Marco Sferini
La gravità della questione tedesca nell’ascesa dell’AfD
Tutto potrebbe cambiare, se non in men che non si dica, quanto meno in pochi anni. Certamente molto è già cambiato in Europa e nel mondo, ma, per un Orbán che esce di scena c’è una Weidel che rischia di entrarvi e con tutta la forza di un consenso crescente in molti lander tedeschi. L’avanzata di Alternative für Deutschland corrisponde a quella del carovita, del carocarburanti, del sempre maggiore immiserimento di una società che, non fino a molto tempo fa, era parte di un sistema e di un asse con la Francia che determinava, sostanzialmente, gli equilibri dell’economia continentale.
Oggi non è più cosi: di fronte ai conflitti ad Est e nel Medio Oriente, alla pesantissima crisi creata dalla guerra di Netanyahu e Trump contro l’Iran, con il conseguente apri e chiudi dello Stretto di Hormuz, la Germania del cancelliere Merz sta scivolando davvero molto pericolosamente nel baratro del più nero mutamento di campo di milioni di tedeschi che hanno una completa sfiducia nei confronti del governo a trazione CDU-SPD. Esiste un patto, certo, quello di fronteggiamento dell’ultra destra neonazista (il “Brandmauer“) mediante una alleanza di salvezza nazionale che isoli ovunque l’AfD. Ma, visti gli ultimi sondaggi, potrebbe non essere più sufficiente.
Per la prima volta, in una rilevazione di carattere federale, il partito di Weidel supera la CDU: 26% il primo, 25% la seconda. Al momento si tratta in tutta evidenza di un dato fortemente psicologico-politico, però, proprio per questo, rappresenta un discrimine non certo sottovalutabile: nelle elezioni che si terranno a breve in Sassonia e in altri lander della ex Germania Est, la tendenza è quella di un consenso alto per il partito di estremissima destra a scapito anzitutto delle forze che oggi governano a Berlino. Le rilevazioni fatte poi sul gradimento registrato intorno alla figura del cancelliere, esprimono ancora più incertezza sul futuro: le politiche di Merz sarebbero gradite appena da un terzo dei tedeschi.
Se ne comprendono anche le ragioni, visto che il suo esecutivo non sta facendo praticamente nulla per fronteggiare tutte le ripercussioni dell’economia di guerra e continua a sostenere un riarmo a tutto spiano, l’invio di armi ad Israele per la sua aggressione contro l’Iran (e non meno contro la martoriata Gaza…), lasciando che dalle basi dell’US Air Force di stanza in Renania partano le missioni e i rifornimenti per gli attacchi. Se a tutto questo si somma la crisi sociale che sta verticalizzando parecchio, ecco servito il terreno fertile per la crescita di una risposta populista, neonazionalista e antieuropeista quel tanto per esacerbare ancora di più gli animi scontenti dei tedeschi.
Come è facile constatare (o per lo meno dovrebbe poter essere così se non si hanno pregiudizi di sorta o posizioni politiche profondamente settarie), il pericolo dell’egemonizzazione dell’Europa da parte della destra estrema è tutt’altro che fugato con la cacciata democratica di un insidiatore della democrazia come Viktor Orbán. Il fatto che non sia più al potere un individuo simile rimane una nota positiva nel complicato contesto internazionale; eppure le premesse poste dal suo successore (che è e rimane un uomo apertamente di destra) non sono delle migliori: se è pur vero che la televisione di Stato lo ha bistrattato e insultato per anni, è altrettanto vero che minacciarne il blocco o la chiusura non lascia presagire nulla di buono in termini di rispetto del pluralismo.
Dunque, la destra estrema è sempre pronta a farsi avanti e non aspetta altro di superare questa fase di incertezza internazionale per ricompattarsi: dall’America all’Europa, rimettendo a posto le scaramucce che sono intercorse, per lo meno in Italia, tra Trump e Meloni, causate da una prudenza della Presidente del Consiglio, necessaria per non tracollare definitivamente dopo la batosta referendaria del 22 e 23 marzo, dopo gli scandali governativi riguardanti esponenti di primo piano dell’esecutivo e dopo un oggettivo calo di consensi registrato, anche in questo caso, dai sondaggi che si sono susseguiti nelle ultime settimane.
