replica il Presidente: onore e gloria non valgono niente. Sono parole vuote riempite della banalità del male che non è neppure tale qui, perché non c’è etica alcuna e si viaggia su un piano di commistione distopica tra dimensioni che non hanno alcun senso e significato. Morale? Non quale, ma, molto più semplicemente ci si domandi: cos’è. Perché proprio aliena al contesto: ciò che importa è che la pace sia sono un intermezzo tra le guerre. Il Generale applaude, si gonfia il petto. Ennio Flaiano scrive questo piccolo capolavoro teatrale di un atto unico, “La guerra spiegata ai poveri” (Rogas Edizioni, 2024) mostrando l’irragionevolezza dei conflitti.
Siamo appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Non è nemmeno un testo in cui si tenta di storicizzare la guerra, ma la si decostruisce, proprio come si smontano, pezzo per pezzo, tutte le mitizzazioni, le enfatizzazioni e le celebrazioni della stessa che sono proprie degli apparati statali, dei poteri politici, di quelli economici che li controllano e di un insieme antropologico che è studio dell’involuzione costantemente perpetua di una disumanità che nega sé medesima pur provando di continuo ad esistere a scapito di una parte di sé stessa. Forse l’unica, pietosissima impostazione per provare a venirne fuori è la candida ammissione che bisognerebbe fare tabula rasa della Storia, non per dimenticarla, ma come a tracciare una linea di confine (l’ultimo) tra una direzione temporale che abbandoni il passato, il presente e il futuro e recuperi l’ellenistica ciclicità delle stagioni.
Ed in questa più coerente ciclicità domandare, come fa il Giovane che compare sulla scena flaianea: «Non so cos’è la guerra. Vogliate spiegarmela». Non dimenticare, ma gettare in faccia a chi ne sa sempre tanto, troppo, tutto o quasi, la domanda icastica del non sapere che cosa si quella complessità di cui tutti si pavoneggiano nel nome del pragmatismo, delle esigenze nazionali che premettono le più atroci protesi imperialiste del momento e dell’immediato dopo quel momento stesso. E ora, quindi, la domanda senza punto interrogativo ne produce una caterva per coloro che danno per scontato che la guerra era, è e sarà sempre. Igiene dell’umanità? Progresso morale e civile? Rinnovamento costante della nazioni? Che diamine è la guerra e come spiegarla ad un Giovane che sembra fare la domanda diretta di un infante?
Nell’innocenza c’è la manifestazione dell’esigenza di oltrepassare tutte le palizzate erette, i muri costruiti e le fortificazioni di difesa create per difendersi dalla semplicità che è stata abbandonata insieme, ovvio, alla radice dell’essenza dell’animalità umana. Così il Presidente, che non si vuole sottrarre alla richiesta del Giovane, prima di dedicarsi a lui intrattiene ministri e generali sugli approvvigionamenti delle truppe: i calcoli matematici diventano la ragionieristica del conflitto. Per dodici milioni di soldati servono quante paia di scarpe? E per quanto tempo? La guerra mica la si può fare lampo. Poi, del resto, si dice che sia veloce, che finirà presto, ma invece dura sempre tanto, troppo. Perché senza guerra come si campa? Come se non si potesse immaginare di vivere potendone fare a meno.

Ennio Flaiano
Il Giovane è a questo opposto: vive senza bisogno della guerra. Ci va anche al fronte, ma chiede che gli si spieghi perché di tutto questo. Persino i morti sono un ostacolo alla incessante produzione della guerra per la guerra stessa: li si seppellisca in fretta, magari si interri soltanto il loro cuore. La Signora obietta che si perderà un po’ di poesia, di rito funerario che declama le gesta, che fa sentire ancora più l’eroismo come il pane al buon mercato delle illusioni in cui si vende anche molto altro. Il Generale pare quasi scattare in piedi quando afferma che, dopo quella dei Cent’anni, la guerra che si alimenta da sé è, di sicuro, indubitabilmente, al più geniale delle invenzioni. In pratica qualunque soluzione di continuità viene abolita, scartata, gettata nell’angolo del buio, dell’oblio necessario.
Spiegare la guerra, quindi… Il Giovane chiede… Le risposte non ci sono. Perché la guerra è come la materia: esiste e non risponde a niente e nessuno. Chissà, forse esiste da sempre o, per meglio dire, è e non può non essere. Altrimenti vorrebbe dire che si può essere immateriali prima e dopo cosa? Prima e dopo la materia? Si può essere pacifici prima e dopo la guerra se la guerra è l’istituzione prima di una umanità che senza non si immagina nemmeno in quanto tale? La guerra, quindi, si fa perché c’è una causa per farla. Quale è la causa giusta, domanderete voi? Ma la nostra, sempre e comunque. A ciascuno la sua Causa con la ci maiuscola. Tutte sono giuste, tutte sono lì a sostenere le sacrosantissime ragioni di un conflitto contro un altro conflitto e via di seguito. Ed allora, che senso ha tutto questo? Flaiano non getta mai la spugna riguardo la possibilità di un’uscita dell’umanità dalla guerra…
Ma ammette: è molto, molto difficile che se ne esca in mezzo ad egoismi piccoli e grandi, minuscoli e immensi. Se poi ci si immette nel viatico della ricerca di un anche minimo significato del bellicismo, si inizia e si finisce, per ricominciare in un eterno ritorno dal sapore molto nietzschiano, per rimanere prigionieri di contraddizioni che tumultano fra loro e ci bastano quel tanto per ammettere che non c’è soluzione. La sentenza sembra questa: «Non avete bisogno di capire, perché la guerra è il vostro destino. L’unico senso della guerra è che non ha senso». Non c’è logica alcuna a cui la guerra possa essere afferente. Non c’è per Flaiano spazio per “comprendere” la guerra, per farne oggetto e soggetto che possa trovare posto in una ragionevolezza dei contesti, delle situazioni, delle condizioni materiali dell’umanità. Eppure nel nostro stesso linguaggio no utilizziamo ogni giorno parole che riguardano la conflittualità.
Certo, è insita nel comportamento dell’animalità umana, ma noi l’abbiamo per millenni esacerbata, portata alle estreme conseguenze, inducendo a ritenere noi stessi parte di una dualità del mondo in cui non possa esistere una vita priva di guerre. Perché se non si è d’accordo, prima o poi il ricorso alla forza diviene praticamente implicito: come risolvere altrimenti le diatribe e stabilire chi ha ragione e la pretende? Per quanto i nostri fratelli animali non-umani si affrontino fra loro e si uccidano anche, non si organizzano in conflitti come facciamo noi sapiens. Abbiamo ceduto all’istinto di sopravvivenza la parte peggiore di noi, pensando di fargli un favore: chi sopravvive, alla fine fine per tutti quanti. Soprattutto per quelli che sono morti. Qui le medaglie, l’onore, la gloria. Attenti, marsc, presentat’arm! Senso nel non senso?
Mentre i discorsi vanno avanti il Presidente si accorge del Giovane: «E voi che fate, se è lecito?». «Nulla, aspetto. Sono quel tale della guerra». Che cos’è la guerra… Risposta: è fatta per la libertà. «Lo sapevo, ma volevo sentirmelo ripetere. In confidenza, io amo la libertà». Ma viene fuori che, tutto sommato, il Giovane detesta combattere. E uccidere. Fuciliamolo! esclama intimorito il Generale…«…altrimenti convincerà anche noi…».
LA GUERRA SPIEGATA AI POVERI
ENNIO FLAIANO
ROGAS EDIZIONI, 2024
€ 11,70
MARCO SFERINI
28 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria / altre foto tratte da Wikipedia
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