Secondo altre stime sondaggistiche poi, almeno per quel che concerne sempre l’ambito germanico, Merz sarebbe molto più indietro nel gradimento presso elettrici ed elettori e la forbice tra AfD e CDU sarebbe più ampia rispetto a quella data dai risultati avuti dall’Istituto Wahlen. Si parla di quattro, cinque punti in più dati al partito di Alice Weidel e un gradimento del cancelliere ancora minore rispetto al terzo di popolazione che ancora gli mostra una qualche forma di simpatia politica e ne approva le scelte. Una parte della stampa tedesca esamina tutto questo sotto la lente del “bilancio di guerra“, di una Germania che è, tra gli Stati dell’Unione europea, quello che più sta sostenendo lo sforzo di Israele e degli USA di Trump contro la Repubblica islamica.
Se Merz non disconosce proprio niente nei riguardi dei rapporti di Berlino con Tel Aviv e la grande Repubblica stellata, l’Italia meloniana sospende quanto meno il rinnovo automatico degli accordi di rifornimento di armi con lo Stato ebraico. Ma la maggioranza di destra si guarda bene dal congelare anche tutti i contratti stipulati tra l’Italia e Israele. Il piano economico tra i due paesi rimane quindi sostanzialmente inalterato e lo scostamento da Netanyahu, nella pratica, in eguale misura: nulla muta veramente di tanto. Diversa la questione che riguarda Trump: qui c’è una crisi oggettiva che, però, è crisi tattica e non strategica. Nella sostanza tanto Giorgia quanto Donald rimangono idealmente alleati e uniti nella prospettiva MAGA.
Merz ha ancora un rapporto diverso rispetto a questi due punti di riferimento della Germania subordinata all’asse israelo-statunitense (dunque all’economia di guerra e all’imperialismo del blocco occidentale contro le altre sfere di influenza che puntano all’espansione verso ovest e verso sud): il tutto rientra in una postura di riarmo senza se e senza ma che è stata inaugurata nel marzo del 2025 con un piano di investimenti esorbitante. Il tutto è stato sostenuto con una riforma costituzionale che ha consentito di passare dall’era della pacificazione interna ed esterna (pur nell’aggressività economica liberisticamente dimostrata a più riprese) ad una nuova era: quella della formazione di un nuovo potente esercito per fronteggiare la presunta minaccia rappresentata dalla Russia putiniana.
Necessario sottolineare la presunzione di questa decisione, visto che da parte di Mosca non è mai giunta nessuna reale minaccia all’integrità tanto meno della fragile Unione europea, quanto meno della Repubblica federale di Germania. Quindi Berlino passa dall’essere una potenza economica soltanto all’essere anche una potenza militare. Tutto in seno ad un consesso continentale che rimane senza un coordinamento in merito e che, quindi, ha come unico punto di riferimento – oltre ai singoli eserciti nazionali – l’Alleanza atlantica da cui Trump minaccia di uscire due giorni sì e uno no. Fino ad oggi la società tedesca poteva contare su un limite al debito riguardo le spese militari.
Oggi non è più così: il tutto inficiando la spesa sociale, accrescendo il disagio delle classi meno abbienti e consentendo alla destra di strumentalizzare la sensazione di incertezza sempre più diffusa. Nemmeno qui si può affermare, come si potrebbe fare invece nella nostra Italia, che sia stata la sinistra moderata a causare l’apertura del credito politico presso i precari di questa pseudo-modernità: senza dubbio la SPD ha le sue responsabilità, ma la parte del leone in merito la fa senza ombra di alcun dubbio la CDU, quindi il “zentrum” cattolico e neoliberista. Non giocano a favore del cancelliere Merz nemmeno gli attriti tra governo e alti comandi militari: le divergenze riguardano la messa a terra del piano di riarmo. La proposta dell’esecutivo di una leva volontaria di ottantamila giovani reclute non è abbastanza per i generali.
Quando si alza l’asticella, è naturale che chi deve beneficiare di quel rialzo punti ad un incremento sempre maggiore. D’altro canto, la questione del riarmo è dibattuta internamente alla SPD nei suoi “circoli della pace” che non rappresentano ufficialmente la linea del partito ma che sono comunque un nucleo importante di discussione su una inversione di rotta e un ritorno ad un “disarmo progressivo” e ad un altrettanto tale ritorno ad un dialogo disteso soprattutto con Mosca. La questione tedesca oggi, dunque, è al centro di un panorama politico e militare di tutto rilievo: per il potenziale produttivo bellico che ha, e che le deriva dalla forza industriale che detiene ancora; per i risvolti esclusivamente politici e sociali che tutto questo determina.
La destra neonazista pronta a dare l’assalto al cancellierato si mostra sempre più aggressiva e profittatrice (come è nella sua natura dispotica e asfissiante la democrazia parlamentare) delle divergenze in atto ma, soprattutto, del generale clima di confusione internazionale che è una delle cause primarie che gettano nella baraonda di conti extra-ordinari gli Stati considerati baluardo del liberalismo e, quindi, del rispetto delle funzioni dei singoli poteri degli Stati e nei confronti degli altri paesi. Dunque rimane completamente aperta la questione inerente il pericolo di una destra egemonica che oltrepassi i confini della costituzionalità un po’ ovunque. Nessuno è veramente al sicuro; nessuno può dirsi al riparo da una involuzione in questa direzione.
Tanto meno l’Ungheria post-orbaniana, l’Italia in cui il melonismo appare in crisi o la Francia in cui la “Macronie” non gode certo di ottima salute… La Commissione europea, del resto, poggia già la sua sopravvivenza su un consenso che le proviene tanto dalla destra moderata quanto da quella dell’ECR (il gruppo dell'”European Conservatives and Reformists Party” di cui fa parte anche Fratelli d’Italia…) e non sarebbe certamente strano, astruso e impensabile ipotizzare un domani uno spostamento ancora più a destra. Del resto, il governo italiano ne è un esempio: è formato da forze politiche che in Europa fanno riferimento al Partito Popolare (Forza Italia), ai Patrioti (Lega) e, come già citato, i Conservatori e riformisti cui appartiene il partito della Presidente del Consiglio.
Alternative für Deutschland invece siede nel gruppo delle Nazioni sovrane, conservatore, naturalmente supernazionalista e profondamente euroscettico. Ma queste distinzioni non sono, purtroppo, un elemento di garanzia utile a scongiurare eventuali, prossimamente future convergenze. Soprattutto se la continua instabilità dettata dalle guerre permarrà e offrirà un sempre maggiore spunto populista alla sollecitazione dei peggiori istinti popolari: di gente frustrata dalla miseria incedente, di milioni di persone che continuano ad essere deluse da una politica che invece di dare sostanza ai princìpi per cui afferma di volersi spendere (l’uguaglianza, la libertà, la solidarietà su cui l’Europa dovrebbe fondarsi), non fa altro se non produrre, acquistare e vendere armi ingrassando le già ripiene tasche dell’industria bellica.
Se il pericolo è sempre dietro l’angolo, stiamo attenti alle strade che prendiamo: quelle solitarie, per quanto meno compromettenti e pericolose siano, non conducono da nessuna parte. Quelle percorse con la fatica del rispetto di ogni singola autonomia nel progetto di un patto tecnico per salvare il minimo sindacale degli assetti democratici, sono certamente un cammino non gradevole, ma è l’obietto che conta: fermare l’avanzata delle destre xenofobe, razziste, omofobe e autoritarie e, contemporaneamente, influenzare le politiche fino ad oggi sostenute del riarmo, puntando, anche in Italia, ad un condiviso disarmo diffuso. Come nuova cultura e nuova pratica delle Costituzioni (la nostra naturalmente compresa a pieno titolo) nate dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale e dei totalitarismi nazifascisti.
MARCO SFERINI
18 aprile 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria


















